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Martina Barone

RoFF17 | Il colibrì: recensione del film con Pierfrancesco Favino

Tags: francesca archibugi, il colibrì, Piefrancesco Favino
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RoFF17 | Il colibrì: recensione del film con Pierfrancesco Favino

Tags: francesca archibugi, il colibrì, Piefrancesco Favino

Francesca Archibugi prende dal romanzo di Sandro Veronesi e mette in scena Il colibrì

Il colibrì si è rivelato il successo della letteratura italiana del 2019. Sandro Veronesi, dopo aver conquistato il Premio Strega nel 2006 con Caos Calmo, fa il bis nel 2020 aggiudicandosi il riconoscimento e vedendo anche stavolta trasposto sul grande schermo il proprio romanzo. Una sfida che Francesca Archibugi ha accettato prendendone in mano la regia e, soprattutto, riuscendo a stendere una sceneggiatura che sapesse racchiudere i salti temporali e i diversi stili tra narrativo e epistolare che il libro presenta. 

Una mescolanza di registri che dalla pagina diventano immagini, riportate dalla regista assieme ai suoi collaboratori alla scrittura Francesco Piccolo e Laura Paolucci, presentando la pellicola in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, per giungere poi alla Festa del Cinema di Roma prima del passaggio in sala. La valenza letteraria è perciò pregnante e sentita all’interno della variante filmica di Il colibrì, ed è proprio su questo aspetto che ci si interroga riguardo alla riuscita o meno dell’opera di Archibugi, la quale si rivela troppo legata alla carta da cui è partita, non riuscendo a renderla a tutti gli effetti cinema.

Il colibrì: una vita (e un film) come tante

È il montaggio l’espediente che più di tutto riesce a creare un linguaggio da poter lodare nella realizzazione di Il colibrì, il quale assembla insieme una storia che non ha una presa temporale lineare, ma viene alternata caricando di significato alcuni momenti o emozioni della vita del protagonista Marco Carrera (Piefrancesco Favino). Come accade con la memoria – e come Francesco Piccolo aveva fatto con Momenti di trascurabile felicità, opera di Daniele Luchetti tratta dal suo omonimo romanzo -, nel film di Francesca Archibugi i ricordi diventano i salti da poter compiere per ricostruire i pezzi di un’esistenza di cui, alla conclusione della pellicola, offrono il quadro completo della figura dell’uomo.

Le alternanze di toni e periodi storici, di emozioni provate e risentimenti covati a lungo termine, vengono trasportate dal romanzo allo schermo, privando però la variante audiovisiva di una profondità che lascia i vari aspetti di Marco Carrera e della sua evoluzione come immobili, sempre fissi allo stesso punto. A quella storia d’amore autentica perché mai consumata, al suo essere un figlio che ha cercato di essere perfetto e che tenta da adulto di essere un brav’uomo. Ma in sostanza, pur con un racconto che vuole essere quello di un singolo e mostrare quanto può essere bella e devastante la sua normalità, il film lascia assai poco. Specchio di un personaggio, di un essere vivente, di una persona come tante altre, che ha avuto una vita come tante altre e che tante altre volte abbiamo visto nella dimensione cinematografica.

Un’esistenza fragile per un’opera debole

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Credits: 01 Distribution

Un’operazione piena di combinazioni che vogliono riempire di senso gli avvenimenti delle giornate e dei decenni vissuti dal personaggio impersonato sempre con intensità da Pierfrancesco Favino, ma la cui interpretazione, sua come quella di tutti gli altri, si abbina alla monotonia di un’opera che si crogiola nella sua stessa quotidianità. Quella fatta di tradimenti e accadimenti che ti stravolgono la vita, di unioni interiori e indissolubili tra genitori e figli, di amici che si è persi di vista o di lutti e malattie con cui, purtroppo, prima o poi si deve fare i conti.

Pur con i ponti ben posti a collegare le più disparate fasi della crescita, maturità e vecchiaia del protagonista, mostrando anche con fluidità un passaggio che va di generazioni in generazioni, Il colibrì è metafora di un corpo così piccolo e fragile che si carica addosso il peso del mondo, ma che nel film non riesce a sostenerlo con adeguato vigore. È ciò che può succedere in qualsiasi vita, che vogliamo vedere certamente con onestà sul grande schermo, non dimenticandone però il bisogno di sentimento e trasporto. 

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