Kill Bill: The Whole Bloody Affair è Kill Bill come non lo abbiamo mai visto prima. Più o meno. Dicono. Dice Quentin Tarantino. Che lo mostrò in questa mole supersize, oltre quattro ore, per la prima volta durante il Festival di Cannes 2004, nella maniera in cui lui lo concepì prima che la distribuzione – la Miramax di Harvey Weinstein – decise di rilasciarlo in due tranche a distanza di sei mesi a causa della lunghezza complessiva, scelta che permise al regista di non dover tagliare nulla del racconto così per come lo aveva inteso.
E allora questa nuova versione, arrivata nei cinema statunitensi nel dicembre dello scorso anno e adesso anche qui da noi, che ci sta a fare? Vigono, di fondo, la fissa dell’autore e l’esercizio più di riuso commerciale che di reale rifunzionalizzazione concettuale. Considerato che The Whole Bloody Affair non è nient’altro che il volume uno e il volume due riattaccati insieme, con qualche punteggiatura in più a scontornare l’ordalia di vendetta della leggendaria Sposa di Uma Thurman.
Lo si vende a suon di “scene mai viste prima”, ma lasciatevi rasserenare sul fatto che le aggiunte sono in realtà piuttosto risibili, una manciata davvero discreta di minuti ritagliuzzati e incollati qui e lì. Le differenze più concrete stanno nell’aver allungato la sequenza anime incentrata su O-Ren (Lucy Liu) e aver rimosso un dialogo di Bill (David Carradine) nella seconda parte in cui – spoiler. Spoiler? – svelava l’esistenza della figlia della Sposa.
In chiusura dei titoli di coda è stato appiccicato anche un ulteriore corto animato (The Lost Chapter: Yuki’s Revenge), sempre scritto e diretto da Tarantino, che ha debuttato nel 2025 sul famoso videogioco Fortnite ed è stato poi incluso nel The Whole Bloody Affair. Schiaffarlo lì è in una qualche misura un segno dei tempi, tuttavia senza riconoscergli un vero stato canonico. Una postilla di poco conto, da seconda se non addirittura terza fila.
Perché vedere The Whole Bloody Affair

Vedere Kill Bill: The Whole Bloody Affair è semmai utile per tre ragioni. La prima è che è sempre un gran piacere rivederlo. Chiaro e semplice. La seconda è rendersi ogni volta conto un po’ di più di come Kill Bill sia forse il/i film più consacrato/i all’idea dell’icona cinematografica, alla riconoscibilità immediata e inossidabile di un personaggio descritto attraverso una caratterizzazione estetica precisa, spiccata, determinata e determinante. Il vestito da sposa imbrattato di sangue, la tuta gialla da motociclista, la katana sempre a tracolla. Di protagonisti memorabili è costellato il cinema di Tarantino, ma Beatrix Kiddo li surclassa tutti in statura simbolica, fa il film come non lo fa nessun’altra creatura nella filmografia del regista statunitense.
E poi la terza ragione è notare in maniera ancora più fulgida come, in realtà, i due volumi siano effettivamente due volumi netti e distinti nella forma e nei toni. Uno di fianco all’altro acquistano linearità e compattezza nel descrivere l’odissea sanguinaria nelle sue ragioni e nei suoi risvolti, ma evidenziano pure il differente passo tra la prima e la seconda parte. Da un forsennato e rabbioso impeto a una sorta di intimismo riflessivo, dove la differenza la fa ovviamente l’ingresso in scena di Bill e quindi di uno specchio in cui la Sposa si rifrange in tutte le sue altre personalità e alter ego. Se Clark Kent è la maschera normata di Superman, la Sposa è quella impossibile da pacificare della spietata Black Mamba?
Al di fuori del filosofeggiare, che conta fino ad un certo punto, tra i due blocchi spicca allora anche di più l’importanza della cerniera, che altro non è che l’omaggio – anche qui forse il più esplicito e ludico della sua carriera? – a un determinato cinema amato da Tarantino, cioè quello delle arti marziali, di Hong Kong, del wuxia cinese e dei film di cappa e spada giapponesi. Mescolati e riattivati in questo inchino all’arte cinematografica pan-asiatica con il benestare di miti come l’hongkongese Gordon Liu e il giapponese Sonny Chiba, rispettivamente l’indimenticabile maestro Pai Mei e il fabbro Hattori Hanzō.
Insomma, in fin dei conti, piantarsi in sala davanti a The Whole Bloody Affair è una buona idea non perché questa versione sospinta dal culto tarantiniano sia rivelatrice di chissà che nuova verità. Se siete fan sfegatati, sapete già a dovere tutto quello che c’è da sapere. Torniamo dunque alla prima di quelle tre ragioni: è semmai una buona idea perché è sempre una buona idea riguardarsi Kill Bill. Non c’è molto altro da aggiungere.




































