Al Torino Film Festival 2025, Juliette Binoche illumina la scena con la sua presenza d’eccezione, ricevendo la Stella della Mole e presentando il suo primo film da regista.
Quando Juliette Binoche arriva a Torino per la 43ª edizione del Festival, non porta con sé solo il fascino già scritto dalla storia del cinema, ma qualcosa di più fragile e raro: la volontà di trasformare la propria vulnerabilità e la propria esperienza in una testimonianza — e in un’opera d’arte.
Con “In-I in Motion” si presenta al Torino Film Festival per la prima volta come regista: un documentario che riscopre la performance teatrale “In-I”, creata insieme al coreografo Akram Khan nel 2007 e portata in scena in tutto il mondo. Ma ora quella danza viene tradotta in immagini, materia, idee: “In-I in Motion” non è una semplice retrospettiva, è una rinascita artistica, una sfida — per sé e per chi guarda.
In-I: L’Audace Sperimentazione Artistica di Binoche e Khan
Nel 2007, l’attrice francese Juliette Binoche e il coreografo Akram Khan interruppero le loro carriere per un’audace sfida: co-creare lo spettacolo radicale In-I. Oggi, la Binoche (qui al suo esordio alla regia) rivive quella collaborazione unica, ripercorrendo l’arco emotivo e creativo: dall’ispirazione all’applauso finale. Attraverso materiali inediti, la regista riflette sulla natura profonda della creazione artistica, sull’ebbrezza del rischio e sulla trasformazione personale. Un viaggio intimo nel cuore dell’arte.
La presenza di Juliette Binoche al Torino Film Festival, suggellata dalla “Stella della Mole”, è tutt’altro che decorativa: è un invito — forse un’urgenza — a guardare oltre i ruoli preconfezionati. Parlando con schiettezza del rapporto tra uomini e donne, di sogni e disillusioni, Binoche confessa che, nonostante un’educazione al femminismo, “per anni ho cercato un uomo che mi proteggesse… È stata una pia illusione. Ho scoperto che questa figura non esiste.”
Juliette Binoche: “Sulla Forza Maschile e il Silenzio che Uccide”
In sala stampa, la sua voce non ha tremato: “Ancora oggi immaginiamo la forza come qualcosa che appartiene solo agli uomini.” E dal microfono del Festival, ha lanciato un’acida verità — che non riguarda solo le periferie del mondo, ma la vita di tutte: “In paesi come Afghanistan, Congo, Iran — dove le libertà fondamentali delle donne sono cancellate — non si può restare in silenzio.”
E non si è fermata a un gesto simbolico: Juliette Binoche ha dichiarato con chiara lucidità, “Vorrei vedere più uomini scendere in strada. Non ce ne sono abbastanza”, un appello concreto all’autenticità delle relazioni e alla parità che non abbia paura di chiamarsi così.
Ma In-I in Motion non è solo su questo — è anche sul corpo liberato, sul gesto artistico che riecheggia in sale, su una fisicità che non si lascia domare dalla grammatica del cinema convenzionale. È un atto di coraggio, di fragilità, di rinascita.
Ecco perché avere Juliette Binoche — con le sue verità, la sua storia, il suo film — tra le stelle del 43.esimo Torino Film Festival non è un fatto da sottovalutare. Porta con sé qualcosa che non si vede spesso in un programma di cinema: la volontà di interrogare lo spettatore, di scuoterlo, di farlo sentire meno spettatore e più testimone.
In un momento in cui le sale sembrano sempre più appannaggio del prevedibile e del rassicurante, Juliette Binoche ricorda che il cinema — quello vero — può essere scomodo, può essere riflessione, dubbio, dolore e bellezza.
































