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Daisy Jones & The Six: recensione della serie Tv su Prime Video
Cristiana Puntoriero

Daisy Jones & The Six: recensione della serie Tv su Prime Video

Tags: prime video, Recensione, serie tv
Daisy Jones & The Six: recensione della serie Tv su Prime Video
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Cristiana Puntoriero

Daisy Jones & The Six: recensione della serie Tv su Prime Video

Tags: prime video, Recensione, serie tv

Sam Claflin e Riley Keogh sono i protagonisti di una miniserie poco coraggiosa, che ricostruisce la scena musicale degli anni ’70 immaginando le traversie, sentimentali e performative, di una band rock tipicamente disfunzionale.

Trama di Daisy Jones & The Six:

Nel 1977, i Daisy Jones & The Six erano in cima al mondo. La band era passata dall’oscurità alla fama, e poi, dopo uno spettacolo tutto esaurito al Soldier Field di Chicago, si è ritirata. Decenni dopo, i membri della band rivelano le loro verità.

Recensione di Daisy Jones & The Six:

Ormai cantano tutti. Giovani nei talent, anziani nei talenti, bambini nei talent. Accendiamo la tv ed è da decenni ormai che non si fa altro che vedere persone di qualsiasi età con un microfono in mano intonare qualsivoglia canzone, gorgheggiare a ritmo di musica, arrampicarsi su note altissime al limite dell’agonismo da cacofonia. Lo sognano in tanti, ci provano tutti, pochissimi ci riescono – cantare è democratico ma sarebbe forse ora di ridimensionare i format in cui è concesso a chiunque abbia anche solo un minimo di intonazione salire su un palco ed elevarsi a nuovo talento del pop italico.

Si canta tantissimo anche in Daisy Jones & The Six, la nuova miniserie su Prime Video prodotta dalla Hello Sunshine di Reese Witherspoon, che riadatta in sei episodi il romanzo best-seller di Taylor Jenkins Reid edito nel 2019. La storia ricostruisce ascesa e caduta di una celebre band degli anni ’70 frutto della fantasia dell’autrice, i The Six con il frontman Billy interpretato da Sam Claflin appunto, che venti anni dopo la rottura inaspettata durante l’apice del successo si apre in una confessione a tu per tu con la telecamera, ricordando alcuni momenti chiave della formazione del complesso, dalle prove amatoriali in un garage ai primi ingaggi nei locali, per arrivare poi all’incontro fatale con la Daisy Jones protagonista (Riley Keogh), una giovane aspirante cantautrice, tormentata e in cerca di emancipazione, la quale farà breccia nel cuore del bel Billy dando vita all’omonimo gruppo rock per poi spezzare il sogno con un brusco addio alle scene.

Daisy Jones & The Six
Credits: Prime Video

Documentary (fake)

Per far riaffiorare il blasonato mondo a stelle e strisce dei fascinosi anni ’70, i creatori Scott Neustadter e Michael H. Weber optano per il formato narrativo del mockumentary, il finto documentario tanto caro ai fan di The Office, che cerca di restituire allo spettatore quella sorta di veridicità senza filtri tipica dei materiali audio e video ripescati dagli archivi. Il problema di questa scelta sta tuttavia in come (e quanto) è stata usata in regia. Dopo i primi minuti del pilot in cui ogni membro della band si siede davanti all’intervistatore pronto a svelare cosa sia successo anni prima, seppur con una certa riluttanza, i flashback che ci riportano indietro in base alle parole di questi ultimi tornano ad essere ripresi nella classica modalità ultra-stilizzata delle serie tv più comuni, riducendo l’appellativo di mockumentary a mero esercizio estroso fine a sé stesso.

Daisy Jones & The Six si accontenta purtroppo di una riproduzione vintage-fake di un periodo affascinante, trainato dall’osservazione indolente di attori splendidi, vestiti e pettinati col glamour ribelle ed edonista dei ruggenti 70s inciampati su troppi cliché, i quali s’incontrano e si rincorrono fra liti, amori tossici, dipendenze varie ed eventuali, manager rapaci, soldi che prima mancano e poi sono un problema, rivalità e tutto il corollario che intercorre fra l’ambito musicale e la gioventù americana di quell’indomabile e non replicabile panorama social-politico-artistico.

Daisy Jones & The Six
Credits: Prime Video

Rock & Roll da copertina

Sembra essere mancato forse il coraggio di osare e sporcarsi le mani con il materiale in possesso; la volontà di liberarsi da quell’aura perfettina e un po’ patinata che rende questo adattamento accuratamente estetico e debolmente passionale, vezzosamente algido e troppo poco concreto. Anche quando interviene la musica, la scrittura, la voce, il sudore, l’adrenalina dei concerti; il gradino performativo pensato per elevare la serie a docu-biopic musicale ma che risulta piuttosto marpione e davvero poco ambizioso. Ci era riuscita Vynil, la miniserie HBO prodotta da Scorsese e Mick Jagger andata in onda nel 2016 (recuperatela): tutt’altra storia certo, ma lì si che si respirava aria (e colonna sonora) di un decennio “rock” in tutti i sensi.

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