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The Boys in the Band, la recensione del film Netflix con Jim Parsons

Tags: film netflix, jim parsons, the boys in the band, the boys in the band recensione
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The Boys in the Band, la recensione del film Netflix con Jim Parsons

Tags: film netflix, jim parsons, the boys in the band, the boys in the band recensione

Il remake Netflix del cult di William Friedkin del 1970 si concentra troppo sulla spietatezza corale e troppo poco sulla sofferta interiorit? personale. La recensione di The Boys in the Band.?

In una New York uggiosa di fine anni 60, un appartamento open-space che si affaccia su un ampio terrazzo sta per ospitare il compleanno di Harold (Zachary Quinto), edonista ed eccentrico membro di una comitiva gay riunita per una festa che si riveler? un gioco al massacro sfibrante e demolitivo. In quell?appartamento su due piani, accuratamente acconciato con quadri, vintage abat-jours e porte che si sostituiscono alle quinte di scena, i personaggi si muovono in uno spazio claustrofobico che a seguito di un ospite intruso ed un gioco telefonico in memoria di un nostalgico non detto sentimentale a ex-fiamme giovanili, diventa campo di battaglia dove le armi sono le parole e le difese sono ammutolite.

Dopo aver diretto il revival della pi?ce firmata dal drammaturgo Mart Crowley del 1968, il regista Joe Mantello costruisce la sua versione cinematografica mantenendo una messa in scena prettamente teatrale che sapientemente mette al centro la parola e, nello specifico, il suo peso dissacrante e tagliente. Il film, in realt?, riprende anche la versione del 1970 di William Friedkin in Italia uscita con il titolo Festa per il compleanno del caro amico Harold; pellicola cult che come il suo precedente teatrale non manc? di critiche per il suo reiterare di stereotipi sull?omosessualit? pur riconoscendo una sua clamorosa dichiarazione come apripista ad un racconto prettamente LGBT mai raccontato prima d?ora.

Al festeggiato e al padrone di casa Michael (Jim Parsons) si uniranno progressivamente l?affascinante Donald (Matt Boomer), l?egocentrico Emory (Robin De Jesus), il pi? timido Bernard (Michael Benjamin Washington), il libertino Larry (Andrew Rannells), il suo neo-compagno bisessuale Hank (Tuc Watkins) e un giovane escort cowboy (Charlie Carver) invitato come ?regalo? per il festeggiato. Ma il vero ospite che apparir? al gruppo come una possibile minaccia, rompendo l?apparente ilarit? cameratesca dei sette, sar? un vecchio amico d?universit? di Michael venuto a New York in lacrime per la faticosa ammissione di una verit? personale che nel corso del film per? non ci viene del tutto raccontata. Alan (Brian Hutchison), unico eterosessuale del gruppo, sar? infatti il punto di frattura che, con il suo arrivo inatteso, segner? la polarizzazione diegetica di tutto il film. Grazie ad un cambio di tono e di spazio d?azione pi? drammatico e introspettivo dunque le parole e la presenza ?diversa? di Alan spaccher? in due un racconto che finalmente tender? verso un?interiorit? e una riflessione identitaria che fotografa con nostalgia un periodo storico pre Stonewall e pre AIDS. La pioggia improvvisa li forzer? a trasferirsi all?interno dell?appartamento dove pian piano le battute vezzose e le prese in giro sopra le righe verranno sostituite da parole spietate che metteranno a nudo paure, fragilit? e visioni contrapposte. Dietro le righe dei dialoghi battutistici e degli spietati botta e risposta emergono tematiche quali l?ossessione per la bellezza, la paura d?invecchiare, l?apparenza e l?appartenenza, la ricerca di una continua esibizione della propria unicit?, il venire a patti con la propria natura sessuale e la difficolt? di riconoscersi.

Il regista, rimanendo fedele al testo e al periodo storico originale, accenna tematiche profonde e scomode, denudando i personaggi delle loro maschere e di sentimenti passati che, emergendo, mostreranno ostilit? e rimorsi personali. Tuttavia per?, nonostante la coralit? e le dinamiche interne al gruppo divertenti e divertite, la versione di Mantello sarebbe stata molto pi? interessante se fosse stata ambientata nel nuovo millennio, riflettendo come ha fatto Andrew Haigh con la serie HBO Looking?sull?essere omosessuale nell?America dei giorni nostri, in cui i protagonisti alla ricerca di s? stessi si muovevano in un mondo non pi? avverso e inospitale, ma che apriva il suo sguardo alla comunit? gay dando tempi e spazi metropolitani, sociali e familiari. The Boys In The Band invece rimane un?istantanea demod? e forse troppo sopra le righe che fa poco per inabissarsi in una profondit? necessaria, rimanendo in una superfice di dinamiche comiche e macchiettistiche che soprattutto nella prima parte sono a tratti affannate. Se ?la colpa si trasforma in ostilit?? come dice Harold, sarebbe stato interessante capirne di pi?. Ma capire la vera derivazione di questa ostilit? forse sta a noi, ascoltando i loro sofferti attimi d?amore e ricostruire i pezzi di una giovinezza che emergendo in rapidi flashback, sveler? la propria essenza di scoperta e svelamento identitario.

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