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C'era una volta il crimine: recensione dell'ultimo film della trilogia italiana
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C'era una volta il crimine: recensione dell'ultimo film della trilogia italiana

Tags: C'era una volta il crimine, Giampaolo Morelli, marco giallini
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C'era una volta il crimine: recensione dell'ultimo film della trilogia italiana

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Sinossi di C’era una volta il crimine:

Dopo Non ci resta che il crimine e Ritorno al crimine, la banda di Moreno e Giuseppe si arricchiesce del personaggio di Gianfranco, capitando negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Recensione di C’era una volta il crimine:

Anche la saga italiana di Massimiliano Bruno sui viaggi nel tempo giunge alla sua conclusione. Finalmente. Non ci resta che il crimine ? il film del 2019 che riscosse un discreto successo di pubblico e che vide lo sceneggiatore e regista romano reiterare per tre pellicole i colpi della banda capitanata da Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi e Alessandro Gassman, con quest?ultimo sostituito per il terzo capitolo finale dal rampante Giampaolo Morelli. C?era una volta il crimine, sulla scia dei titoli rimaneggiati che prendono dalla tradizione nostrana adattandosi alle vicende anche queste ?all?italiana? di Bruni, ha la possibilit? di tornare in sala dopo il passaggio casalingo del secondo Ritorno al crimine, cercando di replicare una risonanza come quella generata con il film iniziale, ma trascinandosi appresso gli imbarazzi della seconda pellicola.

Commedia di mezzo che perdeva il brio dell?opera precedente e che eccedeva in una trasandatezza di scrittura che riservava a gag e indiscrete scenette la composizione del film, fortunatamente lasciate indietro per C?era una volta il crimine e lavorando al contrario sulla compattezza di eventi e storia. ? la Seconda Guerra Mondiale il momento in cui i protagonisti vengono catapultati, il furto della Gioconda che viene liquidato in quattro e quattr?otto? in una simpatica forma fumettistica durante i titoli di coda per dedicarsi questa volta alla trasformazione dei personaggi da farabutti senza morale a eroi privi di rimpianti.

La parabola umana della banda

Un racconto che, abbandonando gli sketch di dubbio gusto del predecessore, riesce a costruire una narrazione che non manca occasione di perdersi in evitabili scivoloni, ma che nella sua interezza trova un?integrit? e una simpatia che era difficile riscontrare nell?epoca anni Ottanta di Ritorno al crimine. Alternando fascisti, partigiani e dittatori, C?era una volta il crimine sfrutta i libri di scuola per segnare le tappe degli accadimenti dei protagonisti e mostrare l?importanza di non interferire nel passato, ma di poter dire comunque di essere sempre stati dalla parte giusta. Quella della compassione, della fratellanza, dell?aiuto. Dall?egoismo individuale da cui erano partiti per la rapina della prima pellicola, giungendo cos? alla loro maturazione finale.

Pur adottando una messinscena dalla fotografia discutibile e ingessando alcune interpretazioni rendendo diverse sequenze leggermente farraginose, il film esce comunque con una dignit? che era stata tralasciata e che C?era una volta il crimine ritrova. Nonostante l’eccedere con trovate superflue (?l?ironica? scena alla Posta, ?l?esplosivo? e forse troppo lungo combattimento sulla battigia italica), Bruno lima il racconto concentrandosi molto pi? sull?insieme che sulla singolarit? delle trovate riuscendo a smuovere i canali esatti per far ridere. Il guardare a un quadro che ribadisce il bisogno di sconfiggere il male e riscoprire un briciolo di umanit?, contribuendo a uno svolgimento pi? apprezzabile per l?intero film.

Una fine dignitosa con?C’era una volta il crimine

Una nuova vitalit? appartenente all?opera di cui vengono infusi anche i personaggi, che sembrano ringalluzziti e anche meglio coesi con l?arrivo di un fumantino Morelli, che nell?incontro-scontro con il Moreno di Marco Giallini forma la miglior coppia comica della trilogia. L?impeto partenopeo di un carattere rigido e austero che aggiunge pepe alle dinamiche tra protagonisti, non facendosi mai macchietta (come purtroppo ? capitato a volte ai colleghi), ma portandoli a compimento della loro missione e, soprattutto, del risultato discreto del film.

Una squadra di canaglie che, alla fine della propria parabola, sono forse riuscite davvero a capire qualcosa su cosa significa essere persone. Magari non proprio come poter far ridere a crepapelle, ma che alla fine c?? sempre il momento per un po? di redenzione.

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