Spider-Man cresce insieme al suo pubblico in un racconto che mette da parte la spettacolarità per raccontare identità, perdita e umanità.
Sono passati quasi cinque anni dagli eventi di Spider-Man: No Way Home, il film che aveva chiuso una delle trilogie più amate del Marvel Cinematic Universe lasciando Peter Parker completamente solo, dimenticato da un mondo che aveva salvato al prezzo della propria esistenza. Da quel momento in poi la domanda che tutti si sono posti non riguardava tanto quale sarebbe stato il prossimo nemico di Spider-Man, ma piuttosto quale direzione avrebbe preso un personaggio improvvisamente privato di tutto ciò che lo aveva definito fino a quel momento. Con Spider-Man: Brand New Day, diretto da Destin Daniel Cretton e prodotto ancora una volta da Kevin Feige e Amy Pascal, Marvel Studios sceglie la strada meno prevedibile possibile: invece di inseguire la necessità di superare continuamente sé stessa sul piano dello spettacolo, decide di rallentare, abbassare i toni e costruire un film che guarda molto più alle persone che ai superpoteri. È una scelta coraggiosa, soprattutto dopo un capitolo monumentale come No Way Home, e che affonda le proprie radici proprio nella filosofia raccontata dagli autori nelle production notes, dove viene ribadito come questo nuovo capitolo non voglia essere “più grande”, ma “più profondo”, riportando al centro lo spirito e l’umanità di Spider-Man attraverso una storia che celebra ciò che ha reso Peter Parker uno dei personaggi più amati della storia del fumetto.
Il risultato è un film che sorprende proprio perché sceglie di non rincorrere l’epica degli Avengers, pur continuando a vivere all’interno del Marvel Cinematic Universe. Tom Holland torna nei panni di Peter Parker con una maturità completamente diversa rispetto ai capitoli precedenti, affiancato ancora una volta da Zendaya, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Mark Ruffalo e dalla new entry Sadie Sink, mentre Destin Daniel Cretton raccoglie l’eredità lasciata da Jon Watts scegliendo di raccontare un eroe molto più vulnerabile, fragile e profondamente umano. È un cambio di prospettiva evidente fin dalle prime sequenze e rappresenta probabilmente il più grande punto di forza dell’intero progetto.
Spider-Man smette di essere un cinecomic e diventa un racconto di formazione
Negli ultimi giorni molti hanno definito Spider-Man: Brand New Day il miglior film di Spider-Man interpretato da Tom Holland. È un’affermazione sulla quale mi trovo soltanto parzialmente d’accordo. Se il parametro di giudizio rimane l’epica cinematografica, allora Spider-Man: No Way Home continua ad occupare un posto irraggiungibile. L’ingresso dei tre Spider-Man nella battaglia finale, le sale cinematografiche esplose in un boato di entusiasmo e quella sensazione collettiva di assistere a qualcosa di irripetibile appartengono alla stessa categoria emotiva di momenti come il celebre “Avengers Assemble” di Avengers: Endgame. Sono eventi che trascendono il singolo film e diventano memoria collettiva di un’intera generazione di spettatori.
Brand New Day, invece, non prova mai a competere su quel terreno. Anzi, compie l’operazione opposta. Rinuncia deliberatamente all’idea di dover essere sempre più grande, sempre più rumoroso, sempre più spettacolare, per concentrarsi su qualcosa che negli ultimi anni il genere cinecomic aveva progressivamente messo in secondo piano: la crescita di un ragazzo. Ridurre questo film all’etichetta di “street level movie”, come molti stanno facendo, significa coglierne soltanto la superficie. Certo, New York torna finalmente ad essere il cuore pulsante del racconto, le minacce sono più concrete, i combattimenti più fisici e la città smette di essere uno sfondo per trasformarsi in un vero personaggio, ma sarebbe limitante fermarsi qui. La natura di Brand New Day è molto più vicina a quella di un teen drama contaminato dal coming of age, dove il costume di Spider-Man diventa un’estensione del percorso emotivo di Peter Parker e non il contrario.
È proprio qui che Marvel Studios compie la sua rivoluzione più silenziosa. Per la prima volta non assistiamo al racconto di un ragazzo che cerca di diventare un supereroe, ma di un supereroe che rischia di dimenticare come si fa ad essere un ragazzo. È una differenza sottile, ma sostanziale, che cambia completamente il modo in cui osserviamo Peter durante tutto il film. Il dolore per aver perso MJ, Ned e ogni legame con il proprio passato non viene trattato come un semplice espediente narrativo, ma diventa il motore di una trasformazione interiore che attraversa ogni scelta del protagonista, portandolo lentamente ad accettare che crescere significhi anche imparare a convivere con ciò che non può più essere recuperato.
L’umanizzazione del supereroe: Peter Parker, l’identità e il coraggio di cambiare
Il vero cuore pulsante di Spider-Man: Brand New Day non è però l’azione, né tantomeno il misterioso antagonista che muove i fili dell’intera vicenda, ma il percorso interiore di Peter Parker. Se No Way Home aveva raccontato il sacrificio assoluto dell’eroe, questo nuovo capitolo si concentra invece sulle conseguenze di quella scelta, trasformando il dolore in un percorso di crescita che ricorda, per certi aspetti, quello affrontato dagli Avengers originali dopo la sconfitta di Infinity War. Anche qui il trauma diventa il punto di partenza di una riflessione molto più ampia sull’identità e sulla difficoltà di accettare che alcune ferite non possano essere cancellate, ma soltanto comprese.
È proprio attraverso due dialoghi apparentemente semplici che il film riesce a sintetizzare la propria filosofia. Da una parte Bruce Banner, ormai tornato a essere uno scienziato prima ancora che un Avenger, invita Peter a non considerare la sua trasformazione come qualcosa da reprimere, chiedendogli: «E se stessi controllando qualcosa che invece ha bisogno di essere espresso?». È una frase che va ben oltre il cambiamento fisico che il protagonista sta vivendo e diventa una riflessione sull’accettazione di sé, sulla necessità di smettere di dividere Peter Parker da Spider-Man come se fossero due persone differenti. Dall’altra parte c’è MJ che, con poche parole, coglie perfettamente l’essenza del percorso del protagonista: «Che cosa vedi?» chiede, per poi rispondere «Vedo un ragazzo in gamba che forse sta cambiando.» In quella battuta non c’è soltanto l’evoluzione di Peter, ma quella di un’intera saga che sceglie finalmente di raccontare il momento in cui diventare adulti significa imparare a convivere con le proprie paure, con il dolore e con la consapevolezza che crescere comporta inevitabilmente delle rinunce.
È forse questa la scelta più coraggiosa compiuta da Marvel Studios. Brand New Day smette di usare il costume come elemento identitario del protagonista e restituisce centralità all’uomo che si nasconde sotto la maschera. Peter non salva le persone soltanto grazie ai suoi poteri, ma attraverso l’empatia, l’altruismo e una maturità che si costruisce scena dopo scena. Il film parla di identità, di elaborazione del lutto, di isolamento e di comunità, temi che lo stesso regista indica come il centro del progetto creativo, scegliendo un racconto in cui la responsabilità non significa soltanto proteggere gli altri, ma imparare finalmente a prendersi cura anche di sé stessi.
New York torna a vivere e Spider-Man ritrova finalmente sé stesso
A rendere ancora più potente questo percorso contribuisce una regia che sceglie di riportare New York al centro dell’universo narrativo di Spider-Man. Non è una semplice ambientazione, né un insieme di grattacieli utili alle spettacolari sequenze con le ragnatele. La città respira, osserva, accompagna Peter durante tutto il suo percorso e diventa quasi un’estensione del suo stato d’animo. Le riprese tra i tetti, i vicoli e le skyline restituiscono quella sensazione di libertà e di appartenenza che mancava da tempo al personaggio, mentre la macchina da presa di Destin Daniel Cretton riesce a trasformare ogni oscillazione tra i palazzi in un’esperienza emotiva prima ancora che spettacolare. È uno Spider-Man che torna finalmente a dialogare con la propria città, proprio come accadeva nelle pagine più iconiche dei fumetti di Stan Lee e Steve Ditko.
In questo contesto si inserisce perfettamente anche Frank Castle, probabilmente una delle sorprese più riuscite dell’intero film. Jon Bernthal non interpreta semplicemente The Punisher: costruisce un personaggio tridimensionale, ironico, spigoloso e profondamente umano, capace di regalare alcuni dei momenti più divertenti ma anche più significativi della pellicola. Il rapporto che nasce con Peter Parker rappresenta molto più di un semplice crossover tra due eroi Marvel. Frank è il riflesso oscuro di ciò che Peter potrebbe diventare se decidesse di lasciare che il dolore prendesse il sopravvento sulla speranza. Le loro conversazioni, sospese continuamente tra leggerezza e riflessione, sono il vero cuore emotivo del film e raccontano due uomini segnati dalla perdita che, pur partendo dallo stesso trauma, scelgono di affrontarlo in modi completamente opposti. È una dinamica scritta con grande sensibilità e sostenuta da una chimica straordinaria tra Tom Holland e Jon Bernthal, amici anche fuori dal set, dettaglio che emerge con naturalezza in ogni scena condivisa.
Accanto a loro brillano anche Zendaya, sempre impeccabile nel raccontare le emozioni con uno sguardo prima ancora che con le parole, e una convincente Sadie Sink, che si inserisce nel Marvel Cinematic Universe con una presenza scenica destinata a lasciare il segno. Ma è soprattutto Tom Holland a firmare quella che considero la sua interpretazione più completa da quando indossa il costume di Spider-Man. Non perché sia il film più spettacolare della sua carriera nel MCU, bensì perché è quello in cui riesce finalmente a sostenere il peso emotivo di un protagonista costretto a convivere con la solitudine, il senso di colpa e la responsabilità senza mai perdere quella luce che ha sempre reso Peter Parker diverso da qualsiasi altro supereroe.
Spider-Man: Brand New Day non cerca di superare No Way Home, e probabilmente sarebbe stato un errore provarci. Fa qualcosa di molto più difficile: cambia prospettiva. Rinuncia all’ossessione della spettacolarità per ricordarci che la vera forza di Spider-Man non è mai stata la ragnatela, il costume o la capacità di salvare il mondo, ma quella di rialzarsi ogni volta che la vita gli porta via tutto. È un film che parla di crescita, di identità e di seconde possibilità, dimostrando che anche nel Marvel Cinematic Universe esiste ancora spazio per raccontare l’umanità prima dell’eroismo. E forse è proprio questa, oggi, la rivoluzione più grande che un cinecomic potesse avere.


































