Tra lutti, profezie e una guerra che divora innocenti e ideali, House of the Dragon 3 racconta il lato più tragico del potere, mentre Rhaenyra sembra avvicinarsi pericolosamente al destino di Daenerys Targaryen.
Ci sono mondi narrativi dai quali, semplicemente, non si riesce ad andare via. Westeros è uno di questi.
A distanza di anni dalla conclusione de Il Trono di Spade, il fascino dell’universo creato da George R.R. Martin rimane intatto non perché continui a offrirci draghi, battaglie, corone e dinastie, ma perché dietro ogni guerra combattuta per un trono si nasconde sempre qualcosa di terribilmente umano. House of the Dragon lo ha compreso fin dal principio e la sua terza stagione, forse più delle precedenti, porta questa consapevolezza alle estreme conseguenze.
La Danza dei Draghi è ormai guerra aperta. Eppure, arrivati alla fine di questi otto episodi, diventa quasi secondario chiedersi chi abbia vinto una battaglia, chi possieda più draghi o quale fazione sia momentaneamente più vicina al Trono di Spade.
Perché la vera domanda è un’altra: che cosa resta delle persone quando il desiderio di governare diventa più importante delle ragioni per cui avevano iniziato a combattere?
Ed è proprio qui che House of the Dragon 3 ritrova l’anima più autentica dell’universo di Martin.
Da questo momento, la recensione contiene importanti spoiler sulla terza stagione di House of the Dragon.
Non esistono vincitori quando a pagare sono sempre gli innocenti
Per anni House of the Dragon ha alimentato quasi ludicamente la contrapposizione tra Team Black e Team Green. Una semplificazione divertente per il pubblico, molto meno interessante se applicata davvero alla sostanza della storia.
Perché arrivati alla terza stagione diventa sempre più difficile parteggiare fino in fondo per qualcuno. I Neri e i Verdi sono ormai due facce della stessa ossessione. Cambiano le ragioni, cambiano le ferite che rivendicano, cambiano i torti subiti e quelli inflitti. Non cambia il risultato: qualcuno ritiene che il proprio diritto a governare valga più della vita degli altri.
Ed è forse questo il punto in cui House of the Dragon 3 continua a dialogare in maniera sorprendentemente contemporanea con il nostro presente. Le guerre vengono decise nelle stanze del potere, ma combattute e pagate da chi in quelle stanze non entrerà mai. I sovrani discutono di successioni, profezie, sangue e legittimità; fuori dai palazzi, la gente muore.
George R.R. Martin non ha mai raccontato veramente la guerra come un’avventura. L’ha raccontata come una macchina che trasforma le ambizioni di pochi nelle tragedie di molti. E in questa stagione la morte sembra accanirsi proprio contro coloro che meno appartenevano a quella logica.
Jacaerys Velaryon e Helaena Targaryen sono forse le due perdite che meglio raccontano questa idea. Due personaggi profondamente diversi eppure accomunati da una qualità sempre più rara a Westeros: conservavano ancora qualcosa che il potere non era riuscito completamente a divorare.
Jacaerys rappresentava la possibilità di un futuro. Non soltanto per Rhaenyra, ma per la dinastia stessa. Era un giovane costretto a diventare adulto dentro una guerra ereditata dagli errori dei genitori, e proprio per questo la sua morte possiede un peso che supera quello strategico. Con lui non muore soltanto un figlio. Muore un’ipotesi.
Helaena, invece, è sempre appartenuta a un’altra dimensione. Phia Saban ne ha fatto una creatura fragile senza renderla mai debole, distante senza renderla vuota. Helaena vede ciò che gli altri non possono vedere e, paradossalmente, proprio questa capacità la rende la persona meno adatta a sopravvivere in un mondo nel quale tutti preferiscono ignorare le conseguenze delle proprie azioni.
La sua morte è uno dei momenti più dolorosi della stagione perché sembra sancire definitivamente la scomparsa dell’innocenza da questa storia. Helaena comprende troppo, sente troppo e appartiene troppo poco alla guerra che gli altri hanno costruito attorno a lei. In un universo dominato da persone convinte di poter controllare il futuro, lei è l’unica che il futuro sembra conoscerlo davvero. E forse proprio per questo non riesce più a sopportarlo.

Alicent e Aegon: i Verdi perdono terreno, ma Olivia Cooke e Tom Glynn-Carney conquistano la stagione
Se sul piano politico il fronte dei Verdi attraversa una progressiva battuta d’arresto, sul piano interpretativo accade quasi l’opposto. Olivia Cooke e Tom Glynn-Carney sono straordinari.
L’Alicent di Cooke è ormai lontanissima dalla giovane donna che avevamo conosciuto all’inizio della serie. È una donna che osserva il sistema al quale ha sacrificato gran parte della propria esistenza rivoltarsi contro di lei. Ha rispettato le regole, difeso la famiglia, interiorizzato doveri e convenzioni, partecipando però alla costruzione della stessa gabbia che ora la imprigiona.
Cooke lavora magnificamente sulle contraddizioni del personaggio. Alicent ama, giudica, teme, manipola, si pente. Talvolta tutto nello spazio della stessa scena. Ed è proprio questa incoerenza emotiva a renderla profondamente umana.
Poi c’è Aegon. Tom Glynn-Carney continua a compiere qualcosa di ancora più difficile: costringerci a guardare un personaggio che sarebbe facilissimo detestare e a riconoscere, sotto tutto ciò che ha fatto, un essere umano devastato. Aegon non diventa improvvisamente buono – sarebbe una scorciatoia narrativa imperdonabile – diventa però sempre più tragico (e a tratti comico).
Il corpo martoriato, l’umiliazione, il rapporto con Aemond, la perdita dei figli e la consapevolezza di essere stato trasformato in un sovrano senza averne mai realmente posseduto la statura costruiscono un personaggio nel quale convivono mostruosità e vulnerabilità. Ed è precisamente in questa zona moralmente scomoda che House of the Dragon 3 dà il meglio di sé.
Tutto questo rende ancora più evidente l’assenza lasciata da Viserys. Il suo regno non era perfetto e molte delle radici della guerra nascono proprio dalla sua incapacità di affrontare fino in fondo le tensioni della propria famiglia. Eppure Viserys apparteneva a una concezione quasi opposta del potere: governare significava preservare un equilibrio. Dopo di lui, governare significa possedere, ed è una differenza enorme.
La scelta della distribuzione settimanale valorizza ulteriormente questa lenta decomposizione. Un episodio alla settimana permette agli eventi di sedimentare, alle morti di pesare, ai silenzi di continuare a esistere anche dopo i titoli di coda. House of the Dragon 3 non è una serie che dovrebbe essere divorata: e una stagione che, semmai, divora lentamente chi la guarda. Il binge watching rischierebbe di trasformare la tragedia in accumulo. E la serialità settimanale restituisce invece alla storia il tempo della tragedia: attesa, conseguenza, elaborazione.
Rhaenyra come Daenerys: quando una profezia diventa una condanna
È soprattutto attraverso Rhaenyra che la terza stagione di House of the Dragon compie il suo passaggio più inquietante. Emma D’Arcy continua a interpretarla con una compostezza quasi sacrale, lasciando però affiorare, gesto dopo gesto, una trasformazione sempre più difficile da ignorare. La Rhaenyra che avevamo conosciuto combatteva perché convinta di essere stata privata di qualcosa che le spettava: il trono promessole da Viserys, il riconoscimento della propria legittimità, il diritto di succedere al padre in un mondo disposto ad accettare molto più facilmente un uomo incapace che una donna al comando. La Rhaenyra che emerge da questa stagione, invece, sembra progressivamente persuadersi che governare non sia più soltanto un suo diritto, ma una necessità e, soprattutto, un destino.
È proprio qui che il parallelismo con Daenerys Targaryen diventa inevitabile. Non perché le loro parabole siano sovrapponibili, né perché House of the Dragon stia semplicemente riproponendo un percorso già visto in Game of Thrones, ma perché entrambe sembrano cadere nella medesima, pericolosissima trappola: confondere ciò che desiderano con ciò che credono di essere state chiamate a compiere. È una differenza sottile, eppure decisiva. Nel momento in cui un sovrano smette di domandarsi se abbia ancora il diritto morale di agire e comincia a convincersi di doverlo fare perché soltanto lui può portare a termine una missione superiore, il potere smette di essere uno strumento e diventa una forma di fede.
Per Rhaenyra questo processo è reso ancora più complesso dal peso della profezia trasmessale da Viserys. Il sogno di Aegon il Conquistatore, il Principe che fu Promesso, la minaccia destinata ad arrivare dal Nord e la convinzione che sul Trono debba sedere un Targaryen capace di tenere unito il regno nascono come una responsabilità, quasi come un fardello da custodire. Con il procedere della guerra, però, quella stessa responsabilità rischia di trasformarsi in una giustificazione. Se Rhaenyra è davvero parte di un disegno più grande, ogni sacrificio può iniziare ad apparire necessario; ogni compromesso può essere accettato; persino la violenza può assumere i contorni rassicuranti di un prezzo inevitabile da pagare per qualcosa di superiore.
È un terreno che conosciamo bene. Daenerys aveva cominciato il proprio viaggio spezzando catene, liberando schiavi e opponendosi a sistemi costruiti sulla sopraffazione. Rhaenyra ha iniziato rivendicando il diritto di una donna a ereditare ciò che suo padre le aveva promesso, opponendosi a un ordine politico che pretendeva di cancellare la volontà di Viserys nel momento stesso della sua morte. Entrambe, dunque, partono da ragioni nelle quali è possibile credere e persino riconoscere un principio di giustizia. Ma l’universo di George R.R. Martin ci ha insegnato proprio questo: avere ragione non significa necessariamente rimanere giusti, soprattutto quando nessuno possiede più l’autorità necessaria per mettere in discussione le nostre convinzioni.
È questa ambiguità a rendere Rhaenyra uno dei personaggi più affascinanti della stagione. Non assistiamo a un’improvvisa trasformazione in tiranna, né sarebbe interessante ridurre il suo percorso a una semplice caduta morale. Assistiamo piuttosto all’erosione graduale del confine tra la donna e la sovrana, tra la sua causa personale e ciò che lei considera il bene del regno. Più perde, più sembra aggrapparsi alla convinzione che quelle perdite debbano avere avuto uno scopo; e più alto diventa il prezzo pagato per il Trono, più difficile diventa immaginare di poter rinunciare a conquistarlo. È uno dei meccanismi più crudeli della guerra: continuare a combattere anche perché fermarsi significherebbe ammettere che chi è morto potrebbe essere morto invano.
La morte di Jacaerys rende questa deriva ancora più dolorosa. Rhaenyra non perde soltanto un figlio, ma una parte fondamentale del futuro che immaginava di costruire. Il dolore personale si sovrappone così alla responsabilità politica fino a renderle quasi indistinguibili, e la guerra smette definitivamente di essere soltanto una contesa dinastica. Diventa qualcosa di intimo, una ferita che pretende una risposta e che rischia di trasformare la ricerca della giustizia in bisogno di compensazione. È precisamente quando il lutto incontra un potere quasi assoluto che House of the Dragon diventa più spaventosa, perché nessun drago è pericoloso quanto una persona convinta che la propria sofferenza le conceda il diritto di decidere quella degli altri.
Per questo, alla fine della terza stagione, Rhaenyra sembra avvicinarsi pericolosamente alla stessa disfatta che abbiamo già osservato in Daenerys. Non perché sia già diventata ciò che Daenerys sarebbe stata alla fine del proprio viaggio, ma perché comincia a condividere con lei una convinzione fatale: l’idea che il proprio destino personale coincida necessariamente con quello del mondo. Quando accade, persino gli ideali più nobili possono trasformarsi in alibi e il desiderio di costruire qualcosa di migliore può finire per giustificare la distruzione di tutto ciò che vi si oppone.
La tragedia è resa ancora più potente dal fatto che noi spettatori conosciamo già il futuro. Sappiamo che questa guerra non costruirà davvero nulla. Conosciamo ciò che resterà della Casa Targaryen, sappiamo quale prezzo verrà pagato e sappiamo che i draghi, simbolo stesso della superiorità della dinastia, saranno quasi completamente cancellati dalla storia. Sappiamo anche che, quasi due secoli più tardi, un’altra giovane donna dai capelli d’argento attraverserà il mondo convinta di dover riconquistare ciò che apparteneva alla propria famiglia. È come se la storia dei Targaryen fosse condannata a ripetersi, non negli eventi ma nelle ossessioni, tramandando insieme al sangue anche l’incapacità di distinguere il destino dal desiderio.
Ed è forse per questo che continuiamo a essere così irresistibilmente attratti da Westeros. House of the Dragon, proprio come Game of Thrones, non parla davvero di draghi, profezie o troni. Parla di famiglie incapaci di perdonarsi, di genitori che consegnano ai figli conflitti che non hanno iniziato, di persone che trasformano il dolore in diritto, il diritto in ossessione e l’ossessione in violenza. Racconta soprattutto quanto sia facile dichiarare necessaria una guerra quando a pagarne il prezzo saranno altri, mentre chi l’ha voluta continua a discutere di legittimità, successioni e grandi destini.
Alla fine, dunque, la contrapposizione tra Team Black e Team Green perde quasi completamente il suo significato. Possiamo comprendere le ragioni dell’una o dell’altra fazione, affezionarci ai loro protagonisti e desiderare che alcuni di loro prevalgano, ma diventa sempre più difficile parlare di una vera vittoria. È proprio questa amarezza a rendere così efficace la terza stagione: mentre tutti continuano a domandarsi chi riuscirà infine a sedersi sul Trono di Spade, House of the Dragon torna alla domanda che ha sempre attraversato il miglior racconto di George R.R. Martin. Non chi conquisterà il potere, ma che cosa resterà di loro quando finalmente lo avranno ottenuto.


































