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the bear 2 recensione della seconda stagione su disney+
Alessio Zuccari

The Bear 2, la recensione della seconda stagione su Disney+

Tags: disney+, jeremy allen white, the bear 2
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Alessio Zuccari

The Bear 2, la recensione della seconda stagione su Disney+

Tags: disney+, jeremy allen white, the bear 2

Sono arrivati i nuovi episodi della serie divenuta già cult e che confermano, ancora una volta, che siamo di fronte a una delle più importanti opere audiovisive recenti.

Buttare giù tutto, demolire, radere ogni cosa al tappeto. Chiudere gli occhi. Gettare le attrezzature incrostate, sfondare le pareti marce, sradicare i vecchi cablaggi. Respirare. Non c’è più una cucina. Da qui riparte The Bear con la sua seconda stagione. Da una cucina che non c’è più. Da uno spazio noto, tormentato, abissale che non c’è più. Non ci sono più frenesia, ticchettii, urla che sovrastano azione e pensieri. Tabula rasa. Ora c’è uno spazio vuoto, un cantiere. È tempo di ricostruire.

Ma ricostruire cosa? La capacità di comunicare, innanzitutto. Di ritrovare il modo di raggiungere il contatto e di elaborare una nuova forma di comprensione. Di sintetizzare un nuovo codice, fisico – letteralmente – e verbale, con il quale esprimere i grovigli di un’esistenza arricciata su se stessa.

Una serie totale

the bear 2 recensione della seconda stagione su disney+
Photo Credits: Disney+

Carmy (Jeremy Allen White) è ancora il polo magnetico che manda fuori giri la bussola, Sidney (Ayo Edebiri) ora non è più la sua vice ma la sua partner d’affari, l’altro piatto della bilancia con il quale equilibrarsi e cercare il confronto. Attorno ci sono gli splendidi e azzeccatissimi volti di sempre. Richie (Ebon Moss-Bachrach), Marcus (Lionel Boyce), Natalie (Abby Elliott), Tina (Liza Colón-Zayas), Neil (Matty Matheson). L’unica significativa new entry è quella di Claire (Molly Gordon), un’idea d’amore puro, totale per quel Carmy che liquefa in dubbi ogni solidità con la quale entra a contatto.

Ma ad essere totali sono forse proprio questi nuovi dieci episodi di The Bear. Totali nel senso che coprono tutti gli spazi, che si estendono a tracciare ogni sintomo di debolezza, a evidenziare le insicurezze, a lasciarci avvicinare ancor più che nella prima stagione a personaggi di una bellezza e di una complessità psicologica commovente.

Perché se pensavamo che The Bear avesse già detto molto, o tutto, facendo la topografia di quello spazio divenuto privilegiato nel racconto audiovisivo che è la cucina, è fuoriuscendo da essa, è nel ripensarne da zero la struttura fisica e metaforica che l’opera di Christopher Storer spiazza ancora e incide una tacca nella miglior serialità di sempre.

Gli spettri e i tormenti del passato

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Photo Credits: Disney+

Respira, la seconda stagione di The Bear. Fa respirare i suoi pirati all’arrembaggio, li porta a studiare, a imparare, a migliorarsi. Così come avviene nell’episodio in cui Marcus viene mandato a Copenaghen per assorbire ed apprendere, in una puntata dalla spontaneità disarmante, plasmata sulla placidezza del suo protagonista, dove respira la regia che avvolge la città, dove respira un montaggio quasi zen. Avviene qualcosa di simile anche per il cugino Richie, naufrago alla deriva in cerca della sua terra ferma, che deve conoscere e imparare il metodo, che deve ingabbiare – anche qui, fisicamente – i suoi tormenti e imbrigliare il caos di cui era in balia.

E lo fanno su indicazione di quel demiurgo irrisolto che è Carmy, che nell’assegnare compiti, conferire doni e impartire conoscenza trova la propria matrice di esasperata esistenza. Perché quando guarda a lui The Bear riesce a fare solo mezzi respiri, lo trova incastrato nel martirio che lo condanna a rivivere ancora e ancora gli spettri del passato.

A questi spiriti è dedicato il sesto episodio della stagione, un’ora ricca di special guest sulle quali spicca una sconvolgente Jamie Lee Curtis. Un’ora che ci comprime gomito a gomito con la famiglia Berzatto, con i suoi rimorsi e con i suoi dolori prima stretti tra i denti e poi risputati via (a Jon Bernthal bastano pochi istanti di profonda dolenza). Un’ora che si fa stampo originale di quella frenesia e di quella turbolenza che perseguitano Carmy ovunque, che richiama alla mente la pressione insopportabile di quel The Original Beef of Chicagoland che ora non esiste più.

Respirare, inalare, far restare dentro

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Photo Credits: Disney+

Allora distruggere e sradicare ma solo per poter poi rinnovare, per integrarsi l’uno con l’altro, per compensare l’uno con l’altro. Per sincronizzare tempi – «Ogni secondo conta» in cucina, che qui è parallela alla vita –, movimenti e anche i sentimenti. Per creare da zero una nuova topografia dello spazio esteriore e quindi soprattutto interiore, che sia calco del terrore del fallimento così come della sfrenata volontà di far sì che quel posto sia il posto in cui stare e trovarsi. Che sia la “cosa”, “the thing”.

The Bear 2 respira. Si scioglie, lascia andare, si ritrova e accoglie con uno dei racconti recenti più caldi ed empatici, cartina a trecentosessanta gradi degli esseri umani e delle loro sospiranti fragilità e aspirazioni. Una serie che ora, ancor più di prima, è fatta per restare. E restarci dentro.

Guarda il trailer ufficiale della seconda stagione di The Bear:

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