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hunger games la ballata del serpente e dell'usignolo recensione film
Alessio Zuccari

Hunger Games - La ballata dell'usignolo e del serpente: recensione del nuovo film della saga

Tags: hunger games - la ballata dell'usignolo e del serpente, rachel zegler, tom blyth
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Alessio Zuccari

Hunger Games - La ballata dell'usignolo e del serpente: recensione del nuovo film della saga

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Gli Hunger Games tornano in un prequel che racconta la storia giovanile di Coriolanus Snow, il futuro e tirannico presidente di Panem.

C’è da dire subito che non era compito semplice quello fatto stringere nelle mani ad Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente. Viviamo in un’epoca del rimpasto narrativo ad ogni costo, tra sequel, prequel, spin-off, remake, reboot di storie anche insospettabili. Non per questo tornare a quasi dieci anni di distanza da un capitolo conclusivo che aveva chiuso in diminuendo l’impatto di una saga con un suo pubblico e una sua generazione affezionata è impresa più semplice, tutt’altro.

Anzi, riaffacciarsi nelle terre di Panem e non trovare la bussola del racconto (o un pubblico ideale, ma su quello poi si vedrà) era una concreta insidia dietro l’angolo. Fosse solo per la genesi del nuovo appuntamento di un franchise reso celebre dalla combattiva Katniss Everdeen, annunciato in produzione ancor prima che uscisse l’omonimo romanzo di Suzanne Collins del quale si sarebbe posto poi ad adattamento. Ebbene, stupisce allora la solidità con la quale Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente prende per mano l’odiabile presidente Coriolanus Snow (ai tempi Donald Sutherland) e ne narra la violenta ascesa al potere.

La trama di Hunger Games – La ballata del serpente e dell’usignolo

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Photo Credits: NOTORIOUS Pictures

Il film, dove in regia torna il fedele Francis Lawrence – al timone di tutte le pellicole precedenti tranne che la prima -, riavvolge le fila del tempo e viaggia a ritroso di molti decenni rispetto al primo incontro fatto con l’eroina interpretata da Jennifer Lawrence. Si apre in una Capitol City in macerie, devastata dalla guerra con i ribelli dei distretti. In queste strade martoriate dal conflitto si aggirano in cerca di cibo i due piccoli Coriolanus e Tigris, figli del decaduto generale Snow. In qualche modo sopravvivono, ma quando tempo dopo Capitol City si risolleva, il nome della famiglia non conta più nulla.

Coriolanus (Tom Blyth) è però uno studente brillante e risoluto, convinto anche dal costante incoraggiamento di Tigris (Hunter Schafer) di poter riscattare l’onore degli Snow. Così non si perde d’animo nemmeno nel momento in cui qualcuno gli rema contro (il decano Highbottom di Peter Dinklage) e quando gli è negato un premio che gli avrebbe consentito di proseguire gli studi e la scalata sociale.

Si ritrova invischiato in una nuova versione degli Hunger Games, immaginata dalla dottoressa Volumnia Gaul (Viola Davis) per rialzare gli ascolti dell’evento che colano a picco. Qui vede un’opportunità per mettersi in luce: dovrà infatti fare da mentore a un tributo, Lucy Gray (Rachel Zegler) del Distretto 12, e per Coriolanus questo sarà il modo di capire per quale parte del mondo fiancheggiare.

L’inclinatura morale di un protagonista scomodo

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Photo Credits: NOTORIOUS Pictures

Ed è sempre un terreno scivoloso quello su cui si raccontano motivazioni e aspirazioni dei villain. È tendenza degli ultimi anni, soprattutto nei blockbuster, a non renderli mali assoluti. Spesso hanno un background traumatico, oppure devono assolvere a un compito per vendetta o per una loro distorta forma di nobiltà. Insomma, sono, seppur nel recinto della relatività, giustificati.

Hunger Games – La ballata del serpente e dell’usignolo in primo acchito pare non fare eccezione a questa consolidata prassi. C’è tutto quello elencato poc’anzi. Ma la sceneggiatura di Michael Lesslie e Michael Arndt riesce nell’intento nient’affatto semplice di schivare l’empatia ad ogni costo. Coriolanus è il protagonista con il quale il film ci stringe gomito a gomito per oltre due ore e mezza, ma è anche un individuo spregevole. Non lo è subito in maniera schietta, certo. Ma presto si intravedono i germi della sua malvagità, gli uncini nascosti ai bordi della bocca, l’ambizione egotica.

Questa percezione è messa sotto il naso dello spettatore sin dai primi minuti, anche se incensata tra il valore familiare e quella che poi sarà la scoperta di un amore anche lì sempre ambiguo e sbilenco. Bravo è sicuramente Blythe nel rendere nella sua performance l’inclinatura interiore di Coriolanus, cui ogni azione all’apparenza di valore corrisponde sempre una certa ammaccatura morale.

L’altro peso della bilancia di un film cupo

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Photo Credits: NOTORIOUS Pictures

Allora si capisce quanto funzioni ottimamente l’altro peso della bilancia del film. Nel fiutare il veleno del protagonista si cerca in maniera molto fluida il vero terminale d’empatia, che ricade sull’estrosa gitana Lucy Gray. Il magnetismo di Zegler, che canta e sfida la camera del film e di Capitol City con un trasporto più che convincente, si allaccia alla vicenda di Coriolanus con un rapporto che forse scade nella love story con un pizzico di eccessiva rapidità, senza tuttavia compromettere gli equilibri generali. Tra i due interpreti c’è alchimia, Lawrence sa come valorizzarla e porla a traino di questo gioco al massacro.

Hunger Games – La ballata del serpente e dell’usignolo è in fondo un’epopea in tutto e per tutto, a partire dal suo essere scandito in tre parti sulle quali si sarebbero potuti realizzare altrettanti capitoli cinematografici e che invece trovano qui una forma compiuta e sufficiente. Qualcosa è sacrificato: ad esempio è un peccato che sia più a parole che nei fatti il reinventare gli Hunger Games come uno show, tra interviste e presentazioni a un pubblico da riaffezionare alla barbarie, in nome dell’idea della teatralità come strumento di controllo e terrore. Ma qualcos’altro, come il terzo atto, si prende uno spazio e un tono che ripensa i modi in cui discutere la cupezza di un’opera che nel complesso è anche piuttosto cruenta.

Dopotutto la spietatezza di Capitol City aleggia come principio e come fine della parabola giovanile del futuro presidente Snow. La sfida di narrare la sua discesa nell’oscurità poteva rischiare di adagiarsi su di una presentazione più conciliante, meno biasimabile o semplicemente più comprensibile. Hunger Games – La ballata del serpente e dell’usignolo lavora invece con efficacia sopra gli spigoli di questa figura, rendendo, per una volta, scomoda anche la poltrona.

Guarda il trailer italiano di Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente:

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