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Perché I Peccatori merita di vincere i premi della stagione

Valentina Fiorino Di Valentina Fiorino
15 Marzo 2026
in News, Oscar 2026, Top News
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I Peccatori di Ryan Coogler ha fatto la storia ancora prima della notte degli Oscar: ecco perché merita ogni nomination.

Mancano poche ore alla 98ª cerimonia degli Oscar 2026, e tra i favoriti della serata c’è un film che nessuno si aspettava:I Peccatori di Ryan Coogler (leggi la nostra recensione qui ), uscito nelle sale americane nell’aprile 2025 e diventato il fenomeno cinematografico più discusso dell’anno. Con 16 candidature — record assoluto nella storia degli Oscar, è anche il titolo che ha sorpreso di più al botteghino: 370 milioni di dollari nel mondo, primo film originale a superare i 200 milioni nel mercato domestico dai tempi di Coco nel 2017.

i peccatori Michael B Jordan
Photo Credits: Warner Bros. Pictures

Scritto, diretto e prodotto da Coogler, I Peccatori vede Michael B. Jordan nel doppio ruolo di due fratelli gemelli nel Mississippi del 1932 alle prese con un male soprannaturale, con un cast che include Hailee Steinfeld, Miles Caton, Jack O’Connell e Delroy Lindo, e una colonna sonora di Ludwig Göransson immersa nel blues del Delta. Un risultato tanto storico quanto, a nostro avviso, meritato. Ecco perché.

I Peccatori: sedici candidature che non sono un caso

Il cuore pulsante de I Peccatori è la lunga sequenza nel juke joint, i locali tipici gestiti soprattutto da afroamericani nel sud degli Stati Uniti, dove si suonava musica, si ballava, si beveva e si giocava. Mentre Sammie “Preacher Boy” suona, la scena si apre in modo volutamente anacronistico: compare una chitarra elettrica che richiama Jimi Hendrix, batteristi fuori epoca, ballerini che sembrano arrivare da decenni successivi. Non è un errore di continuità. È una scelta precisa.

Quello che la scena suggerisce — e che lo spettatore vede chiaramente, anche se i personaggi sembrano soltanto intuirlo — è che la musica di Preacher Boy non rappresenta soltanto gli anni ’30 in cui è ambientata la storia. In quel momento prende forma tutta la traiettoria della musica afroamericana: dal blues al jazz, dal soul fino all’hip-hop. La voce diventa coro, e il coro diventa storia.

La base di tutto, infatti, non è lo strumento: è la voce. Le storie trasformate in musica e in canti collettivi. Perché quando parla una persona è una voce sola, ma quando cantano in molti quelle voci si uniscono nel modo più antico e potente che esista.

La scena diventa così una specie di cosmogonia musicale e insieme una promessa: passato, presente e futuro non si susseguono semplicemente, ma convivono nello stesso momento. E il fatto che siamo noi spettatori a vederlo — anche se per i personaggi è solo una sensazione — è una delle intuizioni più intelligenti de I Peccatori. Ci fa percepire la musica come un flusso continuo, qualcosa che supera chi la suona e continua a vivere oltre di loro.Il blues racconta ciò che le parole da sole non riescono a dire: raccoglie memoria, trasforma il dolore in forma e fa vibrare — come le corde di una chitarra — emozioni che attraversano i corpi e li uniscono oltre il tempo storico.

 I Peccatori Preach Boy
Photo Credits: Warner Bros. Pictures

Ma c’è anche qualcosa di ancora più profondo. Per la comunità nera il blues non è stato solo un genere musicale: è stato un modo per restare uniti, per raccontarsi e per tramandare una storia comune. Un modo per affermare la propria esistenza — non come oggetti o proprietà, ma come individui con una voce e una memoria. La speranza che questa musica porta con sé non è soltanto la promessa di tempi migliori. È, prima di tutto, la conferma di esistere. Ed è anche per questo che la presenza del blues al centro de I Peccatori non è soltanto una scelta estetica, ma anche profondamente politica.

Questa idea di tempo che si sovrappone e di memoria che continua a vibrare non rimane confinata alla musica. Ryan Coogler la traduce anche nel linguaggio visivo del film, trasformando la forma stessa dell’immagine in parte del racconto.

A rafforzarla interviene una scelta registica tutt’altro che ornamentale: il cambio di aspect ratio. L’alternanza tra formati non è un vezzo stilistico, ma un vero dispositivo semantico. Quando il quadro si espande suggerisce respiro, apertura, trascendenza; quando invece si restringe intensifica il conflitto, concentra lo sguardo, rende lo spazio quasi claustrofobico. È una grammatica visiva che dialoga direttamente con il tema de I Peccatori: la tensione tra destino individuale e orizzonte collettivo, tra l’identità che si tenta di preservare e il sistema che prova ad assorbirla.

Il vampiro come sistema di oppressione

I vampiri, in I Peccatori, sembrano inizialmente l’escamotage narrativo: l’elemento che accende la miccia e mette in moto il meccanismo del genere. Ma è un’impressione che dura poco. Perché i vampiri sono bianchi e cercano di entrare in uno spazio profondamente nero. E questo, nel Mississippi del 1932, non può essere casuale.

Sono irlandesi, e il film non lo nasconde. Un popolo che conosce la sofferenza e che ha usato il canto per tramandare le proprie ferite e tenere viva la propria tradizione — qualcosa che, in superficie, potrebbe sembrare non così lontano dalla comunità che trovano dall’altra parte della porta. E il vampiro capo lo sa: quando chiede di entrare, non lo fa in modo aggressivo. Fa un discorso che suona come un appello all’integrazione, alla pace, alla convivenza. Siamo diversi, ma possiamo fare musica insieme. Una bella serata, niente di più.

È uno dei momenti più geniali de I Peccatori, perché quel discorso suona familiare, quasi rassicurante. Eppure nessuno ne viene tentato. Perché ogni persona nera in quella stanza ha un vissuto che la rende immune a quella retorica: la segregazione, il mancato riconoscimento del diritto di esistere, la violenza sistemica. Non si tratta di un pregiudizio istintivo, ma di memoria accumulata, di un’intelligenza collettiva costruita sulla sopravvivenza. La differenza tra pelli non sarebbe mai diventata un problema se un sistema culturale non l’avesse trasformata in gerarchia. Ma quel sistema esiste, e lascia tracce che non si cancellano con un semplice invito a suonare insieme.

I peccatori vampiri
Photo Credits: Warner Bros. Pictures

E poi c’è la natura profonda del vampirismo così come Ryan Coogler lo costruisce ne I Peccatori : non la morte, ma l’omologazione. Il vampiro non ti uccide — ti assorbe. Ti trasforma in parte di una comune in cui uno vale l’altro, in cui tutto è condiviso e l’identità individuale si dissolve in un’uniformità senza storia. Te la presentano come un grande “noi”, come una famiglia. Ma è l’esatto contrario di ciò che quella comunità ha costruito attraverso secoli di musica, memoria e resistenza: storie di individui che si riconoscono gli uni negli altri senza annullarsi. In questo senso il vampirismo diventa il sistema di oppressione reso soprannaturale: ti succhia l’anima e ti restituisce vuoto, uguale agli altri, senza passato.

La chitarra, la promessa, il dono

Al centro di tutto I Peccatori c’è una chitarra. “Preacher Boy” la riceve pensando appartenesse a un famoso musicista, e solo più tardi scopre che era del padre dei gemelli — un uomo violento, un ricordo difficile. Il fatto che i gemelli l’abbiano lasciata andare, dandola a Sammie, ha il peso di un gesto di liberazione: mollare un oggetto carico di dolore e affidarsi alla musica invece che al passato.

“Preacher Boy” non lascia mai quella chitarra, nemmeno quando è rotta. La musica è ciò che lo sostiene, ciò che gli permette di essere se stesso oltre ogni circostanza. Il padre è un uomo di fede, convinto che Dio salvi, ma il film suggerisce un’altra cosa: è la musica che salva. Non perché sostituisca il sacro, ma perché è lo strumento più concreto e umano attraverso cui ci si racconta, ci si riconosce e ci si tiene uniti. Abbandonare la chitarra significherebbe abbandonare se stessi.

Ed è proprio intorno alla chitarra che si gioca uno dei nodi narrativi più interessanti del finale de I peccatori. Il vampiro capo riconosce in “Preacher Boy” un dono speciale: la capacità di trascendere il tempo e unire le persone attraverso la musica. Se fosse diventato uno di loro, quella forza avrebbe amplificato il potere dell’intera comunità vampirica, accelerando la creazione di uno sciame sempre più grande. Il rifiuto di Sammie non è solo una scelta di sopravvivenza: è un atto che nega al sistema di oppressione il suo moltiplicatore più potente.

Resta infine una domanda aperta, e proprio per questo affascinante: la promessa che il gemello sopravvissuto fa al fratello — proteggere Sammie — vale per tutti quegli anni perché i vampiri condividono una mente sola, o perché quel gemello, pur trasformato, ha conservato un frammento della propria identità, della propria storia, sufficiente a mantenere fede a un legame umano? Il film non risponde. Ma la domanda dice molto: forse l’identità è così tenace da sopravvivere anche dove sembrava impossibile.

I peccatori: un candidato solido, per le ragioni giuste

I Peccatori si candida agli Oscar come miglior film perché riesce a fare ciò che il cinema americano dimentica spesso di poter fare: interrogarsi su chi siamo, da dove veniamo e cosa vale davvero la pena preservare. In un genere storicamente segnato dal corpo come luogo di violenza e paura, Coogler trasforma il corpo che canta, suona e ricorda in un atto di resistenza.

Se alla fine, I Peccatori dovesse vincere sarà perché convince e mantiene fede alla propria storia, alla musica e ai personaggi che racconta.

Tags: I peccatorimichael b. jordanOscar 2026Ryan Coogler

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