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The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler
Alessio Zuccari

The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler

Tags: austin butler, Jeff Nichols, jodie comer, The Bikeriders, tom hardy
The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler
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Alessio Zuccari

The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler

Tags: austin butler, Jeff Nichols, jodie comer, The Bikeriders, tom hardy

Il racconto dell’ascesa e della caduta dei Vandals MC parte dal reportage per intercettare le pulsioni di libertà che albergano in noi. Ne coglie però solo una tiepida parvenza.

The Bikeriders poteva essere, e sulla carta sembrava essere, una nuova tacca nell’affermazione divistica di Austin Butler. Lui, uno dei nuovi bravissimi e bellissimi rampolli dell’Olimpo hollywoodiano (Elvis, Dune: Parte 2), con giacca di pelle e in sella a una moto che mangia l’asfalto. Il taglio di luce che ne irradia il volto in una delle primissime inquadrature pare essere un manifesto. Ma Austin Butler, anzi Benny, il suo personaggio, è forse il grande depistaggio di un film che si perde presto tra l’affascinante e il convenzionale.

Non che Jeff Nichols, al sesto film scritto e diretto, non ci provi. Prende il libro fotografico omonimo di Danny Lyon, uscito nel 1967 con al centro le vite dei membri del club motociclistico Outlaws MC, e infonde alla staticità di quelle foto il dinamismo dell’immagine dell’arte romanza cinematografica. Le carte sono in regola per farne l’accoppiata perfetta: l’iconografia di un mondo e di una microsocietà indomita che incontra il rombo del motore e l’odore dello pneumatico bruciato. Eppure… eppure la storia degli Outlaws MC, che in The Bikeriders diventano i Vandals MC di Chicago, finisce per seguire le traiettorie collaudate e in cornice di un’ascesa e di una caduta di un club nato con il desiderio di libertà e finito per collassare nella tenebra della più meschina brutalità.

Tra i due estremi di una vita in moto

The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler
Photo Credits: Universal Pictures

Nelle intenzioni di Nichols sembra quasi esserci la volontà di fare il racconto del precipitato tardivo della beat generation e dei precetti di John Kerouac, ma nell’incontro con il passaggio del tempo il film non coglie mai del tutto i sommovimenti emotivi, individuali e poi sociali. Benny, appunto, è solo un punto di fuga per quello che il film vuole dire e per come lo va poi a dire. È l’oggetto della contesa e l’oggetto del desiderio tra due poli opposti: Kathy (Jodie Comer), ragazza spigliata che al suo fascino non vuol resistere, e Johnny (Tom Hardy), il fondatore dei Vandals che in Benny vede lo spirito inafferrabile che lui non ha mai avuto.

Con Benny la sceneggiatura trova allora un’interessante impostazione geometrica, che lo vede avvicinarsi e allontanarsi a piacimento dal centro della storia e dagli altri personaggi (ci sono anche l’immancabile Michael Shannon, sodale di Nichols, Norman Reedus, Damon Herriman, Boyd Holbrook). Entra ed esce di scena in maniera disattesa – le sue presenze e soprattutto le sue assenze sono proprio un argomento per Kathy e Johnny –, simulando anche per lo spettatore un qualcosa al quale non puoi legarti, che non puoi imbrigliare.

Il rovescio di tutto questo sta però nel privare, anche se in maniera consapevole, l’opera di un baricentro reale, che mai del tutto trova solidità nella presenza e nel racconto della compagna accorata e del mentore stanco. Si capisce in fretta che sono loro i veri due protagonisti, le due distanze tra le quali il film percorre la strada e attraverso le quali vorrebbe argomentare lo sfiorire di un’era non replicabile. Il tutto resta però molto sulla patina, sul fascino della grana e dell’estetica da bar.

Un film che non coglie del tutto il sentimento che lo muove alla base

The Bikeriders: recensione del film di Jeff Nichols con Austin Butler
Photo Credits: Universal Pictures

Un rischio che The Bikeriders si prende è anche l’accarezzare con un po’ troppa indulgenza il lato romantico di una realtà piuttosto torbida, sfruttando (ma solo quando gli occorre) la retorica degli indesiderati. Da una parte le coltellate e i bar mandati a fuoco, dall’altra il terzo tempo con birra e sigarette dopo una bella scazzottata nel fango. Insomma, non trova mai davvero la chiave per incanalarsi nelle scale di grigi, per mettere sul serio a contrasto le storie di queste persone comuni – con spesso lavori normali e famiglie normali – con la pulsione protesa verso una libertà che sfreccia vicinissima al baratro.

Certo, è l’esito incontro al quale il film poi va. Ma sempre con un andamento molto netto, molto dritto, molto pulito, che da un lato tradisce quasi il rimanere incastrato nella schematicità di finto reportage, dall’altro il non superare mai il mettere in mostra gli eventi, anche i più drammatici. Quindi in antitesi alla filosofia del New Journalism dello stesso Lyon – vivere e sporcarsi delle cose per documentarle –, che nel film c’è (Mike Faist) nel ruolo non del tutto chiarificato di un narratore-demiurgo, di un personaggio-non-personaggio che vortica nella storia e compare pasticciando un po’ sull’organizzazione cronologica del racconto, che copre anni tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70.

The Bikeriders dunque non aggancia mai del tutto la specificità del suo contesto a quella universale ricerca di un’alternativa ai vincoli del vivere quotidiano che alberga, più segretamente o meno, in ognuno di noi. Ed è in questo snodo che perde la presa, che lascia dell’amarezza del sentimento solo una parvenza.

The Bikeriders è al cinema con Universal Pictures dal 19 giugno.

Guarda il trailer ufficiale di The Bikeriders:

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