Giocattoli, tecnologia e infanzia: la nuova sfida Pixar raccontata ai genitori e ai bambini: Toy Story 5, da giugno al cinema.
Sono mamma di una bambina di tre anni e, ogni giorno, mi ritrovo a combattere una piccola battaglia silenziosa: quella contro i dispositivi digitali. Tablet, smartphone, schermi sempre accesi. Non per demonizzarli, ma per provare a regolarne l’uso, scegliere i contenuti giusti, preservare spazi di gioco libero, creativo, analogico. È una lotta fatta di compromessi, sensi di colpa e tentativi di equilibrio.
Ed è proprio da qui che parte il senso più profondo di Toy Story 5.
Il nuovo trailer e il poster del film Disney e Pixar ci mostrano una sfida sorprendentemente attuale: i giocattoli faccia a faccia con Lilypad, un tablet che porta con sé “idee rivoluzionarie” su cosa sia meglio per la bambina Bonnie. Una frase che, letta così, suona quasi ironica. Perché oggi la rivoluzione tecnologica non è più una novità, ma una presenza costante. E forse è proprio questo il punto: non siamo più nella fase dello stupore, ma in quella della convivenza.
Perché oggi ha senso un Toy Story 5
Quando Toy Story 4 uscì nel 2019, il suo cuore pulsante era il distacco: Woody che sceglie un’altra strada, la riflessione sull’identità, sul sentirsi ancora utili quando il proprio ruolo cambia. Era, paradossalmente, un film molto più rivolto agli adulti, ai genitori, a chi stava vivendo trasformazioni profonde.
Toy Story 5 sembra invece voler tornare a parlare direttamente ai bambini… ma senza dimenticare chi li accompagna.
Il tema non è più solo “crescere e lasciare andare”, ma “come cresciamo insieme in un mondo che cambia troppo in fretta”.
I giocattoli rappresentano il gioco fisico, l’immaginazione pura, l’esperienza tattile. Lilypad incarna il gioco digitale, veloce, personalizzato, infinito. Non è una contrapposizione manichea tra bene e male, ma un conflitto reale: quello tra due linguaggi diversi dell’infanzia.
Il valore simbolico del ritorno di Woody e Buzz
Il trailer mostra il ricongiungimento tra Woody e Buzz dopo la separazione. Un dettaglio che pesa emotivamente, ma che ha anche un valore narrativo forte: di fronte a una sfida così grande, c’è bisogno di tutti. Vecchi e nuovi personaggi, esperienze diverse, punti di vista differenti.
È una metafora potente: educare oggi non è un percorso solitario. È una rete fatta di genitori, scuola, storie, cinema, dialogo. E Toy Story, da sempre, è una delle saghe più capaci di creare ponti tra generazioni.
Tecnologia sì, ma con consapevolezza
L’idea che Toy Story 5 metta al centro il rapporto tra bambini e dispositivi non nasce dal desiderio di puntare il dito, ma dalla volontà di fare una domanda:
che spazio vogliamo dare alla tecnologia nell’infanzia?
Non esiste una risposta unica, ma esiste la possibilità di parlarne. E il cinema, soprattutto quello destinato ai più piccoli, ha un potere enorme: seminare dubbi, aprire conversazioni, stimolare pensiero critico.
Se un bambino, uscendo dalla sala, chiederà: “Perché Woody è triste se Bonnie gioca solo con il tablet?” allora il film avrà già vinto.
Diretto da Andrew Stanton, co-diretto da Kenna Harris, prodotto da Lindsey Collins e con le musiche ancora una volta firmate da Randy Newman, Toy Story 5 non sembra voler essere un semplice ritorno nostalgico, sembra piuttosto un nuovo capitolo necessario. Perché i bambini di oggi non sono gli stessi del 1995, e nemmeno i loro genitori.
Da giugno, al cinema!

































