Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao, racconta di come il lutto di William Shakespeare abbia dato origine alla tragedia più celebre di sempre: l’Amleto.
Regina
Spogliati, buon Amleto, di questo colore notturno
e guarda con occhio amico il re di Danimarca.
Non cercar più a ciglia basse, nella polvere,
il tuo nobile padre. È una legge comune:
chi vive deve morire, deve attraversar la natura
per giungere all’eternità.Amleto
Sì, signora, lo so: tocca a tutti.
Regina
E perché dunque
ti sembra una cosa tua particolare?Amleto
Sembra, signora; anzi è: non conosco sembra.
Non è solo il mio mantello tinto d’inchiostro,
né le mie abituali vesti d’un nero solenne,
né i rotti e profondi sospiri, e neppure
il fiume che scorre dagli occhi e la disfatta
espressione del volto, insieme
con tutte le forme, i modi e gli aspetti
della sofferenza; non solo tutto ciò
può veramente rappresentarmi. Coteste, sì,
son cose che sembrano; perché si possono recitare.
Ma io ho qui dentro qualcosa ch’è al di là
d’ogni mostra: il resto non è
che l’ornamento e il vestito del dolore.
Quello che avete appena letto è l’atto primo, scena seconda dell’Amleto, opera di William Shakespeare composta tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Tutti noi conosciamo l’Amleto: qualcuno solo per il titolo, qualcun altro per il celebre dilemma “Essere, o non essere”, e proprio perché ciascuno nel corso della propria vita si è avvicinato a questa tragedia nei modi più disparati, è il caso di partire da una base comune, dalla sua sinossi.
Siamo in Danimarca, e la storia è quella del principe Amleto e dei suoi tentativi di vendetta contro lo zio Claudio, che ha assassinato suo padre per impossessarsi del trono e sposare sua madre. Nello specifico la scena di cui sopra si svolge a corte, nella sala del trono, dove troviamo re Claudio, regina Gertrude e Amleto, che è vestito completamente di nero per simboleggare il lutto nei confronti del padre defunto. È in questo contesto che re Claudio annuncia il suo matrimonio con regina Gertrude. Prima però di spiegare il motivo per cui sono partito proprio da questa scena, vale la pena raccontare cosa ha ispirato Shakespeare a scrivere l’Amleto.
Alle origini dell’Amleto, tra verità e speculazione
La teoria più accreditata sull’origine di questa tragedia è che il personaggio di Amleto sia ispirato ad Amleth, principe danese di cui parla lo storico di epoca medievale Saxo Grammaticus nelle Gesta Danorum. Effettivamente i punti di contatto tra le due opere sono molteplici. L’unica vera differenza è che nella versione di Shakespeare il principe Amleto muore subito dopo lo zio Claudio, mentre in quella di Saxo il personaggio sopravvive e governa il regno di Danimarca.
C’è però un’altra teoria, più speculativa ma potenzialmente più accattivante. Il presupposto di questa teoria è che nell’Inghilterra elisabettiana e negli atti di Stratford, la città natale di Shakespeare, i nomi Hamlet – la versione originale di Amleto – e Hamnet – Amneto, se volessimo tentare una traduzione in italiano – erano considerati intercambiabili. È in base a questa assonanza che nell’Ulisse, la cui prima edizione è stata pubblicata nel 1922, James Joyce espone attraverso il personaggio di Stephen Dedalus l’idea secondo cui Shakespeare scrisse l’Amleto spinto dal dolore per la perdita del figlio, che per l’appunto si chiamava Hamnet e che morì a undici anni a causa della peste.

Ora dobbiamo fare un salto in avanti di più di ottant’anni dalla pubblicazione dell’Ulisse. È il 2004 e il critico letterario e storico statunitense Stephen Greenblatt pubblica sulla rivista The New York Review of Books un articolo intitolato The Death of Hamnet and the Making of Hamlet (La morte di Hamnet e la realizzazione dell’Amleto). Nell’articolo si sostiene che la morte del figlio rappresentò per Shakespeare un trauma devastante che il drammaturgo inglese riuscì a elaborare solo qualche anno più tardi, quando interpretò sul palco il ruolo dello spettro del padre di Amleto (dopo la sua morte, infatti, il padre si palesa ad Amleto sotto forma di spettro per chiedere vendetta al figlio). La modalità di elaborazione del lutto da parte di Shakespeare, secondo Greenblatt, è più o meno questa: nell’Amleto è il padre morto, ossia il defunto re di Danimarca, che parla al figlio vivo, al principe Amleto. Nella realtà, invece, è il padre vivo, William Shakespeare, che continua a parlare al figlio morto, ovvero a Hamnet, attraverso la messa in scena della famosa tragedia.
Hamnet e il paradosso del lutto
È proprio in questa speculazione che si collocano tanto il film di Chloé Zhao, oggi in uscita, quanto il libro di Maggie O’Farrell al quale il film si ispira. Il soggetto sul quale si basano le due opere è il medesimo, ed è quello della famiglia di Shakespeare e in particolare dell’impatto devastante che ebbe la morte per peste del figlio undicenne sui genitori. Più che una comparazione dettagliata tra il libro e il film, è interessante provare a dare una chiave di lettura valida per entrambe le opere, e in questo senso torno alla scena dell’Amleto dalla quale siamo partiti. In quella scena il principe Amleto dice a regina Gertrude che, a causa della morte del padre, sente dentro di sé “qualcosa ch’è al di là d’ogni mostra”, un dolore così profondo che non si può esprimere.
Questa affermazione, collegata al libro di O’Farrell e a film di Zhao, diventa quasi paradossale, perché è vero che tanto il libro quanto il film ci accompagnano nelle profondità di quel dolore inesprimibile, ma lo fanno proprio esprimendo, sfruttando – e qui cito di nuovo l’Amleto – “tutte le forme, i modi e gli aspetti della sofferenza”. Il libro, da questo punto di vista, adotta uno stile immaginifico, tanto che dopo la morte di Hamnet i paragrafi diventano più brevi e in generale la narrazione si frantuma, così come i cuori della famiglia di Shakespare. Nel film, invece, il dolore viene mostrato addirittura attraverso gli abiti: in un’intervista a Harper’s Bazaar, Malgosia Turzanska, la costumista del film, afferma che, sempre dopo la morte di Hamnet, la madre indossa un corpetto che sembra una crosta secca, come se non le fosse rimasto del sangue vivo.
Il paradosso, però, non è solo stilistico, ma anche contenutistico: sia nel libro che nel film, infatti, dopo la scomparsa del figlio, Shakespeare non si chiude nel dolore, non rimane vicino alla moglie, ma torna a Londra per dedicarsi anima e corpo alla messa in scena dell’Amleto. Il drammaturgo inglese, quindi, non concepisce l’elaborazione del lutto in una dimensione privata, all’interno delle mura domestiche, ma in una dimensione pubblica, sul palco di un teatro, tramite l’espressività dell’arte.

Questa scelta da parte di quello che sia nel libro che nel film è il personaggio di Shakespeare, ci spinge a porci una serie di interrogativi: in una società come la nostra, che generalmente privatizza il dolore, che cosa ci insegna un personaggio che sceglie di elaborare il lutto nella dimensione più pubblica possibile? Che cosa ci insegna un personaggio che non si accontenta dei ricordi – spazio della memoria nel quale la maggior parte di noi suggella le vite di coloro che non ci sono più -, ma che trova unicamente nell’arte la possibilità di rendere giustizia alla straordinarietà di vite che si sono concluse?
Né il libro né il film danno risposta a queste domande, ma d’altra parte né i libri né i film hanno il compito di dare risposte: tutt’al più hanno il compito di arricchire le nostre domande, di aiutarci a formularle meglio integrandole con nuovi punti di vista. Questo estratto del libro di Maggie O’Farrell, però, mi sembra un buon punto dal quale ripartire dopo aver goduto della visione del film di Chloé Zhao:
Ogni dono può esserci portato via in qualsiasi momento. Crudeltà e rovina attendono in agguato oltre gli angoli, nei bauli, dietro le porte: possono balzare fuori e aggredire a loro piacimento, come ladri o briganti. Il trucco consiste nel non abbassare mai la guardia. Nel non sentirsi mai al sicuro. Nel non dare mai per scontato che il cuore dei nostri figli batta, che bevano il latte, respirino, camminino, parlino, sorridano, litighino e giochino. Nel non dimenticare mai, neppure per un istante, che potrebbero lasciarci, esserci strappati in men che non si dica, trasportati via come piume.



































