Margaret Qualley e Aubrey Plaza sono protagoniste del secondo capitolo di una trilogia lesbo-noir. Al cinema dal 18 settembre.
Fin dai titoli di testa di Honey Don’t! c’è la polvere di un’America a bordo strada. Sono i detriti dell’immaginario marginale che ha popolato per decenni il cinema dei fratelli Coen, ora in pausa di riflessione artistica uno dall’altro e con in spalla rispettivi nuovi percorsi. Joel nel 2021 s’è dato da fare con un faccia a faccia nientedimeno che con Shakespeare scrivendo e dirigendo The Tragedy of Macbeth, invece Ethan ha optato per un nuovo sodalizio, stavolta con la moglie Tricia Cooke.
È con lei che nel 2024 scrive Drive-Away Dolls, primo capitolo di una trilogia lesbo-(neo)noir con protagonista Margaret Qualley, che torna al centro pure di questo secondo appuntamento che è Honey Don’t!. Presentato in anteprima tra le proiezioni di mezzanotte al Festival di Cannes 2025, è un’opera che conferma però la sensazione di come Ethan si ritrovi a girare spaesato per il museo della sua filmografia passata.
Di cosa parla Honey Don’t!

Tra colli corti, taurini e facce bifolche di una provincia che è un territorio depresso e disperso, Coen e Cooke allestiscono una serpentina in tinta thriller che inizia come faceva Non è un paese per vecchi, forse il grande capolavoro dei Coen Bros. Automobili, deserti, incidenti, qualcuno che vuole qualcosa da qualcun altro. E poi tira dentro un’investigatrice privata (Qualley) che inciampa negli interessi di criminali lasciati nel fuoricampo, mentre in superficie si agitano i tentacoli untuosi di personaggi assurdi come il reverendo erotomane e con le mani in pasta di Chris Evans.
Honey Don’t! è però un noir a metà, che nelle intenzioni del suo tratto noir vuole farsene fino a un certo punto, fosse solo per il suo starsene quasi sempre a scottarsi sotto al sole di giorni tutti uguali. La traccia investigativa è uno spunto per mescolare le carte, per deragliare Honey e l’eterna circolarità di un posto ai confini della relatività temporale.
Ma è anche dalle intenzioni che si deraglia presto, incespicando tra le maglie di un racconto carambolato nei suoi stessi piedi. Il film di Coen vaga infatti in traiettorie gassose e con passo smorzato, impilando uno sull’altro volti ‘da film’ da cui non cattura nulla se non la sterile messa in posa di un mondo che vuole ricreare a immagine e somiglianza di un passato cinematografico.
I resti di un cinema dissolto nelle ombre

Sopra ci mette lo sforzo davvero troppo evidente e davvero troppo poco gustoso di lanciare una strizzata d’occhio alla grana grossa di un cinema in VHS, di una consapevole serie B esagerata negli estremi. Qui finisce per impantanare la richiesta di una recitazione inscatolata in caratteri tonali netti, che siano bassi (Qualley) o che siano alti (Evans, a cui il personaggio del reverendo sta abbastanza scomodo).
Il peccato sta nel pensare che a bastare possa essere l’ungere ogni cosa di idiozia e di un desiderio sessuale bagnaticcio, collante con cui si vorrebbe tenere assieme le sfilacciate trame nel mezzo delle quali Honey Don’t! si trascina a tentoni. Dopotutto a Coen e Cook interessa arrivare all’anima della matrice omoerotica di Honey, che nei suoi girovagare scivola nelle grazie della ruvida poliziotta MG Falcone (Aubrey Plaza).
C’è chimica, c’è anche più sensualità di quanta ce ne fosse in Drive-Away Dolls, la cui vena pulp possedeva un impeto più sciroccato e si concedeva in generale ad un umorismo maggiormente colorato. Ma pure questa pulsazione spacciata come salvifica e disinibitoria è un nulla di fatto, una strada senza sbocco nello spazio compresso nelle distorsioni di un’America tra la timida distopia e l’inefficace parodia.
Sulla scorta di tale imposizione di toni sta davvero poco o nulla, un teatrino di immagini statiche, estratte da un repertorio noto ma mai attivate per creare una dimensione dietro ai flash di dialoghi fiacchi e vignette spente. Dei personaggi dei fratelli Coen sta insomma solo l’ombra proiettata, una scolatura aggrumata a fondo pagina. Allora cosa resta? L’eco di uno sparo a salve che si dissolve nel deserto di un cinema riallestito e mai abitato.
































