A otto anni da Burning, il regista sudcoreano presenta in concorso a Venezia 83 un’opera monumentale e intimissima, capace di trasformare l’incontro tra due coppie in una lucidissima riflessione su lavoro, classe sociale e bisogno d’amore. Dal 6 novembre su Netflix.
“Non desiderare”. È da uno dei comandamenti apparentemente più semplici e insieme più impossibili da rispettare che Lee Chang-dong riparte dopo otto anni di assenza dal cinema. Possible Love, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e dal 6 novembre su Netflix, porta con sé una dedica al Decalogo di Krzysztof Kieślowski, ma impiega pochissimo tempo per trovare una strada completamente personale. Perché ciò che desiderano i suoi protagonisti non è soltanto ciò che appartiene agli altri. È una vita differente, una libertà che sembra irraggiungibile, la possibilità di essere guardati e riconosciuti. Forse, semplicemente, un altro modo di amare.
Mi-ok (Jeon Do-yeon) vive con il marito Ho-seok (Sul Kyung-gu) e il loro giovane figlio. Il licenziamento dell’uomo ha però modificato gli equilibri della famiglia ben oltre la perdita di uno stipendio: ha intaccato identità, dignità e capacità di immaginare il futuro. A un funerale le loro vite incrociano quelle di Ye-ji (Cho Yeo-jeong), documentarista interessata alle storie dei lavoratori licenziati, e del marito Sang-woo (Zo In-sung), appartenenti a un mondo economicamente distante dal loro. Mi-ok accetta di farsi riprendere e quello che nasce come incontro tra chi racconta e chi viene raccontato diventa progressivamente qualcosa di molto più ambiguo.
Due coppie, due Coree e tutto ciò che desideriamo degli altri
Lee Chang-dong costruisce 164 minuti di cinema senza avere fretta di spiegare i suoi personaggi. Li osserva. Li lascia parlare, mentire, contraddirsi e avvicinarsi, fino a fare emergere la violenza invisibile prodotta dalla distanza economica. Non c’è bisogno di trasformare i ricchi in carnefici e i poveri in vittime: la straordinaria intelligenza di Possible Love risiede proprio nel rifiuto di una contrapposizione così elementare. La classe sociale è qualcosa che precede i personaggi e condiziona perfino il modo in cui possono permettersi di desiderare. È una barriera quasi invisibile finché le due coppie non provano ad attraversarla.
Dietro questa storia esiste inoltre una ferita reale. Lee ha iniziato a pensare al film dopo i licenziamenti di massa avvenuti in Corea del Sud nel 2009 e la successiva, violenta repressione dello sciopero dei lavoratori. Per anni ha però dubitato della legittimità di trasformare quel dolore in finzione. È una domanda che Possible Love non nasconde ma incorpora nel personaggio di Ye-ji: che diritto ha chi possiede una macchina da presa di appropriarsi della sofferenza altrui per trasformarla in racconto?
È qui che il film diventa anche una riflessione sorprendentemente lucida sul cinema stesso. La macchina da presa può restituire dignità, ma può anche esercitare un privilegio. Può avvicinare due persone oppure stabilire definitivamente chi osserva e chi viene osservato. Lee non offre una risposta rassicurante e ha riconosciuto di sentirsi particolarmente vicino proprio a Ye-ji, trasferendo su di lei i propri dubbi di narratore.
Poi c’è il desiderio, che attraversa ogni cosa. Mi-ok è attratta dall’enigmatico Sang-woo, ma sarebbe riduttivo leggere quell’attrazione esclusivamente in termini sentimentali o sessuali. Ognuno sembra riconoscere nell’altro una possibilità di esistenza che gli è stata negata. Ed è proprio quando le due famiglie si avvicinano maggiormente che le differenze diventano impossibili da ignorare.

Jeon Do-yeon al centro di un film che non smette di crescere
Dentro una costruzione così stratificata, Lee Chang-dong trova però sempre l’essere umano. Ed è soprattutto Jeon Do-yeon a dare al film il suo centro emotivo. Mi-ok è vitale e vulnerabile, curiosa e contraddittoria, capace di attraversare sentimenti opposti senza trasformarli mai in dimostrazione. Accanto a lei Sul Kyung-gu compone un Ho-seok quasi consumato dall’umiliazione, mentre Cho Yeo-jeong e Zo In-sung rendono Ye-ji e Sang-woo molto più complessi delle incarnazioni del privilegio che avrebbero potuto essere. È un quartetto di interpretazioni impressionante per misura e naturalezza. Anche la critica internazionale ha individuato nella ricchezza psicologica dei personaggi e nella capacità di tenere insieme numerosi fili narrativi alcuni dei maggiori risultati del film.
Possible Love appartiene così a quel cinema rarissimo che sembra allargarsi mentre lo si guarda. Parte da un licenziamento e arriva al matrimonio; parla di capitalismo e finisce per interrogarsi sull’intimità; osserva la disuguaglianza e scopre quanto persino l’amore possa essere condizionato dalla libertà economica. Le sue quasi tre ore non cercano l’esplosione narrativa, ma accumulano gesti, silenzi e piccole fratture fino a trasformare quattro esistenze private nel ritratto di una società intera.
Lee Chang-dong torna dopo otto anni senza concedere nulla alla necessità di dimostrare di essere ancora uno dei grandi autori del cinema contemporaneo. Gli basta guardare quattro persone mentre tentano, spesso maldestramente, di essere felici. E ricordarci che forse l’amore “possibile” del titolo non è quello che riesce a cancellare le distanze, ma quello che continua a esistere nonostante esse.
A Venezia 83, è difficile chiedere al cinema molto più di questo.



































