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Memorie di una geisha: 5 motivi per (ri)vedere il film su Netflix
Cristiana Puntoriero

Memorie di una geisha: 5 motivi per (ri)vedere il film su Netflix

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Memorie di una geisha: 5 motivi per (ri)vedere il film su Netflix
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Cristiana Puntoriero

Memorie di una geisha: 5 motivi per (ri)vedere il film su Netflix

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Memorie di una geisha è su Netflix! Perché rivederlo?

Accompagnato da alcune polemiche riguardo la nazionalità, mettiamola così, poco fedele del suo cast, nel quale figurano solo tre dei suoi attori principali come giapponesi, mentre il restante ha origini malesi o cinesi, Memorie di una geisha rappresenta il perfetto prototipo moderno dei film sull’oriente visto dagli occhi (non sempre fedelissimi) di Hollywood. Il suo regista, infatti, è lo stesso di veri e propri show-movie di intrattenimento e sontuosità realizzative come Chicago, sei premi Oscar nel 2002, come Nine, un crocevia rampante fra Broadway e Fellini e, non di meno, il quarto del fortunato franchise Il Pirata dei Caraibi dal titolo Oltre i confini del mare.

Assumendo le redini di Steven Spielberg, originariamente regista a capo del progetto, Rob Marshall con il suo secondo lungometraggio del 2005 riadatta ad alto budget il best-seller omonimo di Arthur Golden, liberamente ispirato alla vita di Mineko Iwasaki (vero nome Masako Tanaka), raccontando l’escalation di una futura geisha, Chiyo Sakamoto/Sayuri, venduta a soli nove anni dal padre rimasto vedovo e in povertà per diventare un’intrattenitrice d’arte a inizio anni ‘30. La sua ascesa nel competitivo e rigido ambiente in cui viene allevata e istruita, la porterà a lottare per sé stessa anche grazie all’amore ‘proibito’ di un uomo facoltoso, con la speranza mai sopita di incontrare nuovamente l’amata sorella Satsu.

Per chi non l’avesse ancora visto, e per chi volesse rivederlo, vi diamo 5 motivi per recuperare Memorie di una geisha, ora disponibile su Netflix.

1. L’incantevole mondo dell’arte della seduzione

Arte millenaria, probabilmente già in uso agli albori della storia del Giappone, il mondo delle geishe, all’origine saburuko (ragazze di servizio), nel film di Marshall viene svelato in tutto il suo signorile meccanismo di impeccabili gestualità e seducenti atteggiamenti. Accompagnandoci per mano di Sayuri nel suo apprendistato affianco alla veterana Mameha (interpretata da Michelle Yeoh), perfezionando i mestieri delle danze dei ventagli, delle conversazioni, del servire il tè, del modo di camminare, di truccarsi il volto e di cingere il corpo nelle stoffe del kimono, Memorie di una geisha apre le porte a un mondo per noi occidentali ancora frainteso ai più come forma ‘alta’ di prostituzione, e ‘chiuso’ in un misterioso segreto che custodisce tutt’oggi la tradizione di un paese intero.

2. Arte, performance, teatro

Montato dall’italiano Pietro Scalia e superbamente fotografato dal premio Oscar Dion Beebe, il film contiene diverse sequenze di vera e propria performance, squisitamente resa da una cura al dettaglio nei costumi e nel trucco come se ne vedono solo nelle grandi produzioni americane. In particolare, la danza di Sayuri, poco più di due minuti a metà del film, in cui l’attrice protagonista Zhang Ziyi suggella la sua ascesa al gruppo attraverso un ballo che lascia di pietra i suoi spettatori, dentro e fuori lo schermo. Irrorata da una luce blu e con indosso un kimono dalla lunga coda, la giovane muove con gesti simbolici le mani affusolate e il serio volto, mentre si trascina avanti con passi gravosi dovuti al peso dei geita, gli zoccoli-infradito tipici delle geishe che possono raggiungere anche diversi pericolosi centimetri di altezza. Nel brano però ad un tratto quella fragile delicatezza s’interrompe e si tramuta in una ‘nevicata’ tempestosa a cui la stessa tenta di rispondere col corpo. Una sorta di rivisitazione in chiave melò del più classico kabuki a cui è difficile rimanere indifferenti.

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3. La colonna sonora di John Williams

Su Spotify vi è un’intera playlist, ma la potenza delle musiche di John Williams non è classificabile. Autore di colonne sonore di buona parte della storia del cinema (Lo Squalo, Dracula, Indiana Jones, Star Wars, Harry Potter e moltissime altre), John Williams compone per il film di Marshall diciotto canzoni che esaltano, tramite le delicate melodie orientali, il crescendo emotivo più variegato toccando in ultimo la vera e propria commozione. Temi musicali che ritornano per tutta la durata del racconto e ambientazioni japan che accarezzano le nostre orecchie, quasi a sancire non solo l’incredibile talento di un gigante delle soundtracks, qui in collaborazione col violinista Itzhak Perlman e il violoncellista Yo-Yo Ma, ma quella di un lungometraggio prettamente emotivo e romantico, in grado di toccare davvero le corde dello spettatore.

4. Il cast (e la storia) tutta al femminile

Dal profondo legame spezzato di due sorelle costrette a un’infanzia negata, fino alla sorellanza-comunanza-competizione delle apprendiste geishe, quella del film è senza dubbio una storia al femminile, seppur gli occhi di chi le guarda, come quelli del regista, sono perlopiù al maschile. Oltre alla protagonista Zhang Ziyi, qui impreziosita da due occhi blu che la rendono unica e per questo voluta da tutta Kyoto, al cast si aggiungono anche Gong Li, splendida nell’incarnare la durezza emotiva della matrona/maestra Hatsumomo e Michelle Yeoh, la star di Everything Everywhere All at Once nel ruolo qui di Mameha, la geisha rivale di Chiyo. Tutte e tre incarnazioni dello spirito e dei tratti orientali, oggi affermate interpreti di un cinema americano ma orgogliosamente d’identità asiatica.

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5. In viaggio fra gli hanamachi

Tradotto in flower town, città dei fiori, gli hanamachi sono i distretti nei quali le geishe vivono comunemente in Giappone. Ognuno ha il proprio stemma e il proprio nome specifico e solitamente le artiste lavorano e vivono in uno solo, senza mai allontanarsene. Mostrandoci anche gli okiya (case delle geisha) e gli ochaya (le case da tè dove le stesse intrattengono gli ospiti), Memorie di una geisha ricostruisce al dettaglio com’era (e com’è) vivere in quei quartieri. Fra i tipici vialoni in mattoni affiancati da locali e le basse abitazioni in legno, tutto il film si muove figuratamente e letteralmente negli ex quartieri a luci rosse di Kyoto fedelmente ricostruiti in studio, dove ad abbellire la già intrigante atmosfera si irradiano gli alberi di fiori di pesco, i chaenomeles, o in alternativa detti anche cotogni giapponesi. Trasportate poi questa scenografia inusuale negli anni nel pre Secondo conflitto mondiale e avrete la cornice perfetta di un film dalla grande potenza visiva.

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