Il regista statunitense si immerge nel dietro le quinte della realizzazione di Fino all’ultimo respiro, il celebre esordio di Jean-Luc Godard.
Occhiali da sole incollati sul naso e sigaretta in procinto di mozzicone sempre tra le dita. Richard Linklater con Nouvelle Vague parte dall’iconografia. Eccolo: Jean-Luc Godard in tutta la sua essenza. È il 1959, non ha manco trent’anni, è già uno dei più affermati critici cinematografici francesi – e del mondo – e con la rivista dei Cahiers du Cinéma ha cominciato a ri-scrivere la storia del cinema per quella che è e per quella che sarà.
Ora, però, vuole esordire come regista. È tardi, secondo lui. L’ha già fatto François Truffaut, di un anno più piccolo. L’ha fatto pure Claude Chabrol, con due film all’attivo. Alla soglia di questi trenta, Godard (gli dà corpo spilungone Guillaume Marbeck) lamenta allora di stare indietro agli altri. Vuole salire in groppa a questa nouvelle vague, il periodo del cinema francese (che negli stessi anni ha contaminato poi in altre forme e dimensioni un po’ tutto il cinema europeo) dove sono state riscritte regole e pensieri con cui intendere la più giovane delle arti figurative.
Una stagione culturale irripetibile

È per lui un’ossessione. C’è da masticare la pasta di cui sono fatti i film. C’è da sbrigarsi, bruciare le tappe, mettersi in gioco. Ed è difficile trattenere un sorriso amaro su cui coabitano fascinazione e un pizzico di invidia per una simile stagione di precocità e fame intellettuale, di un fermento culturale e cinematografico irripetibile per chi quel mestiere, quello della critica che evolve e si alimenta vicendevolmente, tenta di inseguirlo oggi. Cioè nell’epoca della quasi totale dissoluzione della possibilità stessa di poter praticare l’esercizio critico come una opportunità lavorativa da chiamar tale, fagocitato in un assenso troppo silenzioso dalla voracità degli interessi economici, del marketing, delle individualità chiuse.
Ci perdonerete questa discesa nei lamenti di categoria di cui a voi, in una certa misura anche giustamente, potrebbe fregare poco. Eppure… eppure è questo di cui Nouvelle Vague discute. Non è un film sul making of di Fino all’ultimo respiro, la prima pellicola girata alla bersagliera con cui Godard si consacrerà. O meglio, non è solo quello. Linklater vuole rimettere in scena l’humus di quei giorni e settimane, vuole ricreare la parvenza di una dimensione precissisima.
Con Nouvelle Vague (la sceneggiatura è di Holly Gent e Vincent Palmo, l’adattamento in francese e dialoghi di Michèle Halberstadt e Laetitia Masson) tenta di immergersi nel flusso euforico dell’insolenza anarchica di un primo lavoro, tutto di artifici e magheggi, in mescola di improvvisazioni produttive e artistiche. Il film ammira Godard, uomo geniale ma tremendamente difficile, spigoloso, anche geloso. Lo pensa però più catalizzatore che protagonista, circondato da tanti altri protagonisti primari e secondari, fili che nella pellicola si sfiorano e che nella realtà hanno tessuto il cambiamento (troppi per elencarli).
Il cinema prima, dentro e dopo la vita

A questa intenzione risponde la maniera con la quale Linklater presenta la scena e i personaggi, l’attimo prima di aprire le atmosfere ricche di un’ironia che scivola sopra gli integralismi di questo despota dispensatore di aforismi e citazioni di ogni tipo e risma. E sui volti il regista fa il film, a metà tra la mimesi del riproporre le scene di Fino all’ultimo respiro e l’estro di estenderne il calore nel prima e nel dopo il ciak. In fondo sono un tutt’uno: il cinema è infiltrato dalla vita. In questa filosofia il Jean-Paul Belmondo di Aubry Dullin ci sguazza, la Jean Seaberg di Zoey Dutch un po’ meno, insofferente al non-metodo di Godard che la renderà l’icona per eccellenza di quella stagione.
È una gioia per gli occhi e per gli umori, Nouvelle Vague. Nel 4:3 in bianco e nero della fotografia di David Chambille trova una palpitazione seducente, la formula alchemica di una macchina del tempo che non cristallizza, bensì dà pienezza e vitalità a questi fantasmi che camminano ancora tra di noi – qui e lì, fugace, qualche sprazzo di repertorio. Allora che vivano per sempre.
































