La recensione di Oceania, live action Disney con Catherine Lagaʻaia e Dwayne Johnson: un adattamento fedele, spettacolare e rispettoso del film animato.
Il live action di Oceania arriva al cinema dieci anni dopo il film d’animazione che ha trasformato Vaiana e Maui in due icone Disney. Thomas Kail sceglie una fedeltà quasi assoluta, ma trova nella fisicità degli interpreti, nella magnificenza dell’oceano e nel legame con la cultura polinesiana le ragioni per tornare a raccontare questa storia.
Ci sono film Disney che diventano classici con il passare del tempo e altri che sembrano nascere già con la consapevolezza di esserlo. Quando Oceania arrivò nelle sale nel 2016 apparteneva evidentemente alla seconda categoria, perché riuscì a intercettare qualcosa di profondamente contemporaneo senza rinunciare alla struttura archetipica delle grandi avventure dello studio: al centro non c’era una principessa in attesa dell’amore, ma una ragazza chiamata a comprendere chi fosse attraverso la riscoperta di ciò che il suo popolo era stato prima di lei.
Prima ancora delle canzoni diventate immediatamente iconiche, di Maui e dell’oceano capace di prendere vita, Oceania aveva avuto il merito di portare nell’immaginario Disney una parte del mondo che il grande cinema occidentale aveva raccontato raramente con una simile centralità. La Polinesia non era semplicemente lo scenario esotico di una fiaba, ma il cuore culturale di un racconto costruito attorno al rapporto tra essere umano e natura, navigazione e memoria, identità individuale e appartenenza collettiva. Un universo inevitabilmente filtrato attraverso il linguaggio di un blockbuster Disney, ma animato dalla volontà di celebrare un patrimonio culturale straordinario e un popolo di navigatori per il quale l’oceano non rappresenta un confine, bensì una strada.
A dieci anni di distanza, Vaiana è diventata una delle figure femminili più riconoscibili della Disney contemporanea e Maui, ispirato a una delle personalità più importanti della mitologia polinesiana, è entrato definitivamente nella cultura popolare. Nel mezzo rimane un film d’animazione che non mostra praticamente alcun segno del tempo e che, proprio per questo, rende inevitabile la domanda che accompagna il nuovo live action di Thomas Kail, dal 19 agosto nelle sale italiane: era davvero necessario rifarlo?
Probabilmente no. Ma è proprio la consapevolezza di avere tra le mani qualcosa di quasi intoccabile a rendere interessante l’approccio scelto dal regista.
Oceania è molto fedele al film del 2016. E Thomas Kail non ha mai voluto nasconderlo
Bisogna partire da ciò che appare evidente fin dai primi minuti: il nuovo Oceania è estremamente fedele all’originale, nella struttura narrativa, nella successione di molte sequenze, nelle dinamiche tra i personaggi e naturalmente nelle canzoni che hanno contribuito al successo del film animato. Chi cerca una radicale reinterpretazione della storia non la troverà e, in alcuni momenti, la sensazione di assistere alla traduzione quasi letterale di qualcosa che conosciamo già è inevitabile.
Eppure liquidare il film come una semplice copia significa ignorare proprio la consapevolezza con cui questa operazione è stata affrontata. Abbiamo avuto l’opportunità di parlarne direttamente con Thomas Kail e, riguardando oggi il film alla luce delle sue parole, emerge con ancora maggiore chiarezza quale fosse la sua intenzione. Il regista ci aveva spiegato di essere partito dalla fiducia nella storia e nei suoi personaggi: modificarne radicalmente le fondamenta avrebbe significato, semplicemente, non realizzare più Oceania. La vera sfida consisteva invece nel capire cosa il cinema dal vero potesse aggiungere a una storia che funzionava già perfettamente nella sua forma animata.
Kail non cerca quindi disperatamente una svolta narrativa con cui giustificare il remake e non prova neppure a “correggere” retroattivamente il classico del 2016. Lavora piuttosto sulla presenza e sulla fisicità di quel mondo, sfruttando soprattutto ciò che un volto umano può restituire davanti alla macchina da presa. Gli sguardi tra Vaiana e i genitori, il rapporto con la nonna Tala, la vita della comunità di Motu Nui e la progressiva apertura della protagonista verso un orizzonte che fino a quel momento ha potuto soltanto immaginare acquisiscono così una consistenza differente. Non necessariamente migliore dell’animazione, perché sarebbe una competizione sterile, ma sufficientemente diversa da trovare una propria dimensione.
Catherine Lagaʻaia affronta inoltre un compito tutt’altro che semplice, evitando di trasformare Vaiana nell’imitazione della sua controparte animata e conservando quella combinazione di determinazione, curiosità e vulnerabilità che aveva reso il personaggio così immediatamente empatico. La sua protagonista non viene artificiosamente resa più adulta o tormentata per conferire al live action una presunta maggiore profondità: rimane una ragazza divisa tra l’amore per la propria comunità e la consapevolezza che, proprio per salvarla, dovrà trovare il coraggio di lasciarla.
La fedeltà resta dunque il limite più evidente del film, ma anche la sua dichiarazione d’intenti. Questo Oceania non vuole dimostrare che l’originale avesse bisogno di essere migliorato; parte, al contrario, dalla convinzione che non ne avesse alcun bisogno.

Dwayne Johnson completa Maui: dietro il semidio c’è finalmente un uomo
Se esiste però un personaggio attraverso cui il passaggio dall’animazione al live action acquista immediatamente senso, quello è Maui. Dwayne Johnson aveva già contribuito in maniera determinante alla sua costruzione nel 2016, prestandogli voce, carisma, ironia e una parte evidente della propria personalità; poterlo vedere oggi incarnare fisicamente il semidio produce un effetto sorprendentemente naturale.
Maui è per definizione eccessivo: vanitoso, fragoroso, irresistibile, infantile, eroico e inaffidabile, un trickster che sembra avere bisogno di occupare tutto lo spazio disponibile. Johnson riesce a conservare questa natura senza trasformare il personaggio in una caricatura, soprattutto perché dopo dieci anni sembra conoscerlo abbastanza intimamente da potersi permettere di mostrarne anche le crepe.
Thomas Kail, durante la nostra intervista, aveva insistito proprio sulla straordinarietà di lavorare con un interprete che aveva prima costruito Maui attraverso la voce e che adesso poteva completarlo attraverso il corpo. La sua fisicità diventa parte integrante della narrazione: la sicurezza ostentata, il sorriso enorme, il modo in cui domina ogni ambiente e persino le cicatrici sul volto contribuiscono a raccontare un personaggio che appare invincibile fino a quando la macchina da presa non si avvicina abbastanza da mostrarci ciò che nasconde.
Ed è nei momenti più intimi che emerge la prova migliore di The Rock. Dietro la spacconeria di You’re Welcome, il bisogno costante di essere celebrato e l’ego apparentemente smisurato rimane il trauma dell’abbandono. Kail ci aveva confidato che una delle scene che più lo aveva sorpreso una volta trasferita sul set era proprio quella in cui Maui racconta il proprio passato, perché nell’interpretazione di Johnson aveva riconosciuto con maggiore intensità qualcuno che ha trascorso l’esistenza cercando di farsi amare dal mondo dopo essere stato rifiutato dai propri genitori.
È una sfumatura che il live action rende particolarmente efficace. Maui accumula imprese e approvazione perché nulla sembra essere sufficiente a colmare quella mancanza originaria, e Johnson riesce a passare dalla spettacolarità alla fragilità senza snaturare il personaggio. È qui, forse più che altrove, che si comprende ciò che Kail intendeva quando ci parlava della differenza tra osservare un personaggio animato e poter leggere una vita intera sul volto di un attore.

L’oceano è la meraviglia tecnica del film, ma soprattutto la sua anima
La vera conquista visiva di Oceania rimane però il mare. Non soltanto per l’impressionante qualità degli effetti visivi, per la luce che attraversa i paesaggi o per la scala delle sequenze in mare aperto, ma perché Kail e il team guidato da Bill Westenhofer hanno compreso perfettamente che l’oceano non poteva essere trattato come uno scenario digitale.
L’oceano è un personaggio, esattamente come lo era nel film animato. È curioso, giocoso, protettivo e compassionevole, possiede una volontà e soprattutto costruisce con Vaiana una relazione che il live action riesce a rendere sorprendentemente emozionante. Quando l’acqua si solleva per incontrarla, la tecnologia smette quasi di essere percepibile come tale: non ci si domanda più come sia stata realizzata quella massa liquida, ma cosa stia cercando di comunicare.
Anche qui le parole di Kail raccolte durante la nostra intervista diventano una chiave di lettura preziosa. Il regista ci aveva raccontato di aver immaginato il primo incontro tra Vaiana e l’oceano pensando a Black Beauty e a quelle scene in cui un bambino e un animale imparano a fidarsi reciprocamente senza bisogno delle parole. La domanda che aveva guidato la costruzione della sequenza era semplicissima: come può la natura dire a qualcuno “sei al sicuro con me”? Nel film quella riflessione diventa movimento, ritmo e sentimento, pur avendo come protagonista qualcosa che non possiede né un volto né una voce.
Ma il mare di Oceania è inseparabile anche dalla dimensione culturale dell’opera. Ciò che in moltissimi racconti occidentali rappresenta un confine o una minaccia, qui è memoria, connessione e possibilità. Vaiana scopre che il suo popolo discende da navigatori capaci di leggere stelle, correnti e venti, e comprende che quella voce che l’ha sempre attirata oltre la barriera corallina non rappresenta una ribellione nei confronti della propria comunità, bensì il ricordo di ciò che quella stessa comunità era stata.
È in questo legame tra passato e futuro che Oceania continua a conservare il proprio significato più profondo. La cultura polinesiana non è la decorazione del film, ma ciò che rende possibile la storia: nei corpi, nei volti, nelle imbarcazioni, nei canti e nel rapporto quasi spirituale con l’oceano si trova un’identità che il live action ha il merito di rendere ancora più tangibile.
Oceania non aveva bisogno di essere rifatto. Ma questo non lo rende un film inutile
Arrivati alla fine, ridurre il giudizio alla contrapposizione tra “remake necessario” e “copia inutile” sarebbe fin troppo semplice. Oceania segue molto da vicino il film del 2016 e questa familiarità, inevitabilmente, impedisce talvolta di provare lo stesso senso di scoperta dell’originale. Ma considerare la fedeltà come prova sufficiente della pigrizia artistica dell’operazione significa non guardare ciò che effettivamente accade sullo schermo.
Perché tecnicamente il film di Thomas Kail è notevole, capace di integrare effetti visivi estremamente complessi con una dimensione naturale e fisica senza trasformarsi in una continua esibizione digitale; perché Catherine Lagaʻaia sostiene con autenticità il peso di un personaggio amatissimo; perché Dwayne Johnson trova dentro Maui qualcosa che la voce aveva già suggerito e che il suo volto può finalmente completare; perché la musica conserva una funzione narrativa prima ancora che nostalgica e, soprattutto, perché l’oceano mantiene quella qualità emotiva e quasi spirituale che costituiva l’anima dell’opera originale.
Kail ha forse trovato la risposta più convincente alla domanda sull’esistenza stessa di questo live action scegliendo di non combattere con il film che lo ha preceduto. Nelle parole che ci ha affidato non c’era la volontà di rivendicare la superiorità della propria versione, ma l’umiltà di chi sapeva perfettamente di entrare in uno spazio già amatissimo e di doverlo attraversare con rispetto.
Dieci anni fa Vaiana ci aveva insegnato che conoscere le proprie radici non significa essere condannati a rimanere nel luogo da cui proveniamo, ma sapere da dove partire quando arriva il momento di attraversare la barriera corallina. Il live action di Oceania compie, in fondo, lo stesso gesto: non rinnega ciò che è stato e non pretende di sostituirlo, ma sale sulla stessa canoa e sceglie nuovamente di prendere il largo.
Perché alcune storie non hanno bisogno di essere reinventate per continuare a viaggiare: hanno soltanto bisogno di un nuovo oceano da attraversare.


































