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Venezia81 | The Brutalist: recensione del film di Brady Corbet

Alessio Zuccari Di Alessio Zuccari
1 Settembre 2024
in Top News, Festival, Recensioni
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Il regista statunitense firma un’opera bigger than life, un racconto sulle ossessioni dell’uomo e sul controcampo del sogno americano.

Si impiega davvero poco a riconoscerglielo: The Brutalist è un film dall’ambizione fuori dal comune. Brady Corbet, che nella sua carriera da regista non ha ancora mai conosciuto la parola banalità, presenta in Concorso al Festival di Venezia 2024 un’opera febbrile e magmatica, una anti-epopea americana dalla durata extralarge, ma pure fluviale, dannata, smodata, in perenne procinto di strabordare i contorni dell’inquadratura girata in pellicola VistaVision 70mm.

Al centro un protagonista degno di un grande romanzo novecentesco, l’architetto ungherese ed ebreo László Tóth, mente geniale ma tormentata da mille pulsioni tra il sessuale e l’autodistruttivo, scampato all’Olocausto e rifugiatosi nel 1947 negli Stati Uniti. Gli presta spigoli del volto e spigoli dell’anima Adrien Brody, che pare riprendere lì dove finiva Il pianista in un continuum alternativo che lo immagina arrivare nella terra del sogno a stelle e strisce, dove rinasce, muore e poi risorge ancora.

Ritrovare un’identità nell’ossessione

The Brutalist: recensione del film di Brady Corbet
Photo Credits: Universal Pictures

The Brutalist è diviso in due parti: L’enigma dell’arrivo, che va dal ’47 al ’52, quindi Il solido nucleo di bellezza, dal ’53 al ’60. Prima un’overture, dopo un epilogo; a metà un intermezzo, che nella versione veneziana è previsto per scelta stessa del regista. Mentre voci di radiocronaca tracciano i punti cardinali della Storia che si mescola al sangue dell’individuo (la nascita dello Stato di Israele, la crisi americana degli oppiacei), Tóth dai detriti del dramma vissuto in Europa insegue il desiderio di ricostruzione, anzi di re-territorializzazione della propria identità.

Nessuno, lì nella terra della Statua della Libertà al rovescio come in una delle prime immagini d’impatto del film, vuole davvero comprendere l’orrore che si porta dietro. Allora lui vuole ingabbiarne i fantasmi in un’arte di cemento e asfissia con unico punto di fuga verso il cielo e la sua luce, prole della scuola di Bauhaus a cavallo tra monolite modernista e mausoleo alle grida del passato. Per farlo segue il cursus honorum dei nuovi dominatori del pianeta; prima piccolo designer grazie al cugino (Alessandro Nivola), poi operaio, quindi la redenzione con la possibilità di sedersi al desco della nuova aristocrazia capitalista. A capotavola il magnate miliardario Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce, perfetto), personaggio grottesco, ipnotico, poi instabile e mefistofelico che resta affascinato dall’architetto ungherese e gli commissiona la costruzione della propria Xanadu.

Un complesso dalle dimensioni titaniche che Tóth progetta con la frustrazione dei compromessi e nella passiva ostilità di un nuovo mondo che fatica a tollerarlo. E The Brutalist si erge e si espande sotto la musica di Daniel Blumberg come fa questa struttura anno dopo anno, scena dopo scena, con opulenta e gigantista ossessione impossibile da contenere e che finisce inevitabilmente nel fuori fuoco – letteralmente, in alcune inquadrature. László fallisce, si ferma, ritenta, fino a quando il fondamentale ingresso in scena della moglie Erzsébet (Felicity Jones) e della nipote Zsofia (Raffey Cassidy) cambia tutto, portatrici dall’Europa in cui erano rimaste confinate di un’oscurità che contamina l’anima di un film che arriva allora a vorticare in una follia tra il rigore ingegneristico e il malanno surreale – la sequenza tra le cave di Carrara ne rappresenta il picco e il definitivo deragliamento.

Un’opera impressa a fuoco

The Brutalist: recensione del film di Brady Corbet
Photo Credits: Universal Pictures

La sceneggiatura che Corbet firma assieme a Mona Fastvold, compagna di lavoro da L’infanzia di un capo e di vita, deraglia con il suo stesso protagonista, pare viverne la stessa urgenza di uscire fuori da sé, di collocarsi. Sono i limiti d’ossatura che un titano come The Brutalist deve fronteggiare, a costo di perdere la briglia della narrazione di alcuni personaggi (i figli di Van Buren, interpretati da Joe Alwyn e Stacy Martin) e dei rapporti che li fondono assieme –  manca qualcosa anche al legame viscerale tra Tóth ed Erzsébet.

Ma questa qui, che è di Corbet l’opera più sfrontata e inseguita eppure in qualche modo anche la più accessibile, è lirica proiettata con decisione a ustionare l’epidermide e la celluloide su cui è impressa dalla fotografia di Lol Crawley, con il furore di un personaggio mai domo, mai capace di riconoscersi tornato dall’abisso e in cui Brody si getta con tutto se stesso. The Brutalist è storia della persistenza del male, della volubile e archetipica corruzione del capitalismo, della fragilità e della dannazione umana. E, in fin dei conti, poco importa della sua imperfezione: è già irripetibile.

Tags: Adrien BrodyBrady Corbetfelicity jonesGuy PearceThe Brutalist

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Guarda il reel per entrare nel mood del film 🍿 
#anacondafilm #jackblack #paulrudd @sonypicturesit
  • Dateci Posaman e nessuno si farà male! 🤣

Lillo Petrolo sul palco del Festival di Sanremovenerdì 27 febbraio. Non è ancora una notizia ufficiale ma un’indiscrezione che avrebbe trovato diverse conferme. 

L’attore e comico romano, dunque, dovrebbe essere il co-conduttore della penultima serata, quella dedicata alla cover e ai duetti, accanto a Carlo Conti e Laura Pausini.

Cosa ne pensate? 

#Sanremo2026
  • Violet Bridgerton ha tante qualità, ma non di certo quella di saper fornire indicazioni precise su certi argomenti. 🤣
  • 👠 Il mondo della moda è di nuovo in fermento: le prime immagini dal trailer ufficiale de Il Diavolo Veste Prada 2 sono finalmente qui 🔥

Scorri il carosello per scoprirle tutte e dicci se sei pront* a tornare da Runway 💅

#devilwearsprada2 #ildiavolovesteprada2 @disneyit
  • Appuntamento a domani. È tutto. 

#IlDiavoloVedtePrada2 

Video: @20thcenturyit
  • Meg Ryan dell’Era Regency. 

C’è chi ha pensato a questo paragone e chi mente. 🤣

#Bridgerton4
  • Il 24 dicembre non sarà mai più lo stesso. 💔
  • Il mondo del cinema e della televisione saluta Catherine O’Hara, una delle voci più brillanti e riconoscibili della commedia contemporanea.

Dal ruolo di Kate McCallister in Mamma ho perso l’aereo all’eccentrica Moira Rose in Schitt’s Creek, passando per Beetlejuice, il suo talento ha segnato generazioni di spettatori.

📸 @irene_mischiari
  • Bridgerton non è mai stata solo una serie in costume. Dal 2020 ha riscritto il period drama parlando apertamente di corpo, desiderio, educazione sessuale, mestruazioni e orgasmo, trasformando il romance in un racconto profondamente contemporaneo. Il suo successo nasce anche da qui: da protagoniste femminili complesse e diverse, capaci di scegliere e di sbagliare. Penelope ha scardinato i canoni estetici, Kate ha incarnato una devozione totale verso la famiglia prima ancora che verso se stessa.

La quarta stagione cambia tono e immaginario. Con Benedict e Sophie, Bridgerton abbraccia la favola, ispirandosi a Cenerentola: lei, parte della servitù e invisibile alla società; lui, artista e libertino convinto di non volersi legare. È una storia già vista e il confronto con le stagioni precedenti è inevitabile: meno tensione della stagione 2, meno coinvolgimento emotivo della friends to lovers della 3. Ma la curiosità resta alta.

Funziona molto l’attenzione alla servitù, finalmente raccontata come elemento centrale della vita aristocratica, e la continuità nel discorso sulla rappresentazione. Interessante anche l’introduzione di un vero villain, la cui crudeltà passa attraverso controllo e freddezza più che attraverso l’eccesso.

Questi primi quattro episodi scorrono via con eleganza e misura. Non è (ancora) la stagione che fa battere il cuore come le precedenti, ma è quella che promette qualcosa di diverso. E forse Bridgerton, oggi, ha proprio bisogno di questo: rallentare, cambiare forma, e sorprenderci di nuovo. 🪻🐝 
Recensione completa sul nostro sito. A cura di @roby_official_85

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