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Martina Barone

RoFF17 | Il Principe di Roma: recensione del film con Marco Giallini

Tags: Il Principe di Roma, marco giallini, roff17
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RoFF17 | Il Principe di Roma: recensione del film con Marco Giallini

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Marco Giallini in una commedia tra Canto di Natale e la Divina Commedia: Il Principe di Roma è in sala dal 17 novembre

Edoardo Falcone e Marco Giallini sono alla terza collaborazione insieme. Il duo regista e sceneggiatore assieme all’attore protagonista continua a macinare titoli il cui obiettivo principale è quello di portare il pubblico italiano in sala, spronando gli spettatori pur utilizzando i più semplici stilemi della commedia, cercando però di arricchirla e renderla più stuzzicante possibile. Questa volta l’intuizione del soggetto di Falcone, ideato in collaborazione con Marco Martani, vede i personaggi di Il Principe di Roma collocati in una Roma fine Ottocentesca, fatta di rivoluzioni e Repubbliche pronte a venire, ricostruita ad hoc con costumi e scenografie che alimentano l’immaginario di un secolo.

Ma è soprattutto il dialetto che sintonizza una certa musicalità molto specifica all’interno di Il Principe di Roma. Un linguaggio a cui Edoardo Falcone, alla scrittura con Paolo Costella, ha cercato di donare una certa metrica che potesse coniugare la pomposità di un’epoca andata con l’immediatezza della battuta. Una lingua che ricerca una specifica raffinatezza mentre accompagna i personaggi in un viaggio attraverso la memoria, passata e futura, la quale diventa frutto di una comicità che viene cadenzata in maniera precisa dai dialoghi impostati e vigilmente serrati, eleganti anche quando vanno trattando di argomenti legati alla leggerezza del genere d’appartenenza.

Tra Scrooge e Dante

L’osservazione sul romano utilizzato da Il Principe di Roma non deve però ingannare il pubblico, il quale è bene che arrivi comunque ben cosciente di fronte alla pellicola, sapendo di non trovarsi davanti alla più elevata delle commedie, la quale però certamente rientra nella quota dei film nostrani il cui scopo è far divertire il pubblico, riuscendoci soddisfacentemente. Al dialetto della Capitale l’opera aggiunge alla base il testo letterario di Canto di Natale, aggiornandone il contenuto e abbinandolo ad una versione più storica e dantesca. È infatti ad un viaggio nella Divina Commedia che la pellicola sembra rimandare, con fantasmi che vengono incontro al protagonista, il “principe” Meo, per raddrizzare quella retta via che l’uomo aveva totalmente perso, diventano una persona arrivista e avara. 

Se nel romanzo classico di Charles Dickinson erano però gli spiriti del Natale passato, presente e futuro a turbare la notte della vigilia dello Scrooge protagonista, in Il Principe di Roma è la preparazione ad un matrimonio di convenienza a tormentare i sonni dell’uomo. A ossessionarlo mentre cerca solamente di recuperare una valigetta piena di scudi, dote che è il protagonista ad offrire per comprarsi il titolo di nobile, quello che ha ricercato per tutta la vita e che gli spettri di Beatrice Cenci (Denise Tantucci), Giordano Bruno (Filippo Timi) e Papa Borgia (Giuseppe Battiston) metteranno in crisi. 

Il Principe di Roma: una commedia in costume

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Quello che potrebbe essere uno stornello romano viene messo per iscritto e tramutato poi per immagini, raccontando di quell’uomo che pur di rinnegare le sue origini da miserabile ha cercato la maniera di mascherarle, potendo pur diventare ricco sfondato, ma non trovando mai alcuna pace con la propria discendenza. Una storiella che nel suo essere ripresa per il pubblico cinematografico trova una propria chiosa nella narrazione e nella sua messinscena, che rivela tutta l’affabilità della propria natura e del voler essere la semplice parentesi di un uomo passato da arido e egoista a generoso e cordiale.

Una pellicola che garbatamente cerca di portare gli spettatori a sorridere amabilmente, trovando la diversità sullo schermo nel panorama nostrano grazie alla variante in chiave d’epoca – già rincorsa e mancata nella commedia Moschettieri del re – La penultima missione. Un film in cui i fantasmi che tornano a vagare sulla terra segnano ai vivi i passi da dover fare, rallegrandosi nello spaventarli, ma sapendoli anche prenderli per mano. 

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