In streaming dal 26 giugno i nuovi dieci episodi della serie con Jeremy Allen White. Ancora uguale a se stessa, ancora senza eguali.
C’è solo da immaginarsela l’intensità emotiva che si deve essere respirata sul set di The Bear stagione dopo stagione. Energia incanalata, suscitata, repressa, nascosta, sfiammata, abortita, coltivata. Un concentrato empatico che da quattro anni a questa parte ha scritto le regole di un gioco tutto suo: immaginare lo spazio della cucina come luogo in cui l’anima si eviscera dal corpo e si frammenta in tanti piccoli pezzi. Puzzle della vita, in mezzo ai tanti altri tasselli di chi sta in quella cucina con te. Cercare di rimetterli insieme è una terapia che si fa in gruppo.
Ora serpeggia l’accusa che sia troppo. The Bear è sempre più uguale a se stessa? Al termine della terza stagione eravamo rimasti che il ristorante di Carmy (Jeremy Allen White) stava iniziando a ingranare. C’erano un nuovo modo di intendersi e di intendere le cose da fare. Poi arriva una recensione negativa che rimette tutto in dubbio. E con The Bear 4 ad arrivare è una data di scadenza: se il passo non cambia, Jimmy (Oliver Platt) dovrà staccare la spina dopo due mesi. Every second counts.
Una nuova parola d’ordine

Verrebbe da chiedersi: come può la serie creata, in gran parte scritta e diretta da Christopher Storer trasmettere ancora il senso di soffocante, delirante, catastrofica urgenza con cui l’abbiamo conosciuta? D’altronde lo stato di emergenza ora alla base di questa nuova stagione è quasi un’ordinaria amministrazione, il quotidiano di un’attività d’alto profilo che tenta di sopravvivere in uno dei settori più spietati e precari che esistano, la ristorazione. Beh, la risposta è che non lo fa. Non c’è bisogno di farlo.
C’è infatti un’inedita parola d’ordine, semplificare. Semplificare i processi di approvvigionamento, semplificare il menù, semplificare il dialogo. L’eredità è quella della stagione precedente, già meno frenetica, già più compassata. Una zona di passaggio che ora porta in dote gli strumenti per edificare, per cambiare il registro della discussione con cui interrogare se stessi e gli irrisolti con il passato.
Si aggira ancora lo spettro del grande dolore, Mikey – quando Jon Bernthal appare, brevemente, le sue fragilità continuano a straziare. Ma adesso l’operazione è a cuore aperto, a partire da un Carmy immancabilmente riflessivo, ma mai così pronto a parlare, a confrontarsi, a lasciarsi infiltrare dai suggerimenti del genio di Sydney (Ayo Edebiri) o dal sommerso desiderio di riconnessione di Richie (Ebon Moss-Bachrach). A stare, rispetto a prima, anche molto meno nella cucina stessa.
Insomma, anche quando si insinua l’idea che in fondo sia ancora quella stessa storia lì, che gli ostacoli siano ancora una volta i medesimi, che gli stalli personali ruotino come trottole in un rettangolo che sapremmo cartografare al millimetro, ecco, anche quando filtra questa idea qui, questa idea si subordina all’insieme di una serie che continua a non avere eguali.
Una serie di un’intensità emotiva irripetibile

È questione di istanti. E di intensità emotiva. Basta un movimento del corpo, uno sguardo, un taglio dell’inquadratura. Se c’è una resistenza di fronte al ‘già visto’, si scioglie in atti di recitazione o di messa in scena di un fulgore che spezzano ogni difesa. Ti lasciano disarmato e con le lacrime agli occhi senza che tu sappia bene perché, rinnovando la sensazione di star davvero davanti a una sincronia di intese irripetibili.
Parlare ad esempio di personaggi secondari non ha quasi più senso (sempre che ne abbia avuto), attimo dopo attimo sospinti in primo piano, a formare il team, la brigata, un amalgama tra caos e coolness, un affresco da eterna Ultima Cena. Un battito corale ogni volta in equilibrio circense tra lo spaccacuore e la controllata idiozia – i fratelli Faks (Matty Matheson e Ricky Staffieri) erano e restano uno degli ammortizzatori umoristici più teneri ed efficaci.
Nella stagione più cinefila e citazionista fino ad ora, trovano poi spazio gli immancabili illustri camei, inseriti con un’intelligenza che non si baratta mai con l’avidità (tra questi si aggiungono Brie Larson e il regista Rob Reiner). E non mancano consuetudini come l’episodio dedicato interamente ad uno dei personaggi, così come lo ‘speciale’ da un’ora in compagnia della larghissima e sbilenca famiglia Berzatto. Ma ogni incrocio d’umore e ogni melodramma non sono sterili strepitii con cui far rumore; bensì turbolenze da attraversare ancora una volta prima di mettere a riposo anime forse, faticosamente, più serene.
































