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Cristiana Puntoriero

La cruda verità. Come le serie tv stanno imparando a mostrare (senza filtri) la gravidanza e il corpo delle donne

Tags: prime video, serie tv
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Cristiana Puntoriero

La cruda verità. Come le serie tv stanno imparando a mostrare (senza filtri) la gravidanza e il corpo delle donne

Tags: prime video, serie tv

Da This is going to hurt al remake ora su Prime Video di Dead Ringers – Inseparabili, la rappresentazione del parto e della difficoltà di diventare madri naturalmente sta progressivamente cambiando. Più cruda e meno celeste, il dibattito è politico, sociale e (ovviamente) televisivo.

Quello della maternità sta diventando uno dei temi più accesi del dibattito politico in cui vive immersa la nostra società. Dall’America all’Italia, dai progressisti paesi scandinavi all’inarrestabile natalità dell’India e della Cina, quello che gira attorno ai diritti, alle leggi, alle contrapposizioni identitarie sul corpo delle donne e la loro capacità riproduttiva, si riverberano, come è inevitabile, sui soggetti e gli script di cinema e televisione, che raccontano in modo sempre più complesso, vero, crudo, meno edulcorato tutto ciò che gira attorno al fare o al non fare figli, al volerli e al non volerli, al poterli e al non poterli avere; destrutturando così tutte le favole sulla meraviglia e il candore della gravidanza e del post-partum che ci hanno raccontato fino a poco tempo fa.

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Credits: Disney +

Mamme a quale costo

Esempi concreti di serie tv recenti che hanno scelto di trattare (bene) la scottante materia, possiamo trovarli nell’ottimo medical-drama della BBC This is going to hurt, (sfortunatamente poco visto su Disney+), che ci porta senza via traverse nei caotici e freddi corridoi e stanzini di un reparto di ginecologia in un pronto soccorso londinese, senza alcun timore nel mostrarci parti in primo piano, sangue, liquidi corporei, sudore e, chiaramente, organi femminili preposti.

Meno verista ma per nulla astratta, anche la distopia di The Handmaid’s Tale ha riposto a suo modo l’attenzione sul concetto di maternità surrogata, di appropriazione del corpo e di donne spersonalizzate: considerate cioè involucri in base al loro status uterino (le giovani “fresche” procreano, le adulte “mature” si appropriano dei loro figli) rese schiave di un patriarcato religioso che si era impossessato del loro libero arbitrio. O ancora, in produzioni meno in vista quali la miniserie danese Sarò mamma su Netflix, che si divertiva, seppur in tono dolceamaro, tra situazioni tragicomiche che colpivano una dottoressa specializzata in fertilità, quarantenne ‘attempata’, la quale escogitava le via più assurda, pericolosa e ingarbugliata per restare incinta: l’auto-inseminazione (!).

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Credits: Prime Video

Inseparabili: da Cronenberg a Weisz il corpo delle donne è ancora mostruoso?

A queste e altre, va aggiunta ora (e di diritto) la rivisitazione in chiave femminile e femminista di Inseparabili, remake Prime Video dell’inquietante body horror del maestro David Cronenberg del 1988, film per certi versi cult in cui Jeremy Irons si sdoppiava per interpretare i gemelli Mantle, ginecologi più in voga di Manhattan, “attaccati” emotivamente e cerebralmente l’un l’altro ai limiti del morboso. I due condividevano, oltre che il sesso con una star della tv, anche un appartamento, la professione e le aspirazioni per un cambiamento “radicale” della branca medica nella quale sperimentavano in sordina l’uso di forcipi metallici dalla forma mostruosa su pazienti “mutanti”, donne cioè che presentavano malformazioni interne che gli impedivano di rimanere incinte.

Lo switch del sesso delle protagoniste, ‒ sempre col nome Beverly ed Elliot Mantle, sempre ginecologhe/ostetriche (ma  di un ospedale) e ancora assuefatte a sostanze fino alla dipendenza ‒, mantiene così l’impalcatura originale di Cronenberg e la sua idea orripilante di incontro fra la malleabilità della carne e degli organi con le derive più ardite dell’evoluzione meccanico-tecnologica. Ma regala alla serie diretta da Sean Durkin e creata da Alice Birch la possibilità di scandagliare ancora più a fondo l’ambizione delle due dottoresse nel rivoluzionare l’assistenza sanitaria delle donne attraverso la costruzione di una clinica della maternità in grado di realizzare qualsiasi sia il sogno di una futura mamma, oppure migliorare le risposte all’infertilità maschile ‒ oltre a quello, meno legale, di far crescere gli embrioni sempre più fuori dal corpo, spingendo i limiti fra cioè che etico e cioè che non lo è.

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Credits: Prime Video

Organi, tabù e nuove frontiere seriali

Insperabili la serie quindi, spinge molto l’acceleratore sulla sgradevolezza del momento parto e sulla “crudeltà” della gravidanza, ampliando l’istinto alla maternità in ogni aspetto narrativo, anche a livello personale nella vita e nei desideri intimi della più empatica e celebrale Elliot, portando in scena sin dalla primissima sequenza le immagini “repellenti” e biologiche allo stesso tempo di aborti spontanei e donne morte a poche ora dall’aver partorito, di urla e di spinte sul lettino, di manovre podaliche, di macchinari che entrano e sondano gli organi delle pazienti.

Esaltando e giocando ancor più con quella seriosa ironia di fondo che sorgeva a tratti nel Dead Ringers originale, e in cui Rachel Weisz sguazza nell’estremizzare la caratterizzazione delle gemelle e le loro derive sociopatiche in una élite di sociopatici, questo secondo adattamento del libro omonimo di Jack Geasland e Bari Wood è la più ambiziosa e convulsa rappresentazione sulle conseguenze materne del corpo delle donne che è quanto mai politico, aprendo la porta dello studio/laboratorio per scioccarci e infastidirci (senza che questo sia però il mero fine ultimo), sbattendoci in faccia le ipocrisie, le falle del sistema sanitario, le ripercussioni morali che girano attorno ai metodi procreativi alternativi, non cercando l’ammiccamento dello spettatore, ma anzi diventando destabilizzante anche per come mette in scena una semplice cena di lanthimosiana memoria in una casa di ricchi bianchi pronti a divertirsi in giochi perversi.

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Credits: Rank Organisation

Assistiamo quindi a una serialità sempre più propensa a smantellare quell’aura celeste che gira attorno al concetto universale di maternità, a sbarazzarsi della vergogna e del pudore del dolore, a capire se esiste un limite fra natura e laboratorio, fra giusto e sbagliato, fra lecita opportunità di procreazione e ripercussioni deontologiche immorali. In un momento in cui diventare madri è demograficamente richiesto ma mai veramente supportato, viene in aiuto la “frivolezza” di una serie tv come questa o altre che abbiamo nominato, per capire se lo shock è ancora in grado di scuotere qualche coscienza e capire in che direzione stiamo andando. Se in avanti o in dietro, sta a voi dirlo.

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