Dopo il trionfo globale del primo capitolo, il sequel punta tutto su nostalgia e spettacolo visivo, ma lascia scoperto il fronte più importante: quello della narrazione.
Dopo il successo travolgente di Super Mario Bros. Il Film, capace di superare 1,3 miliardi di dollari al box office mondiale, il ritorno sul grande schermo dell’idraulico più famoso dei videogiochi era non solo atteso, ma quasi inevitabile. Super Mario Galaxy – Il Film nasce infatti con l’obiettivo di consolidare un fenomeno globale, forte della rinnovata collaborazione tra Illumination e Nintendo, sotto la supervisione di Shigeru Miyamoto e la produzione di Chris Meledandri. Tuttavia, se il primo capitolo aveva il merito di sorprendere e riportare entusiasmo attorno al brand, questo sequel sembra scegliere una strada più sicura, rinunciando a quel guizzo creativo che avrebbe potuto fare la differenza.
Un universo visivo impeccabile tra nostalgia e fan service
Dal punto di vista tecnico, il film è difficilmente attaccabile. L’animazione si conferma su livelli altissimi, con una cura per il dettaglio e una brillantezza cromatica che rappresentano ormai un marchio di fabbrica di Illumination. Il mondo di Mario viene ulteriormente espanso, mantenendo coerenza con quanto già costruito e arricchendosi di nuove suggestioni visive che richiamano in modo esplicito — e spesso intelligente — l’immaginario videoludico.
Gli easter egg sono numerosi, disseminati lungo tutta la narrazione, pensati chiaramente per intercettare l’occhio degli appassionati e alimentare quel senso di appartenenza che è alla base del successo del franchise. L’effetto nostalgia è calibrato con attenzione: ogni riferimento, ogni ambientazione, ogni scelta estetica sembra studiata per evocare il passato senza risultare eccessivamente derivativa.
Eppure, proprio in questa perfezione visiva si nasconde uno dei limiti principali del film. Tutto funziona, ma nulla sorprende davvero. L’universo è affascinante, ma già noto; le soluzioni visive sono efficaci, ma raramente innovative. È un lavoro di consolidamento più che di espansione creativa, che privilegia la sicurezza rispetto al rischio.
Una narrazione frammentata che non riesce a emozionare
Se il comparto visivo rappresenta il punto di forza del film, è nella scrittura che emergono le criticità più evidenti. La sceneggiatura di Matthew Fogel si struttura attraverso più linee narrative parallele, seguendo i percorsi di Mario, Luigi, Bowser e Peach, destinati a convergere nel finale. Una scelta che, sulla carta, potrebbe offrire complessità e dinamismo, ma che nella pratica si traduce in un racconto frammentato e poco incisivo.
Le storyline procedono affiancate senza mai intrecciarsi davvero in modo significativo, limitandosi a un montaggio alternato che non costruisce tensione né profondità emotiva. Manca un vero dialogo tra le linee narrative, manca una regia capace di trasformare questa struttura in un punto di forza. Non ci sono momenti in cui lo spettatore si sorprende, non ci sono scelte narrative che spiazzano o ribaltano le aspettative.
Il risultato è una trama estremamente lineare, prevedibile, priva di colpi di scena rilevanti. Si assiste agli eventi senza mai essere realmente coinvolti, senza quella partecipazione emotiva che dovrebbe rappresentare il cuore di qualsiasi racconto cinematografico. Anche i personaggi, pur mantenendo il loro carisma iconico, non attraversano un vero arco evolutivo: restano fedeli a sé stessi, ma senza crescere, senza cambiare, senza rischiare.
Il limite Illumination: intrattenere senza lasciare il segno
Quello che emerge, in definitiva, è un limite che non riguarda solo questo film, ma che sembra essere una caratteristica ricorrente delle produzioni Illumination: una straordinaria abilità nel costruire intrattenimento immediato, fatto di gag efficaci, ritmo sostenuto e grande impatto visivo, ma una difficoltà nel dare profondità alla scrittura.
Le singole sequenze funzionano, divertono, spesso strappano un sorriso, ma difficilmente si imprimono nella memoria. Manca una visione d’insieme capace di elevare il racconto, di trasformarlo in qualcosa di più di un semplice prodotto commerciale. Anche la colonna sonora di Brian Tyler accompagna efficacemente l’azione, contribuendo a mantenere alto il ritmo, ma senza mai diventare davvero iconica.
Nonostante questi limiti, è evidente che Super Mario Galaxy – Il Film sarà un successo. Il richiamo del brand, l’appeal trasversale e la capacità di parlare a un pubblico ampio garantiscono risultati importanti al botteghino. Ma resta una domanda aperta sul futuro del franchise: è sufficiente replicare una formula vincente per mantenere vivo l’interesse, o sarà necessario, prima o poi, osare di più?
Un terzo capitolo appare già scontato, ma la vera sfida sarà capire se questa saga saprà evolversi o se continuerà a muoversi in una zona di comfort che, per quanto redditizia, rischia di limitarne il potenziale creativo.
In conclusione, ci troviamo di fronte a un film che intrattiene ma non emoziona, che funziona ma non lascia il segno. Una delusione? In parte sì, soprattutto alla luce delle aspettative. Un successo? Senza dubbio. Ma forse, oggi, il pubblico merita qualcosa di più.

































