Disney Pixar non sbaglia un colpo e arriva al cinema con Toy Story 5. Un film che, seppur con qualche falla narrativa e qualche cliché di troppo, emoziona ed educa i suoi spettatori.
Il quinto capitolo continua una saga iniziata ormai 30 anni fa: il primo Toy Story arrivò infatti nelle sale italiane il 22 marzo 1996 e porta avanti con tenera nostalgia una storia a cui non
siamo ancora pronti a dire addio.
Sebbene una quinta parte non fosse particolarmente necessaria, possiamo dire con serenità che tuttavia è talmente ben contestualizzata nell’attualità che mantiene la sua efficacia. Questo perché sì, il pubblico è cambiato, ma la stessa Pixar si modella a linguaggi e tecnologie contemporanee che le permettono di trovare sempre un posticino nel cuore del suo pubblico.
Focus centrale di Toy Story 5 è il confronto-scontro tra analogico e digitale, tra giocattoli puri – in senso lato – e dispositivi come telefoni e tablet, spesso visti unicamente come mezzi negativi e “distruttivi” di un certo immaginario del mondo infantile.
Quello che però riesce a fare Toy Story – e dunque tutto il comparto Pixar Animation Studios capitanato da Pete Docter (direttore creativo) e Andrew Stanton (regista) – è raccontare una trasformazione importante e di fatto un punto di svolta nella storia con grande sincerità senza snaturare la propria identità.
Tecnologia e giocattoli old shool. È davvero possibile una coesistenza pacifica e funzionale?
I tempi sono cambiati, la società è cambiata e dunque anche i bambini, che sono cresciuti immersi nella tecnologia e che, per forza di cose, fanno chiaramente molta più fatica a intrattenersi e restare ancorati a una certa “materialità” dei giochi. I giocattoli con cui giocavamo noi da piccoli sono infatti sempre meno, e sempre più diversi, spesso con componenti digitali integrate. Se prima le bambole e le macchinine – per parlare genericamente – riuscivano a intrattenere fasce d’età più estese, toccando anche i pre adolescenti, oggi quegli stessi giochi sembrano essere relegati a un target ben al di sotto. Già dalla prima elementare, infatti, è molto facile vedere bambini a diretto contatto con tablet o telefoni. Premesso ciò, non sarebbe neanche giusto incolpare le nuove generazioni di un
processo – e progresso – naturale in cui si sono ritrovate immerse fin dalla nascita.

Forse dipende tutto dalla prospettiva con cui vogliamo guardare questo cambiamento, e sì, dai limiti che decidiamo di imporre e imporci. Toy Story 5 mostra proprio questo: il limbo in cui si trovano gli stessi genitori in un momento in cui devono far fronte e decidere cosa è “meglio” per i propri figli: restare ancorati a una
dimensione analogica e, talvolta, un po’ anacronistica, o utilizzare i nuovi mezzi per aiutare lo sviluppo e l’integrazione tra i più piccoli. Bonnie fatica a fare amicizia, e i genitori per aiutarla pensano di comprarle un tablet, Lilypad. Il punto è qui: spesso alla base c’è un pensiero positivo, quello di non voler tenere i propri figli in una bolla, di favorire in qualche modo l’integrazione nella società. Il problema, come già detto, è il limite e il fatto che, inevitabilmente, l’alienazione diventi paradossalmente l’esito dato dai dispositivi stessi.
Il punto è saper guardare, osservare e fermarsi prima che tutto ciò diventi nocivo. Quello che oggi sembra svanito, il lato analogico della creatività e il sapersi annoiare per poter scoprire e sviluppare nuove idee e passioni, ha in realtà cambiato forma. Una trasformazione che innegabilmente ha portato con sé l’abbrutimento dell’individuo (e quindi del bambino) per tutta una serie di aspetti, anche relazionali, ma che può diventare anche risorsa. Questo è il punto di vista di Toy Story 5. Non demonizza totalmente i nuovi dispositivi, non presenta Lilypad come il “mostro” o il nemico, bensì offre nuovi spunti di riflessione attorno a
strumenti che, anche noi adulti, stiamo ancora in parte esplorando e capendo come sfruttare al meglio. D’altra parte, sarebbe anche un po’ incoerente se la stessa Pixar si facesse promotrice di un odio verso la tecnologia, essendo stata invece pioniera nell’utilizzo di questi “nuovi” mezzi proprio per la trasformazione di tutto il mondo animato.
Se vogliamo trovare la nota stonata, però, è proprio in questa mancata presa di posizione da parte dello studio di animazione. In un capitolo che rende l’abbandono e l’isolamento così centrali – Jessie e Bonnie sono protagoniste di tutto il racconto e vivono entrambe gli stessi sentimenti in modo parallelo –, non è leggibile una vera e propria linea di principio. Quello che risulta è quindi, forse, un lieto fine un po’ forzato.

La genialità della Pixar tra gli “Andy” di ieri e quelli di domani
Lo scorrere del tempo è il leitmotiv dell’intera saga di Toy Story. Si cresce, si cambia e così anche il mondo intorno a noi. “C’è un tempo per tutto”, no? Ecco. Se noi adulti viviamo questa consapevolezza con lucidità e sana nostalgia – coscienti del fatto che abbiamo giocato quando c’era da giocare e stretto amicizie con coetanei anche solo in virtù del gioco – quello su cui Toy Story 5 pone un riflettore è che per i bambini di oggi questa naturalezza sembra quasi dover essere combattuta. È Bonnie a mostrarci questo lato freddo, inadatto alla spensieratezza e alla leggerezza della sua età, quando viene “derisa” dalle sue amiche per isuoi giocattoli.
E allora ecco che il ruolo della società, dei genitori, degli educatori diventa centrale. Perché è possibile arginare i danni se a guidare le nuove generazioni sono informazione e coscienza. Nel raccontare tutto questo, tuttavia, la Pixar non perde l’ironia e la dolcezza che contraddistinguono i suoi prodotti e che, con maturità, tornano sempre. Le battute sull’invecchiamento – Woody principale vittima per i cambiamenti fisici e naturali che lo caratterizzano –, la paura dei giocattoli di finire nel dimenticatoio (aka nella scatola in garage) trovano il senso nella consapevolezza e l’accettazione dell’avanzamento della vita. E in virtù di quest’epifania collettiva, anche Jessie trova la sua pace, realizzando che, dopo Bonnie, arriveranno altri bambini con cui giocare e rendere felici.
Seppur non spettacolare come i primi due capitoli, la saga di Toy Story continua a parlare a un pubblico ampio, di adulti e bambini (ancor più diretto forse per la fascia delle elementari), mantenendo la propria identità intatta pur adattandosi alla contemporaneità, sia sul piano tecnico che su quello morale.
Diretta da Massimiliano Manfredi, con i dialoghi meravigliosi di Roberto Morville, la versione italiana vede protagonisti Angelo Maggi (Woody), Massimo Dapporto (Buzz), Ilaria Stagni (Jessie), Federico Basso (Smarty Pants), Katia Follesa (Lilypad), Luca Laurenti (Forky), Jacqueline Luna Di Giacomo (Snappy) e tanti altri, tra cui Gianluca Gazzoli (Bullseye perfido) e Sal Da Vinci (Pizza cu ‘e llente) in un cameo molto divertente.
Toy Story 5 vi aspetta al cinema. Cullatevi nella nostalgia e guardate al presente con ottimismo!


































