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In nome del cielo: recensione della serie tv crime con Andrew Garfield
Cristiana Puntoriero

In nome del cielo: recensione della serie tv crime con Andrew Garfield

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Andrew Garfield è il protagonista di In Nome del Cielo, serie crime disponibile su Disney+ STAR

Non è la prima volta che la tv americana si occupa del mormonismo e dei suoi devastanti effetti su chi, tutt’oggi come oltre due secoli fa, continua a decifrarla e a praticarla con un certo fervore ed estremismo religioso. Basti pensare al drama sul matrimonio poligamo con Bill Paxton e Chloe Sevigny Big Love, andato in onda su HBO dal 2006 per cinque stagioni; alla docu-serie sui misteri dei testi sacri e sugli attentati collegati all’ambiente fondamentalista Omicidio tra i Mormoni e, ultima solo in ordine cronologico, all’agghiacciante documentario Netflix Keep Sweet – Pregare e obbedire, racconto sull’ascesa e caduta di Warren Jeffs, leader spirituale della setta poligama dei mormoni FLDS, accusato e condannato nel 2007 per violenza sessuale ai danni di alcune minorenni.

Under the banner of heaven, tradotto per l’Italia con In nome del cielo, non fa altro che aggiungere un ulteriore tassello a un mosaico narrativo e antropologico che p(ro)one una rilettura necessaria sui limiti e le insidie della dottrina fondata da Joseph Smith nella prima metà dell’Ottocento, adattando per lo schermo il libro omonimo di Jon Krauker, best-seller nel quale l’autore di Into the Wild ricostruisce la vicenda della famiglia LDS dei Lafferty, in particolare il lungo decorso psicologico e appunto fondamentalista che nel 1984 portò alcuni dei membri della numerosa discendenza ad uccidere la giovane cognata Brenda, qui luminosamente interpretata da Daisy Edgar-Jones, e la figlia Erica di appena 15 mesi.

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Photo Credits: Disney+

Aggiunti nella versione televisiva dal suo creatore e sceneggiatore Dustin Lance Black, ai detective Jeb Pyre (Garfield) e al suo collega Bill Taba (Gil Birmingham) viene a fini fittizi affidato il suddetto caso, a seguito dello sconcertante ritrovamento dei due corpi e dall’efferatezza con cui è stato commesso il duplice omicidio. Parallelamente all’esplorazione dell’identikit del (o dei) responsabili e con un approccio profondamente interiore e quasi dannato rispetto all’ateo collega, la fede granitica dell’investigatore interpretato da un calatissimo Andrew Garfield, qui al suo debutto in una serie, inizierà a vacillare mettendo in dubbio i precetti e le credenze alle quali per una vita intera sembrava essersi affidato, e scoprendo, forse con una certa incredulità vista la professione svolta, dell’esistenza del Male quale motore scatenante della duplice essenza di ogni essere vivente.

Tornando indietro nel tempo, ricostruendo tramite doppio flashback la genesi storica del mormonismo con Smith e sua moglie Emma e intrecciandole a quelle dei sei figli Lafferty e delle premesse che portarono poi allo spargimento di sangue, In nome del cielo sembra prefiggersi l’obiettivo di gettare una luce sul fondamentalismo e sui rapporti diseguali di potere fra uomini e donne, o meglio fra mariti, detentori del sacerdozio e delle mogli, ridotte a strumenti di sudditanza e  di procreazione, uccise e punite, come accaduto alla vera Brenda, non appena osano superare i netti confini dei ruoli dettati dall’alto mettendo il naso dove non le compete.

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Photo Credits: Disney+

Tuttavia, questa scelta storiografica di aggiungere lunghi spezzoni da costume drama relativi ai conflitti, ai massacri, alle visioni e alle persecuzioni di Joseph Smith non ripagano neppure lo spettatore che ne vuole sapere di più, appesantendo la visione e la fruizione di una storia già dura e gravosa per sé, ed entrando spesso nel racconto quasi a voler spiegare con perizia cronologica il concepimento e la diffusione dell’indottrinamento mormonico. Avrebbe infatti giovato una minor enfatizzazione profetica anche nelle seppur buone performance dei fratelli Lafferty (Wyatt Russell, Rory Culkin, Sam Worthington, Billy Howle, Seth Numrich) inizialmente pii mariti fedeli a Dio e alle mogli, e poi, verso il finale, in preda a deliri di onnipotenza con monologhi e movenze sempre più al limite, rischiando così l’involontario comico.

Prova di grande profondità e struggimento per Garfield, il quale di certo non aveva bisogno di essere (ri)scoperto come uno dei migliori interpreti della nuova generazione, a In nome del cielo non sarebbe bastato di più per essere una o la serie true-crime dell’anno, ma piuttosto una calibrazione, una selezione della serietà del materiale di partenza e della gravitas con la quale, comprensibilmente, ha cercato di esplorarla, regalando quasi otto ore di televisione impegnate e impegnative, ma purtroppo poco memorabili.

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