Robert Pattinson porta a Venezia 83 il film di Lance Oppenheim ispirato al fenomeno To Catch a Predator, un racconto sul confine sempre più sottile tra giornalismo, giustizia e spettacolarizzazione della realtà.
Il 2026 di Robert Pattinson sembra fatto apposta per rendere definitivamente impossibile qualsiasi definizione della sua carriera attraverso un solo genere o una precisa idea di star. Prima The Drama, poi Odissea, dove Christopher Nolan gli ha affidato un Antinoo seducente e minaccioso; adesso Primetime, presentato in Concorso a Venezia 83, mentre all’orizzonte ci sono già Dune: Parte Tre e il ritorno nei panni di Bruce Wayne in The Batman: Parte II. Una stagione particolarmente fertile, attraversata con quella libertà che ormai gli permette di muoversi tra cinema d’autore e grandi produzioni senza dover scegliere a quale dei due mondi appartenere.
In Primetime, esordio nella finzione del documentarista Lance Oppenheim, Pattinson affronta però uno dei personaggi più insoliti del suo percorso recente: una versione cinematografica di Chris Hansen, il giornalista diventato un volto della cultura pop americana grazie a To Catch a Predator, controverso segmento di Dateline NBC che negli anni Duemila attirava davanti alle telecamere uomini convinti di avere organizzato incontri sessuali con minorenni. Pattinson era entrato nel progetto soltanto come produttore, ma approfondendo Hansen ne è rimasto talmente affascinato da decidere di interpretarlo, lavorando soprattutto sulla voce, sulle pause e su quel particolare carisma di chi, da narratore della storia, finisce progressivamente per diventarne il protagonista.
È attraverso di lui che Primetime torna al 2006, non per costruire un biopic tradizionale, ma per interrogare il momento in cui giornalismo, giustizia e spettacolo hanno cominciato pericolosamente a sovrapporsi. Oppenheim utilizza To Catch a Predator come punto di partenza per osservare un dispositivo televisivo che costruiva situazioni artificiali allo scopo di far emergere intenzioni terribilmente reali, trasformando case, telecamere nascoste e falsi profili di adolescenti negli elementi di una messa in scena pensata anche per il pubblico.
È questa contraddizione ad aver affascinato il regista: che cosa accade quando la volontà di denunciare uno degli aspetti più oscuri della società scopre contemporaneamente quanto quel male possa diventare intrattenimento? A vent’anni di distanza, mentre cronaca, true crime e spettacolarizzazione della realtà convivono quotidianamente sui nostri schermi, la domanda posta da Primetime appare persino più urgente di allora.
To Catch a Predator e il momento in cui la cronaca diventa show
È questo, più della ricostruzione della vicenda personale di Hansen, il vero centro del film. Primetime guarda a una televisione che non si limita più a raccontare un fatto dopo che è accaduto, ma crea le condizioni affinché quel fatto possa avvenire davanti alla macchina da presa. Il dispositivo televisivo diventa contemporaneamente osservatore, investigatore e artefice della situazione che documenta, producendo un’ambiguità etica che oggi appare persino più interessante di quanto potesse esserlo vent’anni fa.
La sinossi ufficiale italiana insiste proprio sul progressivo dissolversi del confine tra “informazione, giustizia e spettacolo”, mentre il successo trasforma il conduttore in un personaggio pubblico e la cronaca in un prodotto consumabile. Non significa mettere in discussione la gravità dei crimini perseguiti, quanto interrogare ciò che accade quando la loro esposizione viene organizzata secondo le regole della suspense, dell’attesa e della gratificazione dello spettatore.
Oppenheim sembra interessato soprattutto a questa contraddizione, probabilmente anche perché arriva dal documentario e conosce bene il problema della posizione di chi osserva. Se una telecamera modifica inevitabilmente ciò che riprende, To Catch a Predator portava quella relazione alle estreme conseguenze: attori fingevano di essere minorenni, una casa diventava un set e un incontro preparato dalla produzione si trasformava in un evento televisivo nazionale, pur confrontandosi con un pericolo tutt’altro che fittizio. Come ha spiegato il regista in conferenza, erano scenari costruiti che finivano per scontrarsi con qualcosa di “estremamente reale” ed “estremamente pericoloso”.
È anche qui che Primetime smette di essere semplicemente un film sugli anni Duemila e comincia a parlare del presente. Quella contaminazione fra cronaca e spettacolo che allora poteva apparire estrema è diventata una delle grammatiche dominanti dell’ecosistema mediatico contemporaneo, dove processi, crimini e tragedie vengono raccontati attraverso clip, reaction, podcast e contenuti true crime, mentre la distanza tra informarsi e consumare una storia si fa sempre più sottile.

Robert Pattinson e il magnetismo inquietante di Chris Hansen
Al centro di questo dispositivo c’è Robert Pattinson, che inizialmente aveva immaginato di produrre il progetto affidandone il ruolo principale a un altro attore. Più approfondiva Hansen e riguardava il programma, tuttavia, più quella figura diventava difficile da abbandonare. In conferenza l’attore ha parlato di un’energia quasi elettrica e di un magnetismo capace di rendere la visione dello show progressivamente ossessiva, riconoscendo a To Catch a Predator la capacità di avere realmente infranto alcune delle regole della televisione dell’epoca.
È un elemento importante perché impedisce a Primetime di trasformarsi in una semplice requisitoria contro Hansen. Il vero giornalista ha criticato pubblicamente il progetto dopo averne visto il trailer, definendolo sostanzialmente inventato; Pattinson, interrogato sulla questione a Venezia, ha evitato lo scontro, precisando che l’intenzione non era realizzare un film direttamente su di lui e auspicando invece che possa riconoscere nel risultato una sorta di complimento. Per l’attore, il carisma di Hansen e la portata innovativa del programma sono stati una fonte d’ispirazione per l’intero progetto, non il bersaglio di un’operazione demolitoria.
La difficoltà è stata allora trovare una presenza che evocasse Hansen senza ridursi all’imitazione. Pattinson ha definito il lavoro sull’accento, sulla voce e sui manierismi uno dei più complessi affrontati nella propria carriera, raccontando come anni di conversazioni con Oppenheim abbiano progressivamente costruito il personaggio. Il risultato deve contenere contemporaneamente sicurezza, ambizione e quella particolare autorità televisiva che permette a un conduttore di trasformarsi da intermediario della storia a protagonista della storia stessa.
Il processo è stato talmente immersivo da produrre anche una curiosa contaminazione professionale. Pattinson ha iniziato L’Odissea praticamente subito dopo Primetime e, riguardando il film di Christopher Nolan, sostiene di riuscire ancora a sentire qualche traccia della voce di Hansen nella propria interpretazione. È una battuta, naturalmente, ma racconta bene quanto il personaggio gli sia rimasto addosso.
Accanto a lui, Primetime riunisce Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers, qui al debutto come attrice cinematografica. Pattinson ne ha elogiato soprattutto la naturalezza e la capacità di improvvisare, raccontando di essere rimasto colpito dalla tranquillità con cui la musicista ha affrontato il set nonostante si trattasse della sua prima esperienza di questo tipo.
Ma ciò che rende Primetime interessante, almeno a partire dalle parole con cui Oppenheim e Pattinson lo hanno accompagnato a Venezia, è proprio il rifiuto di fornire una risposta rassicurante alla domanda che pone. To Catch a Predator ha contribuito a esporre un male reale e, contemporaneamente, ha compreso quanto quel male potesse generare televisione. La contraddizione non si risolve scegliendo una delle due letture, perché è precisamente nella loro convivenza che il film sembra trovare la propria ragione d’essere.
A vent’anni di distanza, quando la spettacolarizzazione della cronaca non ha più bisogno neppure del filtro della televisione e ogni evento può trasformarsi istantaneamente in contenuto, tornare a quel momento significa allora osservare una sorta di origine recente del nostro presente. Primetime non parla soltanto di chi stava davanti alla telecamera, ma anche di chi guardava dall’altra parte dello schermo. E forse la domanda più scomoda non riguarda ciò che Chris Hansen fosse disposto a mostrare, quanto il motivo per cui milioni di persone non riuscissero a smettere di guardarlo.
Dal 15 ottobre, al cinema.


































