Scott Cooper dirige il biopic musicale sul leggendario cantautore statunitense Bruce Springsteen. Al cinema dal 23 ottobre.
Ad un certo punto di Springsteen: Liberami dal nulla viene detto che per fare musica è più importante “catturare le idee, non i suoni”. A rifletterci un po’ su, verrebbe da dire che dopotutto a questo assunto dovrebbe rifarsi anche la missione di un biopic musicale. Tradire l’assoluta fedeltà per cercare di ricostruire le sensazioni attorno ad un percorso artistico.
Veniamo però da anni in cui questo genere cinematografico ha visto tale principio tradito, sì, ma al rovescio. Colpa in cui è caduto uno stuolo di pellicole perlopiù insulse, cui unica ancora è stata spesso il rifugiarsi nel riflesso emotivo di una stucchevole mimesi musicale – possiamo datare al 2018 con Bohemian Rhapsody il nuovo standard al ribasso. Ora Scott Cooper, che esordiva nel 2009 con Crazy Heart, si carica in spalla sceneggiatura e regia di un film la cui realizzazione Bruce Springsteen (quindi coinvolto nel processo) ha rifiutato per decenni. Compito non da poco.
Di cosa parla Springsteen: Liberami dal nulla

Un’operazione che sembra porsi subito in raccordo tra generazioni. Da una parte tira dentro i fan del Boss, dall’altra quelli di Jeremy Allen White, che dall’uscita di The Bear nel 2022 ha collezionato tre Golden Globe per il ruolo del tormentato chef Carmen e s’è visto lanciare come un razzo nello star system hollywoodiano.
Tra queste due performance c’è persino un punto di contatto, la salute mentale. Perché Springsteen: Liberami dal nulla non traccia “l’origin story” del leggendario cantautore statunitense, ma lo coglie sulla cresta del successo. È il 1981, ha già fatto uscire diversi album, fa tour e sold out e il riconoscimento in patria non gli manca. Il manager Jon Landau (Jeremy Strong) inizia a parlare con lui della realizzazione di un nuovo disco, ma Bruce cova qualcosa dentro.
Compra una casa lontano dalla città, inizia a isolarsi, lavora su un’arte che punge. Questa è allora storia di un’elaborazione personale, del riemergere di un rimosso che così tanto rimosso forse non era, dietro al quale c’è il rapporto con un padre problematico (Stephen Graham). Ed è anche la storia della creazione di un album, Nebraska, punto di svolta nella carriera di Springsteen ma pure del suo vissuto intimo.
Springsteen: Liberami dal nulla scorre però con tono dissonante. Lascia nel sottinteso una cosa che però rende palese, cioè quel malessere stretto dentro al petto dal musicista che poi altro non sarebbe se non il prendere forma e lo spingere sempre più insistente della depressione. Un tema che è il fulcro dell’intero film – basato sulla biografia Deliver Me from Nowhere di Warren Zanes, uscita nel 2023 – e che al contempo non viene mai realmente problematizzato o posto a secondo protagonista. Tutto ci dice che è lì, tutto ci dice che non lo è.
Una scheggia di vita mai affilata

Questo non è il risultato intenzionale di un racconto basato sulla negazione, sulla sottigliezza dei demoni che non vediamo. Springsteen: Liberami dal nulla ce li fa anzi vedere di continuo, seminando in flashback sprazzi di un’infanzia immaginata letteralmente in bianco e nero. È un peccato di didascalismo nel descrivere un conflitto che passa dallo scontro con il paterno e deflagra poi nell’immagine di chi si è o si vorrebbe essere, spacciato per finezza. La grande domanda: saprò essere un compagno o un padre adeguato, come nel rapporto con Faye (Odessa Young), una relazione resa da Cooper in maniera impalpabile.
L’oscurità è schiaffata in primo piano, anche se di realmente oscuro c’è solo il professarla tale, mentre attorno al buco nero vortica la resa atmosferica delle città e delle strade degli anni Ottanta in cui Bruce scivola di notte. Ma lo abbiamo detto, a questa oscurità si lega pure la storia di un album. Che il cantante registra in cassetta nella sua camera da letto e poi non riesce a incidere una volta in studio, impuntandosi che i suoni contenuti in quella registrazione originale debbano essere quelli destinati ad arrivare sugli scaffali.
Di interessante in Springsteen: Liberami dal nulla, che tra i pregi ha perlomeno il non ripiegare nella “cover” (parsimoniosi i momenti in cui White canta), resta allora quel principio dell’inseguire l’idea originaria attraverso il suono. Un’ossessione che si arroventa nel chiedersi se la tecnica, in seno all’arte, possa essere l’amplificatrice ottimale di certi stati d’animo, di certi ricordi e tormenti interiori. Se possa essere sufficiente per fare da click e passare allo stadio successivo della propria esistenza.
Anche questo, a dirla tutta, è un film che non c’è realmente. In fondo più uno spunto che un asse portante in un racconto popolato da personaggi secondari che sono cartonati, in più di un’occasione attivatori dell’effetto “scena”, cioè momenti allestiti solo per far spiegare qualcosa a qualcuno. E di Springsteen infine resta un frammento (buona la performance di White), personale e scheggiato ma comunque con quella cura artificiale di non renderlo mai affilato, sempre digeribile e peraltro rovesciato a fare da propulsione per un successo artistico. Forse non c’è più differente destino possibile per i biopic di questo tipo. Rassegniamoci, o accontentiamoci.
































