In streaming dal 25 giugno i sei episodi dello show creato da Chinaka Hodge e con protagonista Dominique Thorne.
L’arrivo su Disney+ di Ironheart è probabilmente una di quelle uscite sfuggite anche ai fan Marvel un tempo più accorti. Il periodo è quello che è per il Marvel Cinematic Universe, fucina d’oro per il cinecomic ora in grande affaticamento con una Saga del Multiverso mai realmente decollata. Il ritorno della Riri Williams di Dominique Thorne, personaggio introdotto maldestramente in Black Panther: Wakanda Forever, rischia allora di finire nel tritacarne di un generale e sempre più diffuso disinteresse.
I sei episodi della serie, sotto l’etichetta della ribattezzata dal 2024 Marvel Television, avrebbero dopotutto uno scopo preciso: far raccogliere a Riri / Ironheart l’eredità di due mondi. Quella di Tony Stark / Iron Man, in quanto brillante inventrice e asso della tecnologia. Ma anche quella dell’identità black e della cultura afroamericana (il Captain America di Anthony Mackie non è mai decollato), per la quale proprio lo T’Challa di Black Panther (Ryan Coogler figura qui tra i produttori) rappresentò un grande araldo di riferimento pop, acuito dalla prematura scomparsa di Chadwick Boseman.
Di cosa parla Ironheart

Chiaro è che a fronte di tutte le buone intenzioni ad un personaggio simile non può esser chiesto di eguagliare il carisma e la significatività di due icone tali. Quello dello show creato dalla showrunner Chinaka Hodge è però di certo un tentativo di intercettare con un particolare mix una fetta di pubblico orfana: lo sferragliare, le armature, il genio mentre il setting insegue l’odore delle strade di Chicago, le sue ipocrisie e insofferenze.
D’altronde è ciò che provano a fare da un po’ le serie Marvel, posizionarsi con diversi toni e tagli su differenti target. Quando ai film, perlomeno sulla carta nel periodo di critica flessione dell’interesse per il cinecomic che stiamo attraversando, rimane il compito di grande aggregatore ed evento trasversale.
L’essere così ibrido è anche il maggiore tallone d’Achille di una serie mai realmente decisa sull’indirizzo da settare. Da una parte storia di elaborazione di un lutto, quello di Natalie (Lyric Ross), migliore amica di una Riri tornata spaesata e arrabbiata nella propria città dopo essere stata espulsa dal MIT. Dall’altra avventura criminale tra le fila della banda di Parker Robbins (Anthony Ramos), leader di un gruppo di rapinatori con dei poteri sovrannaturali ottenuti grazie ad un misterioso mantello magico.
Una serie non esaltante

Perché l’altra corsia che Ironheart prova a battere è poi quella della fusione degli esoterismi della magia con i calcoli matematici del tech, due estremi della corrente tematica della Saga del Multiverso. L’idea è intrigante, anche se semplificata oltremisura nei meccanismi. Nel mezzo ricicla connessioni e personaggi, in uno sforzo di integrazione trasversale che è la formula classica Marvel. Il goffo Joe McGillicuddy (Alden Ehrenreich), in un primo momento in aiuto di Riri, non è forse chi dice di essere, e Parker potrebbe aver ottenuto il suo mantello da un’entità tra le più potenti e da tempo attese della mitologia Marvel.
Non è che Ironheart in fin dei conti non funzioni. Fa le sue cose, lavora sul ricambio generazionale, coccola la curiosità e riesce ad inanellare qualche colpo di scena. Riri è pure un personaggio con dei grigi, combattuta tra l’individualità e il collettivo. Tuttavia la serie non si scrolla di dosso il problema di una sensazione di scala ridotta, di una fattura da prodotto medio – ascoltate il lavoro sul sonoro e in particolare l’utilizzo delle musiche, in questi casi sempre un indice di quanto si punti davvero su un’opera.
L’amalgama tra aspetto identitario e qualche scampolo punk e inclusivo tra le fila del team di Parker non rende insomma ficcante il coming of hero di Riri. Accorpato in traiettorie multiple, a perdersi è la capacità di provare reale affezione per quelle che alla fine del giorno rimangono poco più che figurine.
































