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Martina Barone

RoFF17 | Amsterdam: recensione del (brutto) film di David O. Russell

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RoFF17 | Amsterdam: recensione del (brutto) film di David O. Russell

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Non bastano Christian Bale, Margot Robbie, David John Washington e tanti altri voti noti per rendere un film riuscito Amsterdam, dal 27 ottobre al cinema

Forse David O. Russell è stato uno dei più grandi appannaggi cinematografici vissuti negli ultimi anni. È pur vero che l’autore di The Fighter ha portato all’Oscar per il Miglior attore non protagonista il suo fedele attore Christian Bale, che ha continuato a seguirlo anche in altri progetti, nonché ha permesso la vittoria anche ad una giovanissima Jennifer Lawrence che agli albori di una già folgorante carriera è stata premiata per la sua prova ne Il lato positivo. Che la scrittura del regista e sceneggiatore fosse già prolissa e discontinua era stato evidente con un American Hustler che aveva colpito per le ambientazione, i costumi e gli attori che aveva inserito al suo interno, ma che nel distendere questo gangster movie patinato si era perso nei meandri di una storia che si prolungava faticosamente.

Il colpo di grazia però è stato senza alcun dubbio Joy, racconto di questa donna e della creazione del suo strumento di pulizia, che aveva saputo rendere ancora meno interessante una narrazione che partiva da subito svantaggiata, ma a cui Russell ha messo un carico talmente pesante da tramortire e traumatizzare lo spettatore. Con Amsterdam le sorti e le premesse dell’opera facevano auspicare una riuscita che fosse quanto meno sostenibile dopo il precedente lavoro (anche quello con Jennifer Lawrence), ma nuovamente la fanfara a gran voce fatta di un cast di nomi stellari, la cui lista è più lunga della durata del film stesso – e parliamo di due ore e mezza di visione – non ha raggiunto l’effetto sperato.   

Amsterdam: un rebus da cui non si può scappare

Se cominciare un film presentando i protagonisti come un medico, un avvocato e un’infermiera potrebbe dare lo sprint per attendersi un crime comedy ironico e brillante, in verità Amsterdam sono le elucubrazioni artistiche di un autore che cerca una storia più complessa di quanto possano reggere le proprie capacità, affrontando una sfida in cui si incastra senza saperne uscire. Una narrazione fatta più complicata del dovuto vista anche l’evidente mole del tema che vuole trattare, che David O. Russell non è minimamente in grado di saper stendere secondo i dettami della semplice creazione cinematografica, non sapendosi districare nel suo medesimo rebus.

Un giallo stratificato, che ad ogni suo tassello invece che rivelare il mistero manifesta solo di più la sua inefficacia nel saperlo impostare, virando ad ogni svolta verso un obiettivo che al posto di chiarificare gli intrighi che dovrebbero condurre allo svelamento, gettano soltanto più menefreghismo e disinteresse verso l’opera. Una sciarada molto più elaborata di quanto gli stessi personaggi potevano aspettarsi, e che se loro ne rimangono divertitamente sorpresi, possono percepire quasi la noia che arriva fulminante da parte del pubblico. 

Un cast di attori sprecato

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Credits: 20th Century Studios

Ma il vero crimine di David O. Russell, oltre a costringere spettatori e protagonisti a un’investigazione posticcia, è l’essere stato in grado di saper dirige male degli autentici artisti come Christian Bale e Margot Robbie. Con un David John Washington a metà del suo percorso recitativo, in cui bene si abbina il personaggio del suo uomo di legge Harold, sono i compagni di quel sogno europeo interrotto dalla quotidianità del ritorno negli Stati Uniti a vacillare come poche volte li abbiamo visti fare nella loro carriera. Il ruolo che avrebbe dovuto donare un certo brio ad un sempre serioso e impostato Christian Bale lo ha al contrario ingessato ancora di più in un dottore teoricamente buffo e dinoccolato, mentre il fare svampito della Valerie di Margot Robbie non fa che renderla finta più di quanto il film in sé non dimostra di essere ad ogni passaggio. 

La verbosità di Amsterdam contribuisce a mostrare come cercando di riempire il pubblico di parole, l’autore abbai tentato di distrarlo dall’inconsistenza della struttura narrativa di fondo, confondendolo e provando ad abbindolarlo con troppe, eccessive chiacchiere. Monologhi, su monologhi, su monologhi, intervallati da stoccate e dialoghi che diventano mano a mano sempre più privi di significato ad ogni vocalizzo pronunciato. La stanchezza di Amsterdam è l’unico quesito su cui dovrebbero interrogarsi i personaggi, oppure lasciare stare del tutto. Dalle voci fuori campo, ai ricordi di un sogno europeo distrutto, come la speranza del pubblico di trovarsi davanti a un bel film. 

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