A Venezia 83, Steven Knight, Dylan Southern e Will Lovelace raccontano il ritorno degli Oasis: non solo la reunion più attesa del rock, ma una storia di fratellanza, perdono e riconciliazione che trova nel pubblico il suo protagonista inatteso.
Liam e Noel Gallagher sono a Venezia, ma alla conferenza stampa del film che racconta la loro riconciliazione non si presentano. Arrivano al Lido in motoscafo, concedono ai fotografi l’immagine che tutti aspettavano e più tardi sfileranno insieme sul red carpet, ma quando Oasis: Don’t Look Back in Anger incontra la stampa a Venezia 83, a parlare sono Steven Knight e i registi Dylan Southern e Will Lovelace. A chi domanda dove siano finiti i due protagonisti, Lovelace risponde che fino a un attimo prima erano lì a fare fotografie, quindi sì, rassicura ironicamente la sala, «ci sono».
In fondo, sarebbe difficile immaginare qualcosa di più coerente con gli Oasis. Una band che ha costruito parte della propria mitologia sul contrasto permanente tra esposizione e ritrosia, amore fraterno e insofferenza reciproca, e che persino nel momento della reunion continua a lasciare che siano soprattutto i gesti a raccontare ciò che le parole faticano a definire. Don’t Look Back in Anger, presentato Fuori Concorso alla Mostra, parte proprio da questa contraddizione e sceglie di non trasformare il ritorno degli Oasis in una celebrazione nostalgica di una delle più grandi rock band britanniche, ma di osservare ciò che accade quando due fratelli tornano nella stessa stanza dopo quindici anni trascorsi quasi senza parlarsi.
Il punto di partenza è noto. Nell’agosto 2009 gli Oasis stanno per esibirsi a Parigi quando l’ennesimo scontro tra Liam e Noel porta alla cancellazione del concerto e, subito dopo, alla fine della band. Per i successivi quindici anni i due fratelli rimangono sostanzialmente separati, fino all’annuncio della reunion nell’agosto 2024 e all’Oasis Live ’25, un tour mondiale che diventa qualcosa di molto più grande del previsto. Il documentario segue dodici concerti in tre continenti, ma soprattutto entra nelle sei settimane di prove che precedono il ritorno sul palco, accedendo a un territorio che fino a quel momento era rimasto inaccessibile.
Non un film sulla reunion, ma sulla possibilità di perdonarsi
Steven Knight lo chiarisce a Venezia senza troppi giri di parole: fin dall’inizio l’ambizione era realizzare un film sulla «riconciliazione, la redenzione e il perdono». Il problema è che nessuno poteva sapere se quella storia avrebbe davvero avuto il finale sperato. Per uno sceneggiatore abituato a governare strutture, svolte narrative e destini dei propri personaggi, Don’t Look Back in Anger rappresentava quindi quasi il contrario della scrittura: la necessità di aspettare che la realtà decidesse da sola quale film sarebbe diventato.
È anche il motivo per cui Knight, pur essendo uno degli sceneggiatori britannici più riconoscibili degli ultimi anni, ha escluso l’idea di trasformare questa storia in un biopic. La realtà, sostiene, si è rivelata «migliore di qualsiasi finzione» che avrebbe potuto scrivere; Southern gli serve immediatamente la battuta perfetta, ricordando che comunque nessuno potrebbe interpretare Liam Gallagher se non Liam Gallagher stesso.
La scelta decisiva diventa allora quella di sottrarre il più possibile la presenza di chi sta filmando. Durante le prove vengono installate circa dodici cineprese controllate da remoto, lasciate immobili nella sala perché Liam, Noel e gli altri componenti della band possano dimenticarsene. Per sei settimane i Gallagher praticamente non vedono registi né troupe: Southern e Lovelace vogliono che il primo vero riavvicinamento avvenga senza qualcuno che cerchi deliberatamente l’abbraccio, la confessione o la scena emotivamente perfetta.
E infatti non accade nulla di tutto questo. Knight racconta in conferenza il primo incontro durante le prove con un dettaglio che restituisce perfettamente la natura dei due fratelli: niente abbracci, niente lacrime, nessuna dichiarazione sulla ritrovata fratellanza. Liam entra, nota qualcosa che non gli piace sulla batteria, chiede di toglierla e poco dopo la band comincia a suonare. «Sono uomini inglesi della working class», scherza Knight: non si metteranno certo a darsi il cinque o a piangere.
È proprio l’assenza di una riconciliazione cinematograficamente perfetta a rendere interessante il percorso raccontato dal film. Il riavvicinamento avviene lentamente, quasi lateralmente, mentre i concerti si susseguono e qualcosa comincia a cambiare anche fuori dal palco. I figli dei Gallagher, che prima della reunion non si erano mai incontrati, diventano amici; Liam e Noel tornano gradualmente a essere una famiglia e, alla fine del documentario, Noel arriva persino a definire il fratello «delightful», delizioso, ammettendo di non avere mai pensato che un giorno avrebbe pronunciato quella parola riferendosi a lui.
Il film contiene così anche la prima intervista congiunta dei due dopo più di vent’anni, ma Southern e Lovelace scelgono significativamente di conservarla per la parte finale. Le interviste individuali vengono realizzate prima delle prove, quando entrambi possono ancora parlare separatamente delle paure e delle tensioni legate alla reunion; vederli seduti insieme troppo presto avrebbe eliminato il senso stesso del viaggio. Quando finalmente condividono l’inquadratura, possono ridere del proprio passato e riscrivere almeno in parte una storia che per anni era stata raccontata quasi esclusivamente attraverso la loro rottura.

Il terzo Gallagher è il pubblico
Ma se Don’t Look Back in Anger raccontasse soltanto Liam e Noel, mancherebbe probabilmente ciò che ha trasformato Oasis Live ’25 da reunion discografica a fenomeno culturale. Southern racconta che è stata la prima data di Cardiff a cambiare la prospettiva dei registi: davanti all’esplosione di gioia che accompagna il ritorno della band, diventa evidente che il protagonista del film non può rimanere soltanto sul palco.
«Il membro più importante degli Oasis è proprio il pubblico», è la conclusione a cui arriva Southern dopo quella sera. Da quel momento le cineprese iniziano a cercare non soltanto la performance, ma ciò che le canzoni provocano nelle persone. Per farlo, la produzione evita persino il linguaggio più convenzionale del concert movie: niente onnipresenti gru sopra la folla e nessuna ossessione per l’inquadratura perfetta del chitarrista, ma direttori della fotografia provenienti dal cinema narrativo – tra loro Lol Crawley di The Brutalist e James Laxton di Moonlight – invitati a seguire ciò che li emoziona, anche quando significa distogliere lo sguardo dal palco.
È qui che il film sembra trovare una dimensione più interessante della semplice nostalgia anni Novanta. Knight racconta di essere rimasto colpito dalla quantità di ragazzi che non erano nemmeno nati quando gli Oasis pubblicavano i loro dischi e che oggi conoscono quelle canzoni attraverso i genitori. Nei concerti vede padri e figli abbracciarsi, generazioni diverse utilizzare la musica come un linguaggio comune proprio là dove le parole spesso non arrivano.
La riconciliazione tra Liam e Noel smette così di essere una vicenda esclusivamente privata. Secondo Southern, la gioia riversata dal pubblico sul tour ha contribuito direttamente al loro riavvicinamento: concerto dopo concerto, i due fratelli sono tornati fisicamente ed emotivamente più vicini.
Ed è forse questa la chiave meno ovvia di Oasis: Don’t Look Back in Anger. Perché dietro l’evento musicale dell’anno, il ritorno di una band che sembrava destinata a esistere soltanto nei ricordi e l’inevitabile celebrazione di canzoni diventate patrimonio collettivo, Southern, Lovelace e Knight sembrano interessati soprattutto a una domanda molto più semplice: che cosa può ancora tenere insieme le persone?
Non è casuale che il film si chiuda non con una canzone degli Oasis, ma con What the World Needs Now Is Love di Burt Bacharach e Hal David. Southern racconta che, una volta provato quel brano sul finale, non è più stato possibile immaginarne un altro: nei concerti aveva percepito un bisogno di esperienza collettiva, quasi la necessità di ritrovarsi insieme in un momento storico dominato dalla divisione.
Forse è proprio per questo che il titolo Don’t Look Back in Anger finisce per assumere un significato più grande della canzone da cui proviene. Liam e Noel hanno trascorso quindici anni a guardarsi indietro con rabbia e non serve fingere che quel passato sia improvvisamente scomparso. Il film sembra piuttosto interessato alla possibilità che si possa smettere di esserne prigionieri.
E ieri a Venezia i Gallagher, fedeli fino in fondo alla propria natura, non hanno avuto bisogno di raccontarlo in conferenza stampa. È bastato vederli arrivare insieme.



































