Arriva al cinema dal 23 luglio la pellicola diretta da Matt Shakman che vede l’atteso ritorno di uno dei team più iconici del mondo Marvel.
Per essere un film che dichiara il suo rispondere al concetto di famiglia, del senso di famiglia ne I Fantastici 4 Gli inizi c’è davvero una traccia misera. La famiglia c’è di fatto, con Reed Richards (Pedro Pascal), Sue (Vanessa Kirby) e Johnny Storm (Joseph Quinn), Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach), il gruppo di quattro amici e compagni scopertisi con superpoteri dopo una missione nello spazio andata non proprio come previsto. E ora questi quattro optimes dell’umanità sono i protettori della Terra 828, guardiani del sogno americano reimmaginato in un rassicurante e colorato retrofuturismo anni Sessanta.
Non c’è molto da aggiungere, l’origin story è quella e la conosciamo. Ce lo dice il film stesso diretto da Matt Shakman, che comincia già dentro le cose, già dentro la carriera superomistica del gruppo e che, al 37esimo capitolo del Marvel Cinematic Universe e primo della Fase Sei della Saga del Multiverso, dà per assodato l’assorbimento di quel capitale narrativo di partenza da parte dello spettatore-fan. Un po’ alla maniera del Superman di James Gunn, per intenderci. Vien da chiedersi: ma allora che “inizi” sono? Vabè.
Cosa c’è nel mondo de I Fantastici 4 Gli inizi

Sempre in eco a Superman, I Fantastici 4 Gli inizi piglia pure l’idea di un’aderenza allo stile originario dei fumetti. Nell’estetica, nel tono. Scelta che aiuta a collocarlo lì dove si pensava sarebbe stato e dove in effetti sta, tra lo standalone e l’inserimento nella continuità narrativa del MCU (ma forse per quella tocca aspettare l’immancabile croce delle scene post credit), permettendogli allo stesso tempo di intercettare certe note naif senza scontare – troppo – lo scotto dello sciocco.
Ad architrave del tutto rimane quindi l’esser famiglia. Dei pochi: l’essere famiglia dei quattro, con l’ansia di Sue e in particolare di Reed, supergenio in complesso di inadeguatezza, di divenire genitori di un bambino che non si sa se e quale mutazione prenderà dai due. Dei tanti: l’essere famiglia della Terra, tra il glamour dei talk-show serali e l’imperativo del proteggere un’umanità che però resta davvero tanto fuori i bordi del film – non c’è mai reale percezione di quanto ascendente questi personaggi abbiano sulle sorti e sui giudizi dell’uomo qualunque che guarda la TV e vede cascarsi palazzi addosso.
Ma questa componente familiare si sfalda lì dove dovrebbero porsi i suoi presupposti fondamentali. Cioè nella povertà di dinamica interna, nella rigidità posturale con cui sono caratterizzate le interazioni tra i protagonisti, nella pigrizia di una buffoneria umoristica mai di piglio. È palpabile la mancanza di chimica (il doppiaggio italiano non aiuta affatto), che raffredda un’emozione su cui a stampella di sostegno interviene in più di un frangente la colonna musicale di Michael Giacchino e che non riesce mai a far germogliare il sentimento di un credibile intimismo.
Per di più: ha dell’incredibile, ma il cast boccheggia in cerca di ossigeno per i personaggi. Su tutti Pascal, scelto per il repertorio divistico-interpretativo del daddy contemporaneo, eppure in perenne spaesamento rispetto allo spaesamento del suo Mr. Fantastic. Del team, di estrazione sostanzialmente seriale, non sa bene che farne nemmeno Shakman, che proviene dall’esperienza Marvel di WandaVision e nelle intenzioni sta dietro la macchina da presa per ricreare una dinamica tra la sit-com e il calore casalingo che non gli riesce mai.
Un film fiacco e non riuscito

Molti dei problemi de I Fantastici 4 Gli inizi – che no, non è un buon film; al più medio – stanno in seno insomma a una sceneggiatura (Josh Friedman, Eric Pearson, Jeff Kaplan, Ian Springer) maneggiata al ribasso. Che come grande villain sceglie poi Galactus (Ralph Ineson), divoratore di mondi interessato a cibarsi della Terra su annuncio del suo araldo Shalla-Ball a.k.a. Silver Surfer (Julia Garner; altro capitale sottoutilizzato e stereotipato).
“Un dio, un essere imperscrutabile”, il cui terrore cosmico è ridotto dalla pellicola a pagliuzza stellare. Quanti ne abbiamo visti così in questo corso post Endgame? Minacce intergalatattiche affastellate nelle pieghe di un MCU in peccato di bulimia divino-narrativa, dove le implicazioni legate alla presenza di così tanti e ‘definitivi’ personaggi hanno incrinato irrimediabilmente una coerenza narrativa interna sempre più precaria. Allora che si fa? Si tende ad allontanarli alla maniera stessa dei fumetti, lasciandoli lì da qualche parte per un futuro, o forse no, avvenire. Solo che nell’ambito di un progetto editoriale cinematografico, che considera al suo interno molte meno storie e nasconde le cose con molta più fatica, è una formula in rimedio che sa di pasticcio, di impantanamento, di cattiva calibrazione.
Il rapido andare e venire nello spazio dei Fantastici 4 – dove in un’ennesima occasione si ribadisce quanto Interstellar abbia fatto scuola visiva, centrale nell’immaginare la sci-fi al cinema con buchi neri e curve nel tempo – non basta a discutere il terrore dell’ignoto personale e collettivo. Tra coprifuoco energetico, sforzo di cooperazione globale, richiesta d’aiuto ad ex nemici (Paul Walter-Hauser), di fronte all’arrivo di Galactus si sciupa inspiegabilmente ogni senso d’urgenza.
In I Fantastici 4 Gli inizi non si ha percezione di ciò che sta al di fuori (di quel mondo lì da proteggere di cui già si è detto), che stia realmente accadendo qualcosa e che ci sia una posta in gioco. Quest’ultima avvertita e lasciata risuonare solo come tiepida estensione dei timori – ancora – familiari. Come a dire: basta l’evidenza. Così siamo però nell’ambito della scusante, del mettere la pezza e dell’accontentarsi di una sempre più assodata pochezza di scrittura, di una scarsa profondità di sguardo sulle cose.
Dopo aver avuto dalla Marvel il meglio del meglio dell’intrattenimento pop contemporaneo, non è forse ingiusto il pensiero che siamo noi a doverci a questo punto accontentare? Non è ingordigia, è solo disperato desiderio di uno standard. Forse non più replicabile e che oggi, quando si doveva iniziare di nuovo, appare invece più distante che mai.

































