Arriva nelle sale dall’8 dicembre uno dei film rivelazione di questa stagione cinematografica. Distribuisce MUBI.
In arabo la parola Sirāt è utilizzata come termine che indica il cammino, la strada, il sentiero. Traslata in ambito religioso, indica più precisamente quel sottile ponte da attraversare il giorno del giudizio per passare dall’inferno al paradiso. Questo significato è anche quello messo in una didascalia di testa del film dal regista spagnolo Óliver Laxe, che ha portato in concorso al Festival di Cannes 2025 una delle opere più radicali di questa stagione cinematografica.
Dalla Croisette se ne è tornato con un Premio della giuria in ex-aequo con Sound of Falling di Mascha Schillinski (ci aveva visto lungo Pedro Almodóvar, che produce il film di Laxe), riconoscimento per un’opera che è uno sturbo prima sonoro che visivo, viaggio indecifrabile nel reame di una sensorialità che rinuncia al senso narrativo. Una Babele di facce, musiche e danze che come una lama incide a scollare l’immagine dall’interpretazione, a tener ben separata la percezione dal desiderio di affibbiare a tutto una spiegazione.
Di cosa parla Sirāt

Perché a muovere Sirāt più che una trama c’è uno spunto. Un padre (Sergi López) e suo figlio (Bruno Núñez Arjona) stanno cercando una figlia e sorella di cui non hanno notizie da diversi mesi. Sanno che frequentava il giro dei rave e allora anche loro si mescolano, male, in mezzo a questa realtà in cui sono corpi estranei. Mostrano foto e chiedono informazioni, ma nessuno sa niente. Poi un gruppetto dice loro che potrebbero trovarla in un altro rave che sembra si terrà da lì a poco. Ma più giù, nel cuore desertico del Marocco.
Il padre e figlio allora decidono di partire, di aggregarsi a questo piccolo drappello di raminghi che vivono in lode del dio-musica, spostandosi su grossi camion e senza troppa pianificazione. E a veder questi camion che sfrecciano per il deserto alzando nuvoli di polvere non possono che balzare in testa reminiscenze di Mad Max: Fury Road, film che sotto il punto di vista del legame tra immagine e cinetica (cioè: il cinema) si pone come una delle architravi del XXI secolo. Vascelli e case che sono dei corpi-motore, faticano e sudano, colonne d’ercole spostate sempre un po’ più a sud del mondo sotto il sole che illumina distese infinite di sabbia a cui non si può apporre un orizzonte.
Fuori – o dietro – si sta consumando un’apocalisse. Cioè l’arrivo di una guerra (forse la terza mondiale, che soffia i suoi venti sotto al nostro naso oramai da diversi anni) annunciata da brevi passaggi in radio o da brevi passaggi di soldati e carri armati sul fondo dell’inquadratura. Si può allora solo andare avanti ed è su questo andare avanti che il canovaccio “narrativo” di Laxe e del co-sceneggiatore Santiago Fillol scioglie ogni rapporto di causa-effetto e allestisce una dimensione di incombenza, di un’atemporalità angosciante, che spoglia l’adesso di quello che era prima e di quello che sarà dopo.
Scendere e ascendere

La tentazione di chiederselo a più riprese c’è: cos’è questo Sirāt? Cosa sta raccontando? Dove sta conducendo? È un viaggio metaforico di accettazione tramite la perdita, dopotutto si sta cercando una figlia dispersa. È un allontanamento dalla brutalità dell’esistenza quantificabile in denaro e morti ammazzati del mondo comune. È un percorso per riportare l’esterno di se stessi all’interno di se stessi. È un elogio della cultura di libertà dei ravers, frequentata e praticata dallo stesso Laxe. Sono già tutti morti? Sono fantasmi in cerca di redenzione? Ci si può sbizzarrire. Dopotutto è un film che disintegrando le coordinate si presta benissimo alla speculazione.
Ma ciò in cui ancor di più Laxe riesce, e a cui interessa, è il creare attraverso questo incedere ipnotico un processo di disarmo allo spettatore. Che è sedotto e in alcuni frangenti anche traumatizzato dal rito e dai suoi ministri. Tra cui su tutti c’è Kangding Ray con la sua colonna musicale, che nell’utilizzare espressione facile ed abusata ma qui più che altrove ficcante, è forse la reale protagonista del film. O quantomeno l’unica vera istanza portante, perché in lei convergono le rette invisibili del film, l’idolo pagano a cui Sirāt si vota e abbandona in discesa fisica e ascensione interiore.
La ricorsività della musica techno, fatta di suoni ciclici e bassi, strappa con schiaffi dalla carne quello che le sta dentro e poi solleva, solleva, solleva. Portando a mescolare i volti di un cast di non professionisti (Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid) in ritualità perturbanti, in processi di elevazione e sotterramento, dove l’unico muro frapposto e contro cui infrangersi è quello del suono, che lava e purifica i corpi peculiari che Laxe si sceglie a protagonisti.
Chiamare il finale “finale” è un azzardo, a cui si arriva di certo trasfigurati. L’unica qualifica che è possibile affibbiargli è quella di un ennesimo lampo riflesso nel prisma enigmatico del cammino di Sirāt, accompagnato dal commento di uno dei brani più clamorosi e trascendenti di Kangding Ray (Les Marches). Di cose così non se ne fanno e non se ne vedono tutti i giorni.
































