Da Miranda Priestly al ritorno di Andy Sachs: tutto dalla conferenza stampa globale del film evento dell’anno. Al cinema dal 29 aprile.
A vent’anni da quel telefono lanciato in una fontana — gesto simbolico di una liberazione che ha segnato un’intera generazione — Il Diavolo Veste Prada 2 torna a farsi racconto, ma soprattutto interrogazione. Non tanto su ciò che è stato, quanto su ciò che è diventato. Ed è proprio da questa consapevolezza che si apre la conferenza stampa globale, con un cast che appare perfettamente conscio del peso culturale dell’operazione, ma anche della sua necessità.
“Volevamo ripartire da lì”, racconta uno dei protagonisti, riferendosi al finale del primo film, “da quando Andrea ha buttato il telefono e scoprire cosa fosse successo nei vent’anni successivi, se avesse mantenuto intatti i suoi scrupoli”. Una dichiarazione che, più di qualsiasi sinossi ufficiale, definisce il cuore del sequel: non un ritorno nostalgico, ma un’indagine sul tempo e sulle scelte.
Vent’anni dopo: un mondo completamente diverso
Se il primo Il Diavolo Veste Prada era figlio di un’epoca ancora analogica, il sequel nasce in un contesto radicalmente trasformato. “L’iPhone è stato inventato l’anno dopo il primo film”, viene ricordato durante l’incontro, quasi a sottolineare quanto quel mondo sia ormai lontano. Una frase apparentemente semplice, ma che racchiude un cambio di paradigma totale.
Il nuovo film si muove infatti in un ecosistema dominato da social media, intelligenza artificiale e una ridefinizione costante delle gerarchie. “Il mondo del giornalismo è completamente diverso oggi, così come quello della moda”, viene sottolineato, con un riferimento esplicito al ruolo di piattaforme digitali e nuove forme di potere. Non è più solo una questione di riviste e redazioni, ma di influenza diffusa, liquida, spesso incontrollabile.
È proprio in questo scenario che i personaggi vengono reinseriti, mantenendo “le stesse personalità e predisposizioni”, ma costretti a confrontarsi con regole completamente nuove. Un’operazione che, nelle intenzioni, vuole riflettere la difficoltà contemporanea di “navigare il futuro”, un’espressione che riecheggia più volte durante la conferenza.
Il peso del ritorno: tra aspettative e responsabilità
Tornare in un universo così iconico non è stato semplice, e il cast non lo nasconde. “Il primo film ha avuto un tale successo che vuoi essere sicuro di fare di nuovo il miglior lavoro possibile”, viene ammesso con una sincerità disarmante. Non si tratta solo di interpretare un ruolo, ma di confrontarsi con un’eredità.
La difficoltà principale? “Rimanere fedeli al tono del film e al personaggio”, senza cadere nella caricatura o nella semplice ripetizione. Un equilibrio delicato, che passa anche attraverso dettagli apparentemente banali, come le famigerate scarpe col tacco, ancora oggi citate come una delle sfide più concrete sul set, ma che nasconde una questione più profonda: come essere gli stessi, in un mondo che non lo è più.
Andy Sachs: successo, potere e compromesso
Uno dei percorsi più interessanti emersi durante la conferenza è quello di Andrea Sachs. Non più la ragazza inesperta che cercava di sopravvivere a Runway, ma una donna affermata, che ha scelto il giornalismo investigativo e ha costruito una carriera solida.
“È diventata esattamente ciò che voleva essere”, viene raccontato, “una giornalista seria, ha vinto premi, ha avuto successo”. Eppure, il suo arco narrativo non si esaurisce qui. Anzi, è proprio il successo a generare una nuova crisi.
“Vuole continuare a scrivere storie o diventare qualcuno che plasma il pensiero?”, è la domanda che definisce il personaggio nel sequel. Una riflessione che introduce il tema centrale del film: la relazione tra crescita e compromesso. “Crescere e scendere a compromessi sono la stessa cosa?”, si chiede apertamente, lasciando intendere che il film non offrirà risposte semplici. Il ritorno nel mondo di Runway diventa così una scelta ambigua, sospesa tra opportunità e rischio, tra ambizione e perdita di identità.
Miranda Priestly: il potere messo in discussione
Se Andy rappresenta il dubbio, Miranda Priestly resta il simbolo del potere. Ma anche qui, il sequel introduce una variazione significativa. “Questa volta è in pericolo di perdere il controllo”, viene rivelato durante la conferenza, segnando un cambiamento fondamentale rispetto al primo film.
Miranda non è più semplicemente la figura dominante che osserva e giudica dall’alto, ma una donna che deve confrontarsi con un sistema che sfugge alle sue regole. “Deve imparare a scendere a compromessi”, viene detto, sottolineando quanto questo concetto sia estraneo alla sua natura.
Eppure, è proprio in questa tensione che il personaggio acquista una nuova profondità. Viene ricordato come, già nel primo film, si intravedesse “il suo amore per ciò che fa”, non solo come esercizio di potere, ma come “ricerca della bellezza e celebrazione dell’eccellenza”. Un elemento che qui torna centrale, trasformando Miranda in una sorta di custode culturale, impegnata a difendere un’idea di moda che rischia di scomparire.
Emily Charlton: l’ambizione non cambia, si evolve
Tra i personaggi più amati, Emily Charlton emerge come uno dei più coerenti, e forse per questo più spietati, nel suo percorso. “Ora è in una posizione di potere e ama esercitarlo su chiunque”, viene detto senza mezzi termini.
La sua evoluzione è paradossale: è cresciuta professionalmente, ma “a livello umano forse è persino regredita”. Un’affermazione che restituisce tutta la complessità del personaggio, ancora “affamato, insicuro e disperatamente desideroso di essere considerato iconico”. Il passaggio al retail viene presentato come una scelta strategica, “la via più sicura verso il dominio”, ma non cambia la sua essenza. Emily resta Emily, con la stessa ironia tagliente e la stessa tensione costante verso il riconoscimento.

La moda: tra spettacolo e sovraesposizione
Se c’è un elemento che il sequel sembra voler amplificare, è il rapporto con la moda. Durante la conferenza, si è parlato apertamente della volontà di creare una sequenza memorabile, una sorta di equivalente fashion di un’esplosione cinematografica.
“Abbiamo pensato a una grande sequenza a Milano, qualcosa che fosse una vera e propria extravaganza”, viene raccontato, sottolineando il desiderio di offrire al pubblico qualcosa che non ha ancora visto. Una risposta diretta a un problema molto contemporaneo: la sovraesposizione.
“Molti costumi erano già online mentre giravamo”, viene spiegato, “e venivano analizzati prima ancora che il film uscisse”. Un dettaglio che racconta perfettamente il presente, in cui l’anticipazione rischia di svuotare l’effetto sorpresa. La soluzione? Creare qualcosa di inedito, protetto, capace di restituire allo spettatore quel senso di meraviglia che il primo film aveva saputo costruire. “È come dare una caramella al pubblico”, viene detto con una semplicità disarmante, ma estremamente efficace.
Perché tornare proprio adesso
La domanda inevitabile — perché tornare dopo vent’anni — trova una risposta sorprendentemente lucida. “Il momento non potrebbe essere migliore”, viene dichiarato, con un riferimento diretto ai cambiamenti globali che hanno investito sia la moda che il giornalismo.
“Il mondo sembra sotto assedio”, si dice, e proprio per questo le condizioni sono mature per riportare insieme questi due universi. Non si tratta solo di un sequel, ma di una riflessione sul presente, costruita attraverso personaggi che conosciamo bene, ma che devono imparare a muoversi in un contesto completamente nuovo. E poi, con una sincerità quasi disarmante, arriva la risposta più semplice di tutte: “Meryl ha detto sì”. E, a volte, basta davvero questo.
Tra ironia e consapevolezza
Non manca, naturalmente, l’ironia. Dalle battute sugli outfit “recensiti online prima ancora di essere indossati”, fino alla decisione di alcuni membri del cast di indossare sempre gli stessi abiti per evitare commenti indesiderati, la conferenza restituisce anche il lato più leggero del progetto. Ma sotto questa superficie si percepisce una consapevolezza profonda: tornare in questo mondo significa confrontarsi con aspettative enormi, con un pubblico che conosce ogni dettaglio del primo film e che non sarà facilmente conquistato. Eppure, proprio questa sfida sembra essere il motore del sequel. Non replicare, ma reinventare. Non imitare, ma evolvere.
Perché, in fondo, Il Diavolo Veste Prada non è mai stato solo una storia di moda. È sempre stato un racconto sul potere, sull’identità e sulle scelte che facciamo. E oggi, a vent’anni di distanza, quelle domande sono ancora più urgenti.
È tutto.

































