A quindici anni dalla rottura, Liam e Noel Gallagher tornano insieme per Oasis Live ’25. Dylan Southern e Will Lovelace raccontano la reunion senza inseguire il passato, trasformandola in una storia di fratellanza, memoria e musica condivisa tra generazioni.
Quindici anni possono essere abbastanza per trasformare una separazione in una storia, una band in un mito e alcune canzoni nella memoria condivisa anche di persone che, quando quelle canzoni uscivano, non erano ancora nate. È da questa distanza che parte Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario diretto da Dylan Southern e Will Lovelace dedicato alla reunion degli Oasis e al tour Oasis Live ’25.
Il film torna inevitabilmente al 28 agosto 2009, quando Liam e Noel Gallagher litigarono durante un concerto a Parigi, provocando la cancellazione della data e del resto del tour. Da quel momento i due fratelli non si sarebbero parlati per quindici anni. Southern e Lovelace, però, non sembrano interessati a ricostruire quel lungo periodo di lontananza, stabilire responsabilità o consegnare al pubblico una versione definitiva della rottura.
Il salto dal 2009 alle prove del nuovo tour è quasi brusco. Non sappiamo davvero cosa abbia reso possibile la riconciliazione né quale sia stato il momento in cui entrambi hanno deciso di tornare insieme. È una scelta che inizialmente può sembrare una mancanza, ma che chiarisce presto la natura del film: più che spiegare come Liam e Noel siano arrivati alla reunion, Don’t Look Back in Anger vuole osservare cosa succede quando due fratelli che hanno condiviso successo, talento e conflitti devono imparare nuovamente a stare nella stessa stanza.
Liam e Noel Gallagher, due fratelli di nuovo nella stessa stanza
È soprattutto durante le prove che il documentario trova la propria dimensione più interessante. La produzione ha avuto accesso per sei settimane al The Mill di Londra e, per preservare la spontaneità di quegli incontri, ha installato circa dodici cineprese controllate a distanza, evitando la presenza visibile della troupe.
Quello spazio anonimo, lontanissimo dagli stadi che arriveranno poco dopo, permette di mettere a fuoco le due personalità. Liam conserva l’imprevedibilità e l’atteggiamento istintivo che hanno sempre caratterizzato il suo personaggio, mentre Noel appare più metodico e consapevole della fragilità dell’operazione che stanno tentando, quasi preoccupato che il ritorno possa compromettere ciò che le loro canzoni sono diventate nel tempo.
Il film parte da questa opposizione, ma evita di cristallizzarla nella caricatura del frontman irrequieto contro il fratello razionale. Con il passare delle prove emerge piuttosto un riconoscimento reciproco: Noel accetta quanto l’eccentricità di Liam sia inseparabile dall’identità degli Oasis, mentre Liam riconosce nel fratello la scrittura, la sensibilità e la disciplina che hanno permesso alla band di esistere.
La riconciliazione passa soprattutto da qui e viene raccontata senza forzarla in confessioni plateali. Liam e Noel rimangono due uomini poco inclini a mettere in scena apertamente i propri sentimenti, e proprio per questo acquistano valore le battute, i silenzi e quella familiarità che riaffiora gradualmente. Anche la loro prima intervista insieme dopo oltre vent’anni funziona meno per ciò che rivela che per il semplice piacere di osservarli nuovamente seduti uno accanto all’altro, mentre ridono e condividono ricordi.

Dagli Oasis ai loro fan: una musica diventata intergenerazionale
Quando il documentario lascia la sala prove ed entra negli stadi, la reunion smette progressivamente di appartenere soltanto ai Gallagher. Le immagini del tour mostrano infatti qualcosa che sembra sorprendere gli stessi Liam e Noel: nei quindici anni trascorsi dalla separazione, il loro pubblico non è semplicemente invecchiato insieme alle loro canzoni, ma si è moltiplicato.
Accanto a chi era adolescente negli anni Novanta ci sono ragazzi di vent’anni che non hanno mai vissuto gli Oasis come una band contemporanea e che hanno conosciuto quella musica attraverso i genitori. Steven Knight, ideatore e sceneggiatore del progetto, racconta quanto i Gallagher siano rimasti colpiti soprattutto nel vedere madri e figlie, padri e figli condividere i concerti e utilizzare quelle canzoni come un linguaggio emotivo comune.
È qui che Don’t Look Back in Anger riesce ad andare oltre la nostalgia. Wonderwall, Champagne Supernova o Don’t Look Back in Anger non vengono presentate come reliquie di un’epoca irripetibile, ma come canzoni che hanno continuato ad accumulare ricordi e significati anche durante l’assenza della band.
Southern e Lovelace comprendono presto che il pubblico deve avere nel film lo stesso peso degli artisti. La prima data di Cardiff diventa decisiva proprio perché la risposta dei fan convince i registi che quella reunion appartenga, in qualche modo, a chi sta davanti al palco quanto a chi ci è salito sopra.
Anche visivamente il documentario segue questa intuizione. La fotografia coordinata da Haris Zambarloukos, affiancato da direttori della fotografia come Lol Crawley e James Laxton, evita l’estetica convenzionale del film-concerto e cerca continuamente volti, mani, lacrime e abbracci tra il pubblico. Le performance vengono intrecciate alle prove e al backstage, facendo della musica il tessuto del racconto anziché una semplice successione di numeri dal vivo.
Una reunion che diventa grande cinema, un ritorno che appartiene a più di una generazione.
La scelta più interessante di Don’t Look Back in Anger sta proprio nel modo in cui affronta la riconciliazione senza trasformarla in un’indagine sul passato. Southern e Lovelace non cercano una spiegazione definitiva per il ritorno di Liam e Noel, né chiedono ai due fratelli di ripercorrere quindici anni di lontananza per stabilire responsabilità o risolvere pubblicamente vecchi conflitti. Preferiscono osservare ciò che sta accadendo nel presente, lasciando che siano le prove, i concerti e soprattutto il modo in cui Liam e Noel tornano progressivamente ad avvicinarsi a raccontare il cambiamento.
I registi hanno del resto concepito Don’t Look Back in Anger come una storia sul perdono, osservando come, concerto dopo concerto, la risposta del pubblico abbia accompagnato e quasi favorito il progressivo riavvicinamento tra i Gallagher. È un perdono che il film non sente il bisogno di tradurre in grandi dichiarazioni, perché emerge piuttosto dalla ritrovata capacità dei due fratelli di riconoscersi, rispettarsi e tornare a condividere qualcosa che per molto tempo era sembrato definitivamente perduto.
Per questo l’immagine di Liam e Noel che entrano sul palco tenendosi per mano contiene perfettamente il senso del documentario. Non serve conoscere ogni dettaglio di ciò che è accaduto nei quindici anni precedenti per comprendere la forza di quel gesto: basta sapere quanto a lungo siano rimasti separati e osservare dove sono arrivati.
Oasis: Don’t Look Back in Anger avrebbe potuto limitarsi a celebrare una delle reunion più attese della musica britannica. Southern e Lovelace scelgono invece di raccontare ciò che quel ritorno ha rimesso in movimento: il rapporto tra due fratelli, una band che ritrova la propria identità e un pubblico che, mentre gli Oasis non esistevano più, ha continuato a far vivere le loro canzoni fino a consegnarle a una nuova generazione.



































