Filippo Scotti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla sono protagonisti di una lunga sbandata per la Pianura Padana.
“Andiamo a bere l’ultima?” si domandano rimpallandosi a vicenda Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla). Hanno il culo piantato su una Jaguar che i suoi tempi migliori li ha visti e spingono il pedale – guida Carlobianchi – affettando la notte scura e densa della Pianura Padana. Non c’è meta se non quella di un ultimo benedetto gorgoglìo nella pinta di birra di quel localino laggù.
Che sbandata incredibile che è Le città di pianura, l’opera seconda (dopo l’esordio Altri cannibali, diploma di regia a Berlino) di Francesco Sossai, presentata in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard. Un film tutto di denti storti e mezzi marci su facce rotte, autostrade percorse dal dialetto veneto e dalle possibilità inesauribili di chi uno scopo non vuole avercelo più.
Di cosa parla Le città di pianura

Carlobianchi e Doriano in realtà una cosuccia dovrebbero pur farla, andare a prendere in aeroporto Genio (Andrea Pennacchi), un ex collega di ritorno dopo anni dall’Argentina. Ma dov’è che arrivava? A Venezia? A Treviso? Boh. Qui, lì, che differenza fa. Tutto è diverso e tutto è lo stesso, un reticolato di fili invisibili che Le città di pianura traccia tra corse, ricordi, storie di chi è andato e di chi è tornato, slanci di vita immaginata altrove, le faccende lasciate in sospeso, i soldi fatti e poi sperperati, persino quelli seppelliti sottoterra dentro un borsone.
Ci scappa allora pure di tirar dentro Giulio (Filippo Scotti), timido e restio studente di architettura per cui ogni lasciata può rimaner tranquillamente persa. La matrice è ovviamente quella de Il sorpasso, d’altronde il road movie tutto da lì si origina. Una forza motrice di perdizione e una resistenza conformata da vincere.
Il rapporto con l’automobile (per Dino Risi era l’ebrezza del boom economico, per Sossai la materia di un passato personale a cui aggrapparsi), la relazione sensuale con la strada e l’incanto della notte. Un circuito di tensioni alimentato da corpi irresponsabili, inappropriati, che arrivano docili ma furiosi per scardinare l’illogicità di un presente altresì immobile, castrato – è un film tutto al maschile, ma in questo maschile c’è pure il rovescio euforico di se stesso.
Ecco, la sceneggiatura di Sossai e Adriano Candiago pennella tra ennesime soste ed ennesimi incontri una sorta di edonismo esistenziale, i contorni di un viaggio davvero divertente e divertito in risposta ostinata alla consapevolezza di aver perso.
All’orizzonte o al miraggio?

Una sballata country, insomma, la cui peculiarità è dissolversi nel Triangolo delle Bermude di un nord Italia che è lì ma non è lì. Un luogo ben definito nelle sue coordinate chiave, tra i nomi delle città e di tutti i paesini che ci stanno in mezzo, la nebbia, il clima uggioso di un autunno terminale. Ma pure un luogo disossato, dove in quel mezzo non c’è niente per davvero – per strada pure non c’è nessun altro – se non l’impulso alla sbandata, alla ricerca categorica di un’ennesima goccia di carburante per l’anima e per la macchina.
Una contraddizione tra reale e irreale, tra veglia e sonno, tra carattere locale e sentimento assoluto che Sossai porta a collidere nell’estetica pastosa degli anni Novanta (la fotografia è di Massimiliano Kuveiller), cercando la sospensione nei chiaroscuri in cui a volte sprofondano i personaggi – in particolare ce n’è uno in auto in cui l’inquadratura sta attaccata ai volti di Doriano e Carlobianchi, che sembrano parlare dal retro di tutto ciò che sono stati e soprattutto non sono stati.
E in questa dimensione tra dentro e fuori c’è la risposta de Le città di pianura a come vivere l’orizzonte. Che dovrebbe farsi desiderio di una nuova meta da raggiungere, ma che quando si apre verso il finale dietro un muro del tanto ricercato Memoriale Brion pare una barzelletta, un misto di casupole e banalità. Un miraggio, questo orizzonte, allora da lasciare sotto smog, indefinito dietro una coltre in cui scivolare all’interno con il culo piantato su una Jaguar rattoppata.



































