Thomas Kail ci racconta il live action Disney Oceania, che non vuole sostituire il classico, ma guardarlo con occhi nuovi
Ci sono opere che, con il passare degli anni, smettono di appartenere esclusivamente al momento storico in cui sono nate per trasformarsi in qualcosa di più universale. Oceania è una di queste. Quando il film d’animazione Disney arrivò nelle sale nel 2016 conquistò il pubblico grazie alla sua capacità di intrecciare il racconto di formazione di una giovane protagonista con il fascino della cultura polinesiana, una colonna sonora entrata immediatamente nell’immaginario collettivo e una straordinaria ricchezza visiva. A quasi dieci anni di distanza, Vaiana e Maui non rappresentano soltanto due personaggi amatissimi del catalogo Disney, ma sono diventati il simbolo di una generazione cresciuta insieme a loro, accompagnata da una storia che continua a parlare di identità, responsabilità e coraggio con una sorprendente modernità.
È proprio questa consapevolezza a rendere particolarmente delicata l’operazione del nuovo adattamento live action, in arrivo nelle sale italiane il 19 agosto. Riportare sul grande schermo una storia così profondamente radicata nell’immaginario collettivo significa infatti confrontarsi con aspettative enormi e con una domanda inevitabile: ha davvero senso rifare un film che molti considerano già un classico contemporaneo?
Thomas Kail, regista del film e vincitore di un Emmy e di un Tony Award grazie allo straordinario successo di Hamilton, affronta la questione con un approccio sorprendentemente lontano dalla logica del remake. Durante la nostra intervista non parla quasi mai della necessità di rendere tutto più spettacolare o più realistico. Al contrario, ogni sua risposta ruota attorno a un concetto molto preciso: il live action non nasce per sostituire il film d’animazione, ma per permettere allo spettatore di avvicinarsi ancora di più ai suoi personaggi, cogliendone sfumature emotive che il linguaggio del cinema dal vero è in grado di raccontare con una forza diversa.
È una differenza apparentemente sottile, ma che attraversa ogni scelta creativa del progetto, dall’interpretazione di Dwayne Johnson nei panni di Maui fino alla costruzione dell’oceano come presenza viva e senziente, capace di dialogare con Vaiana senza pronunciare una sola parola. Ne emerge il ritratto di un regista profondamente rispettoso dell’opera originale, ma altrettanto convinto che ogni linguaggio cinematografico possieda strumenti espressivi unici, capaci di offrire nuove prospettive anche a una storia che il pubblico conosce ormai quasi a memoria.
“Non volevamo rifare Oceania, volevamo viverla in un altro modo”
Quando gli facciamo notare come il film rimanga estremamente fedele alla struttura narrativa dell’opera del 2016, chiedendo quale tipo di esperienza emotiva il live action possa offrire rispetto all’animazione, Thomas Kail non parla di effetti speciali, di scenografie o di tecnologia. La sua risposta parte da un principio molto più semplice e, forse proprio per questo, più interessante: una storia funziona quando si ha fiducia nei suoi personaggi. Se quei personaggi hanno già dimostrato di emozionare milioni di spettatori in tutto il mondo, non esiste alcuna ragione per modificarne l’essenza; il vero compito di un adattamento consiste piuttosto nel trovare un nuovo linguaggio attraverso cui permettere al pubblico di riscoprirli.
È in questo contesto che il regista introduce uno degli aspetti che considera più preziosi del cinema dal vero: la capacità della macchina da presa di leggere il volto umano. Secondo Kail, osservare Dwayne Johnson nei panni di Maui produce una sensazione completamente diversa rispetto all’animazione, perché la presenza fisica dell’attore racconta automaticamente una storia fatta di esperienze, ferite e memoria. Le cicatrici sul suo viso, il peso del corpo, il modo in cui occupa lo spazio davanti all’obiettivo contribuiscono a restituire la percezione di un personaggio che porta sulle spalle mille anni di solitudine e di esilio. «Quando vedi Dwayne davanti a te, quando osservi il suo volto e le cicatrici che porta addosso, hai davvero la sensazione di trovarti davanti a qualcuno che ha vissuto quella vita. La macchina da presa riesce a leggere qualcosa di profondamente diverso rispetto all’animazione», ci racconta il regista.
È un’osservazione che racconta molto bene la filosofia con cui Kail si è avvicinato a questo progetto. L’obiettivo non è rendere il film più “adulto”, né trasformarlo in una versione più realistica del classico Disney. Piuttosto, il live action diventa l’occasione per soffermarsi su quei dettagli emotivi che un primo piano riesce a catturare in modo quasi istintivo: un’espressione trattenuta, uno sguardo carico di significato, una pausa prima di una risposta. Sono sfumature che modificano il modo in cui percepiamo i personaggi, pur senza cambiarne la natura.
Lo stesso principio, del resto, guida anche il racconto del rapporto tra Vaiana e la sua famiglia. Kail cita con particolare affetto alcune delle scene più intime del film, come il momento in cui la madre sistema la collana alla figlia o quello in cui il padre, rimasto solo sull’isola, ripercorre i luoghi che Vaiana frequentava da bambina. Sequenze quasi silenziose, costruite più sulle emozioni che sui dialoghi, attraverso le quali il regista cerca di raccontare contemporaneamente la nostalgia di un genitore e il senso di smarrimento di un’intera comunità privata della propria futura guida. «Volevamo che il pubblico percepisse la dimensione emotiva di quel padre anche quando non riesce a esprimerla a parole», spiega Kail.
È in passaggi come questi che il live action di Oceania sembra trovare la propria identità. Non nella ricerca di una spettacolarità maggiore rispetto al film d’animazione, ma nella volontà di concedere ai suoi personaggi il tempo di respirare, di guardarsi negli occhi e di lasciare che siano i silenzi, prima ancora delle parole, a raccontare ciò che provano.

L’oceano non è uno sfondo, ma un personaggio: la sfida più grande del live action
Se esiste un elemento che più di ogni altro definisce l’identità di Oceania, quello è senza dubbio il mare. Nell’opera d’animazione del 2016 l’oceano non rappresenta semplicemente il luogo in cui si svolge il viaggio di Vaiana, ma una presenza viva, cosciente, capace di guidare, proteggere e, in alcuni momenti, persino giocare con la protagonista. È un personaggio silenzioso che comunica attraverso il movimento dell’acqua, anticipa gli eventi e accompagna ogni scelta della giovane navigatrice. Per questo motivo gli chiediamo quale sia stata la sfida più complessa nel trasportare quella magia all’interno di un film live action, dove il rischio di ridurre tutto a un sofisticato esercizio di effetti visivi era inevitabilmente dietro l’angolo.
La risposta di Thomas Kail sorprende proprio perché si allontana immediatamente dall’aspetto tecnico della questione. Certo, il lavoro svolto insieme al supervisore degli effetti visivi Bill Westenhofer è stato immenso e ha accompagnato praticamente ogni fase della produzione, dai primi mesi di pre-produzione fino alla conclusione della post-produzione, ma il punto di partenza non è mai stato la spettacolarità dell’acqua o la ricerca del massimo realismo possibile. Prima ancora di chiedersi come realizzare il mare, Kail e il suo team si sono domandati chi fosse davvero quell’oceano.
«Abbiamo parlato fin dall’inizio dell’oceano come di un personaggio vero e proprio. Doveva essere incoraggiante, giocoso, protettivo, accogliente, ma anche compassionevole. Ogni sua reazione doveva nascere da un’intenzione precisa.»
È una precisazione fondamentale, perché cambia completamente il modo di osservare il film. L’acqua non reagisce semplicemente agli eventi, ma prende decisioni, osserva ciò che accade, sceglie quando intervenire e quando invece lasciare che Vaiana affronti da sola le difficoltà del suo viaggio. In altre parole, possiede un punto di vista sul mondo, esattamente come qualsiasi altro protagonista della storia.
Per spiegare il tipo di relazione che desiderava costruire tra la giovane protagonista e l’oceano, Kail ricorre a un paragone tanto insolito quanto affascinante. Il riferimento non è a un altro film Disney, bensì a Black Beauty e a quelle storie in cui un bambino incontra per la prima volta un cavallo instaurando immediatamente un legame fatto esclusivamente di fiducia e comunicazione non verbale. «Ci chiedevamo come la natura potesse dire a un bambino: “Puoi fidarti di me, sono qui per te”. È esattamente quello che volevamo ottenere con il mare.»
Rilette alla luce di queste parole, alcune delle sequenze più iconiche di Oceania assumono un significato completamente diverso. Quando la piccola Vaiana incontra per la prima volta l’acqua sulla spiaggia di Motunui, non sta assistendo a un evento magico nel senso tradizionale del termine. Sta conoscendo quello che diventerà il suo primo compagno di viaggio, una presenza destinata ad accompagnarla molto prima dell’arrivo di Maui. Allo stesso modo, quando l’oceano torna a cercarla durante l’adolescenza, i suoi movimenti riprendono volutamente quelli del primo incontro, quasi volesse ricordarle silenziosamente di essere rimasto al suo fianco per tutto quel tempo. È una continuità emotiva che il regista considera essenziale per preservare l’anima del film originale, dimostrando come, anche nel passaggio al live action, la vera sfida non fosse riprodurre il mare in maniera credibile, ma conservare intatto il rapporto affettivo che esso costruisce con la protagonista.

Maui, Dwayne Johnson e un eroe che nasconde ferite profonde
Se Vaiana rappresenta il cuore pulsante della storia, Maui è senza dubbio il personaggio che più rischiava di risultare trasformato dal passaggio all’azione dal vivo. Nell’immaginario collettivo il semidio è un gigante larger than life, istrionico, arrogante, irresistibilmente divertente e costantemente in bilico tra l’eroismo e l’inganno. Riportare sullo schermo una figura così iconica significava trovare un equilibrio estremamente delicato tra fedeltà all’originale e credibilità cinematografica.
Per Thomas Kail, tuttavia, una parte del lavoro era già stata compiuta. Dwayne Johnson non era chiamato a inventare Maui da zero, perché quel personaggio lo accompagnava ormai da dieci anni. Prima gli aveva prestato la voce nell’animazione, contribuendo in maniera decisiva alla sua personalità, e adesso aveva finalmente l’opportunità di incarnarlo fisicamente. «Dwayne è la prima persona nella storia ad aver doppiato un personaggio animato e ad averlo poi interpretato in live action. Stavolta Maui non era soltanto la sua voce: era tutto il suo corpo, dalla testa ai piedi.»
Da qui nasce anche una delle principali differenze rispetto al film del 2016. Il Maui animato possedeva proporzioni volutamente esasperate, quasi caricaturali, mentre questa nuova versione cerca una fisicità più vicina a quella dell’attore che la interpreta. Non si tratta soltanto di una scelta estetica, ma di un modo per permettere allo spettatore di leggere meglio il personaggio, cogliendone il fascino, il carisma e la vulnerabilità.
Kail racconta di aver riflettuto a lungo proprio sull’ambiguità di Maui, su quella natura da trickster che lo rende immediatamente simpatico ma anche profondamente inaffidabile. La celebre sequenza musicale You’re Welcome, ad esempio, non viene considerata soltanto uno dei momenti più divertenti del film, bensì una vera introduzione narrativa al personaggio. Attraverso quella canzone il pubblico viene sedotto dalla sua sicurezza, dalla sua ironia e dalla sua apparente generosità, salvo poi scoprire pochi istanti dopo che tutto faceva parte di un elaborato piano per impossessarsi della canoa di Vaiana. È il primo passo di un rapporto costruito sulla diffidenza reciproca, destinato a trasformarsi lentamente in un’autentica alleanza.
È a questo punto della conversazione che il regista pronuncia una frase tanto semplice quanto illuminante: «In fondo questo film è un road movie. Solo che invece di svolgersi lungo un’autostrada, si svolge su una canoa, nel mezzo dell’oceano.»
Come in ogni grande road movie, infatti, il percorso geografico diventa soprattutto un percorso umano. Due individui che inizialmente non si sopportano, costretti a condividere lo stesso cammino, imparano progressivamente a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altra. Cambia il paesaggio, cambiano gli ostacoli, ma la struttura emotiva rimane sorprendentemente vicina a quella dei grandi racconti di viaggio del cinema classico.
Eppure è la risposta conclusiva dell’intervista a rivelare forse l’aspetto più profondo del personaggio. Alla domanda su quale scena del film lo abbia maggiormente sorpreso una volta interpretata dagli attori, Thomas Kail non cita le grandi sequenze d’azione né i momenti musicali. Sceglie invece il racconto che Maui fa del proprio passato.
«Quando Maui racconta ciò che gli è accaduto, ho trovato l’interpretazione di Dwayne incredibilmente intensa. In quel momento comprendi davvero che si tratta di qualcuno che ha trascorso tutta la vita cercando di farsi amare dal mondo, perché i suoi genitori non lo hanno mai amato.»
È una riflessione che restituisce improvvisamente una nuova prospettiva sull’intero personaggio. Dietro l’ego smisurato, le battute, il bisogno costante di essere al centro dell’attenzione e la sicurezza ostentata si nasconde una ferita antica, quella di un bambino rifiutato dalla propria famiglia. Una chiave di lettura che nel live action sembra emergere con una forza ancora maggiore grazie all’interpretazione di Dwayne Johnson e che, almeno nelle intenzioni del regista, promette di rendere Maui uno dei personaggi emotivamente più complessi dell’intero film.

Dal 19 agosto, al cinema
Ascoltando Thomas Kail si ha la sensazione che il vero obiettivo del live action di Oceania non sia quello di convincere il pubblico a sostituire il classico del 2016. Sarebbe un’impresa impossibile e, soprattutto, inutile. Piuttosto, il regista sembra voler offrire un’altra possibilità: quella di tornare su una storia che conosciamo già, osservandola però da una distanza diversa, più vicina ai volti, ai silenzi e alle fragilità dei suoi protagonisti.
In un’epoca in cui il termine “live action” viene spesso associato soltanto alla nostalgia o alle strategie commerciali, le parole di Kail restituiscono un’idea differente di adattamento. Non un semplice esercizio di trasposizione, ma il tentativo di utilizzare un linguaggio cinematografico diverso per mettere in luce sfumature emotive che l’animazione, pur nella sua straordinaria forza espressiva, raccontava inevitabilmente con altri strumenti.
Se il film riuscirà davvero a mantenere questa promessa lo scopriremo soltanto in sala. Ma una cosa appare già evidente dopo aver parlato con il suo regista: il viaggio di Vaiana e Maui non è stato affrontato con l’intenzione di riscrivere una storia amata da milioni di spettatori, bensì con il desiderio, molto più ambizioso, di permetterci di viverla ancora una volta come se fosse la prima.


































