Dopo essere lasciato per anni sullo scaffale da Warner Bros., Coyote vs. Acme arriva finalmente al cinema italiano. Diretto da Dave Green e interpretato da Will Forte e John Cena, il film trasforma le infinite disavventure di Willy il Coyote in una battaglia contro la multinazionale Acme, tra cartoon e live action, ironia e critica sociale.
Cedendo al gusto di associare concetti e situazioni, è impossibile parlare di Coyote vs. Acme, la storia del celebre personaggio dei Looney Tunes qui immaginato come vittima di una continua frode operata da una avida multinazionale, senza legarlo alla sua particolare vicenda produttiva.
Scherzando, ma non troppo, vien quasi da sé definirlo come ‘il film che non volevano farci vedere’. La gestazione è stata intricatissima: arriva dall’omonima parodia di Ian Frazier uscita nel 1990 sul New Yorker, è stato proposto con successo dopo vari tentativi a vuoto nel 2015 dal regista e ora capo dei DC Studios James Gunn, è passato poi per diverse mani e ha ottenuto una prima luce verde nel 2018. E Coyote vs. Acme è rimasto poi seppellito a lungo nel pantano di quella palude che è stata la Warner Bros. Discovery, la società di produzione del film, negli ultimi anni.
Per una serie di ragioni di rientro e compensazione fiscale, nel 2023 la Warner Bros. ha preferito infatti lasciare la pellicola già ultimata e diretta da Dave Green sullo scaffale, fin quando nel 2025 si è infine convinta a venderne i diritti di distribuzione ad un’altra società, la Ketchup Entertainment.

Di cosa parla Coyote vs. Acme
Coyote vs. Acme in Italia invece esce il 2 settembre distribuito da Lucky Red, e averne tracciato brevemente l’altalena della sua genesi serve a fare eco sulla storia di un personaggio che sfida i bordi del mondo in cui è confinato. Willy il Coyote fa in fondo quello che ha sempre fatto: inseguire ancora e ancora Beep Beep. Come da copione non riesce mai ad acchiapparlo, ma ad un certo punto scopre che quel copione è truccato. I sofisticati aggeggi che usa nei suoi tentativi di caccia sono tutti difettosi e per questo si impunta a intentare un’improbabile causa contro la multinazionale che li produce, la Acme.
Nella sceneggiatura di Samy Burch c’è dunque un risoluto Davide contro un irraggiungibile Golia, coadiuvato da un avvocato restio che per tutta la sua carriera – e vita – ha preferito il patteggiamento, Kevin (Will Forte). Un Davide che scopre poi quanto il mondo là fuori sia più ampio del circuito in cui ha sempre corso – con i cartoni che vivono in mezzo agli uomini e viceversa (c’è Chi ha incastrato Roger Rabbit, il richiamo più immediato, ma pure il recente Chip N’Dale: Agenti speciali) – ma comunque allo stesso modo falsato.
C’è qualcuno che tira le fila del proprio successo costruendolo a discapito del fallimento altrui, che spinge il genio a servizio di un’ossessione (quella di Coyote) e in virtù di questa ossessione schiaccia e prosciuga offrendo falsi strumenti che invece di puntare alla risoluzione spingono ancora più giù nell’imbuto della necessità percepita.

Dietro il cartone c’è di più
Insomma, Coyote vs. Acme ci parla di quella cara vecchia faccenda del mercato che imbriglia il consumatore, lo rende dipendente e assuefatto, qui dipinta con l’esplosività creativa dell’ibrido tra cartoon e live action, espressione che ci ricorda come l’animazione non sia solo uno stile, bensì un linguaggio vero e proprio. Non definisce solo la cornice, definisce le metodologie di espressione all’interno di quella cornice.
E attraverso questa mescola azzeccata, ironica, puntuale e in più di un frangente anche piuttosto amara, ci parla di sbarramenti sociali mascherati da predestinazione, di hybris, di scelte e lotte fatte da altri, di appetiti insaziabili e quindi sfruttabili all’infinito da interessi senza scrupoli – qui con la faccia di John Cena, spietato avvocato della Acme Corporation, scelta di casting oltre che azzeccata anche esplicativa dei nuovi assetti interni alla DC a guida James Gunn, con Cena già collaboratore di Gunn in The Suicide Squad e Peacemaker.
Tra uno sbucare e l’altro di personaggi iconici dei Looney Tunes (scelti con cautela dopo lunghe diatribe, sempre produttive, su quali si potessero utilizzare o meno nel film per questioni di diritti), Coyote vs. Acme sgomita fino a trovare senza pedanterie teoriche il suo grande insegnamento.

L’arrabattarsi di Coyote e Kevin apre alla consapevolezza che non c’è uno scontro tra cartoni contro umani, ma tra sfigati contro corporation. Non è questione di genere, specie o razza, ma di classe. E nell’euforia pirotecnica del finale trova la sua vittoria non nella vittoria sui banchi del tribunale, ma in una consapevolezza di questi tempi sempre sorprendente: definire una coscienza di classe. In rima ad una morale semplice, diretta e che risuona da dio sulle fredde e amorali logiche da cui è uscito fuori il film: che schifo il capitalismo quando fa soldi sulla pelle, sull’ingegno e sull’arte altrui.
Coyote vs. Acme arriva nelle sale il 2 settembre, pronto a dimostrare che anche una delle gag più celebri dei Looney Tunes può diventare una storia sorprendentemente attuale.



































