Phil Lord e Christopher Miller dirigono una commedia di fantascienza che fa il miracolo tra cinema di cuore e cinema di testa.
C’è un uomo che fluttua nello spazio… ma mica si ricorda come ci è arrivato. Si risveglia come una larva e fa fatica pure a ricordarsi quale sia il suo nome, Ryland Grace (Ryan Gosling). È uno scienziato, capirà, rimasto solo alla deriva su un’astronave sparata ad anni luce dalla Terra. Gli altri due membri dell’equipaggio sono morti mentre erano sotto coma farmacologico e poco a poco torna a realizzare perché si trovi lì su. Roba di poco conto: studiare una forma di parassiti molecolari che sta uccidendo il Sole, minacciando di estinguere l’umanità.
L’ultima missione: Project Hail Mary inizia come più o meno iniziava il bel Sunshine di Danny Boyle nel 2007 (che era scritto da Alex Garland), cioè con l’angoscia di una prossima morte solare e un compito quasi impossibile da assolvere in quel luogo terrificante e sconvolgente che è lo spazio tra le stelle. Se nel film del regista inglese il viaggio era esperienza esistenzialista ai limiti del paranormale, qui si è già arrivati alla meta con un sacco di tasselli del puzzle da rimettere a posto.
Tra buddy movie e ode allo stupore

Il materiale di partenza del film è l’omonimo libro di Andy Weir, lo stesso scrittore di The Martian, che fu portato al cinema da Ridley Scott con un altro ottimo film scritto da Drew Goddard, che torna in sceneggiatura anche stavolta. In regia c’è invece il duo formato da Phil Lord e Christopher Miller, che riescono a fare della fantascienza da cervelloni tipica di Weir un film portato a misura di diletto pop. Un’opera che trova un mix commovente tra disperazioni individualiste e una cifra predominante da spassosa commedia (la tipica di Lord e Miller), che concilia le sue anime nel passaggio cruciale del racconto: l’incontro con l’altro.
Qui fuori, il dr. Grace infatti non è l’unico a cercare una soluzione. C’è un’altra nave con un altro sopravvissuto. Non è un umano. È un buffo alieno dalle sembianze di una roccia con cinque arti, che entra in contatto con Grace nel tentativo di instaurare un dialogo e provare a trovare un rimedio al loro problema comune. Su loro due si stende la natura da buddy movie sci-fi di Project Hail Mary, con l’uomo che ribattezza il suo nuovo compagno Rocky, sul quale il miracolo è stato modellare alla perfezione personalità, carattere ed umorismo al di là la sua natura spigolosa, priva di volto, e quindi di occhi, bocca, naso.
La cifra vincente della pellicola sta tutta qua, come se fosse poco. Nell’ottima capacità di mescolare la comicità con il gusto del racconto scientifico e soprattutto in accordo all’euforia emotiva della scoperta, a partire proprio dall’inclassificabile terrore estatico del contatto con l’altro – il primo incontro tra Grace e Rocky, che arriva dopo un po’, è una scena emozionante e da pelle d’oca.
Un mix riuscito con un grande Ryan Gosling

Si vortica nel gusto mai lasciato indietro per una fantascienza concreta, tangibile e piena di effetti pratici. L’astronave di Grace è uno spazio fisico interamente ricostruito in studio, piena di bottoni e strumentazioni, in cui i due protagonisti creano, assemblano, riciclano prima nel tentativo di ottimizzare la loro comunicazione, poi in quello di scongiurare la catastrofe delle loro rispettive specie.
E l’attimo dopo si vortica in una comicità molto fisica e buffacchiona, che pesca dal demenziale e si costruisce molto sulla presenza del corpo comico di Gosling, in uno strepitoso one man show dove l’ironia attraversa pure i suoi sguardi e le sue alzate di sopracciglio, dietro cui sta sempre un dubbio in confine con l’inadeguatezza. Forse Grace non è chissà quale grande eroe, raccontano i flashback ambientati sulla Terra prima della partenza e in cui c’è anche Sandra Hüller – su come far riaffiorare questi flashback si poteva magari fare un leggere sforzo narrativo in più.
È poi evidente che non ci sarebbe nessun Project Hail Mary se non ci fossero stati prima Interstellar di Christopher Nolan e Arrival di Denis Villeneuve. Del primo ci rendiamo conto solo ora, a distanza di qualche anno, quanto abbia fatto scuola, costruito immaginario e settato un riferimento estetico fantascientifico che nella regia di Lord e Miller torna a più riprese.
E da Arrival si prende l’ottimismo scientifico e oltre-umano della comunicazione e cooperazione interspecie, dello sforzo della comprensione come baluardo eretto in resistenza all’annientamento – mai banale, soprattutto nell’epoca del trash talk elevato a strategia comunicativa e di governo da parte dei potenti del mondo, tornati a sparare, schiacciare, prevaricare e paventare i prodigi della deterrenza nucleare.
Di tutta questa esperienza Project Hail Mary fa tesoro da percorrere e non esporre. Lo usa per cercare calore e attivare collegamenti, non per raffreddarsi nella riproposizione. Se ha un vizio, è semmai quello che da un po’ di tempo a questa parte è diventato il solito: una lunghezza eccessiva (due ore e tre quarti), con qualche scena ‘finale’ di troppo. Ma il finale finale riempie e sommerge con un’ultima ondata di quella gioia che nella scoperta non rinuncia, ma anzi rafforza, la sacralità dell’amicizia.




































