Nord Sud Ovest Est, la recensione dei primi episodi della seconda stagione della serie sugli 883: tra ironia, nostalgia e il peso del successo.
Recensire i primi episodi di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 significa accettare un piccolo paradosso: raccontare nel dettaglio perché questa seconda stagione funziona senza poter raccontare quasi nulla di ciò che accade. E forse è persino il modo migliore per avvicinarsi al nuovo capitolo della serie di Sydney Sibilia, perché la sorpresa rimane una componente fondamentale di una scrittura che, esattamente come nella prima stagione, conosce benissimo il materiale che ha tra le mani ma si rifiuta di trattarlo come una reliquia. Ritroviamo immediatamente quella brillantezza, quel ritmo e quella capacità di passare dalla battuta a qualcosa di molto più malinconico senza sottolinearne continuamente il cambio di registro. Ironia e nostalgia procedono insieme e, in fondo, l’una non potrebbe esistere senza l’altra: si ride perché riconosciamo quel mondo e, qualche secondo dopo, ci commuoviamo proprio perché sappiamo che quel mondo non esiste più. Sibilia lo ha spiegato durante la presentazione milanese: la nostalgia non è stata inserita programmaticamente nella scrittura, non ci si è seduti a un tavolo decidendo di costruire una serie “nostalgica”; si è cercato piuttosto di raccontare qualcosa di divertente che possedesse anche una profondità, ed è quella profondità a trasformarsi naturalmente in nostalgia.
Una partenza sorprendente che spiazza lo spettatore
È soprattutto il primo episodio a dimostrare quanto Nord Sud Ovest Est non abbia intenzione di vivere di rendita. L’apertura è spiazzante, quasi sfacciata: per diversi minuti viene spontaneo domandarsi dove la serie voglia andare a parare, perché il racconto sembra improvvisamente essersi spostato altrove, verso un’altra storia musicale e altri protagonisti. Non possiamo dire chi siano, ed è giusto così, perché parte del divertimento consiste proprio nel riconoscere progressivamente gli indizi disseminati sullo schermo. Possiamo però dire che si tratta di una parentesi solo apparente, costruita intorno a un’altra band e interpretata magnificamente da due attori capaci di restituirne l’anima con una comicità irresistibile (Ruben Aprea e Matteo Maiolani), dentro un’esplosione di colori, costumi, suoni e suggestioni che appartengono visceralmente agli anni Ottanta e Novanta. Per uno spettatore Millennial l’effetto è quasi fisico: prima si rimane interdetti, poi si riconosce qualcosa, infine si sorride perché quelle tre hit le conosciamo praticamente tutti, anche chi magari non ha mai conosciuto davvero la storia di chi le cantava. E c’è persino Torino dentro questo intreccio, insieme a un pezzo di cultura pop italiana che sembrava lontanissimo dagli 883 e che invece, seguendo il filo tracciato dagli autori, trova sorprendentemente il proprio posto.
Non è un divertissement fine a se stesso. Il parallelismo serve a Sibilia per parlare di sogni nati quasi per caso, di ragazzi che provano a trasformare qualcosa di improbabile in una possibilità concreta e, soprattutto, di ciò che accade quando una storia condivisa prende una direzione che nessuno aveva previsto. Durante la conferenza il creatore della serie ha spiegato di aver voluto iniziare questa stagione «in maniera un pochino punk», prendendo apparentemente il racconto alla larga come potrebbe fare lo stesso Max Pezzali mentre racconta un aneddoto. Ed è una scelta intelligentissima perché permette alla serie di affrontare il proprio tema più delicato senza anticiparlo: Nord Sud Ovest Est, nella storia della musica italiana, non è semplicemente il disco che consacra gli 883, ma anche l’ultimo album scritto insieme da Max Pezzali e Mauro Repetto. Pubblicato nel 1993, rimase in testa alle classifiche per quattordici settimane e vinse il Festivalbar di quell’anno nella categoria album. Il paradosso, dunque, è già tutto lì: mentre il successo raggiunge dimensioni enormi, qualcosa nell’equilibrio originario del duo comincia inevitabilmente a cambiare.
Nuzzolo e Giuggioli sono Max e Mauro, senza diventare imitazioni
Quando il racconto torna pienamente agli 883 ritroviamo ciò che aveva reso irresistibile Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: la provincia, la tavernetta, gli amici, quella normalità quasi ostinata dentro la quale sta prendendo forma qualcosa di enorme. Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli sono ancora una volta straordinari proprio perché non sembrano interessati alla caricatura. Il loro Max e il loro Mauro hanno ormai assorbito gestualità, cadenze e caratteristiche dei personaggi reali, ma rimangono prima di tutto due protagonisti televisivi credibili. Nuzzolo lavora benissimo sulla progressiva maturazione di Max, mentre Giuggioli porta Mauro in un territorio più complesso rispetto all’energia incontenibile della prima stagione: dietro il motivatore, il ballerino, quello che sembrava capace di trascinare tutti con sé, comincia ad affiorare qualcosa che l’attore stesso ha definito durante la presentazione come il sentimento del «non sentirsi abbastanza». È una sfumatura fondamentale, perché permette alla serie di avvicinarsi a una storia di cui conosciamo già l’esito senza trasformarla in una marcia obbligata verso quel risultato.
Attorno a loro continua inoltre a funzionare un universo di comprimari che non ha mai la sensazione di esistere soltanto per accompagnare i protagonisti. Cisco, gli amici, la famiglia, le figure che gravitano intorno al mondo musicale: ciascuno contribuisce a costruire quella provincia che è forse il vero terzo protagonista della serie. Pavia non è soltanto uno sfondo da ricostruzione storica, ma una condizione mentale. Max e Mauro potrebbero essere catapultati altrove dal successo e invece, almeno inizialmente, sembrano voler continuare a fare tutto esattamente dove lo hanno sempre fatto. Se loro non vanno incontro al mondo, allora è il mondo che deve raggiungerli. Ed ecco che la tavernetta torna a essere il centro dell’universo, il luogo improbabile in cui deve prendere forma il difficilissimo secondo album di un gruppo che, soltanto poco tempo prima, non avrebbe neppure dovuto funzionare.

Quando la vita di Max Pezzali diventa una canzone degli 883
È qui che il secondo episodio di Nord Sud Ovest Est recupera uno dei dispositivi narrativi più belli della prima stagione: mostrare come la scrittura di Max Pezzali nasca dalla normalità, quasi sempre da qualcosa di apparentemente insignificante. Gli 883 hanno costruito una parte gigantesca del proprio immaginario raccontando ciò che la canzone italiana, soprattutto quella più tradizionalmente cantautorale, raramente considerava materiale poetico: bar, motorini, amici, discoteche, automobili, deodoranti per auto, appuntamenti, periferie e serate in cui non succede apparentemente nulla. La grande intuizione della serie è non limitarsi a ricordarcelo, ma farci assistere alla trasformazione del quotidiano in canzone.
Nel secondo episodio questo meccanismo trova uno dei suoi momenti più riusciti quando davanti allo spettatore cominciano quasi a comporsi i versi di Sei un mito. Basta sentire «Tappetini nuovi, Arbre Magique» perché chi è cresciuto con gli 883 sappia già esattamente dove stiamo andando. Il resto nasce davanti ai nostri occhi dalla preparazione quasi rituale di un appuntamento, dalle piccole ansie di Max, dagli oggetti e dalle situazioni che entrano nella sua giornata e che progressivamente smettono di essere semplici dettagli per diventare parole, ritmo, memoria collettiva. È forse qui che Nord Sud Ovest Est comprende meglio l’importanza musicale degli 883: Pezzali e Repetto non avevano bisogno di trasformare la provincia in qualcosa di epico, perché avevano intuito che per milioni di ragazzi quella provincia era già il mondo intero. Un Arbre Magique poteva stare dentro una canzone d’amore perché era davvero dentro le loro automobili; un appuntamento poteva diventare avventura perché a vent’anni, semplicemente, lo era.
Ed è per questo che questi primi episodi funzionano così bene. Non perché ci restituiscano gli anni Novanta come un luogo perfetto nel quale vorremmo tornare, ma perché riescono ancora una volta a ricordarci come ci sentivamo mentre li attraversavamo. La scrittura è brillante, velocissima quando deve far ridere e sorprendentemente delicata quando decide di rallentare; la regia asseconda il tono pop senza trasformarlo in esercizio di stile; Nuzzolo e Giuggioli possiedono ormai i loro personaggi e il mondo che li circonda continua ad allargarsi senza perdere quella dimensione provinciale che ne costituisce l’identità. Sappiamo, naturalmente, che Nord Sud Ovest Est porterà Max e Mauro verso uno dei momenti decisivi della loro storia. La serie non ha bisogno di nasconderlo, perché non è il cosa a interessarle davvero, ma il come.
Dopo il successo della prima stagione, il rischio più grande era replicarne meccanicamente la formula. Questi primi episodi di Nord Sud Ovest Est suggeriscono invece una seconda stagione più consapevole, capace di usare la stessa grammatica per raccontare personaggi che stanno cambiando: fa ridere, fa cantare mentalmente canzoni che credevamo di avere dimenticato e ogni tanto piazza un dettaglio minuscolo capace di spalancare un cassetto della memoria. E quando una serie riesce a far convivere nello stesso momento una risata, una musicassetta immaginaria e quella strana malinconia che arriva quando riconosci qualcosa che apparteneva alla tua adolescenza, significa che la formula degli 883 funziona ancora.
Anche più di trent’anni dopo.



































