Isabel Coixet dirige un racconto drammatico ma carico di speranza tratto da un’opera di Michela Murgia.
A dirigere c’è Isabel Coixet, come protagonisti ci sono Alba Rohrwacher e Elio Germano. Ma Tre ciotole, che è passato in anteprima al Toronto Film Festival 2025, si porta sulle spalle soprattutto l’onere di trasporre sotto forma di film una parte dell’eredità artistica e sociale di Michela Murgia, scrittrice e intellettuale scomparsa nel 2023 a seguito di una malattia.
La pellicola è infatti adattamento dell’omonima raccolta di dodici racconti pubblicata sempre nel 2023, l’ultima opera edita con Murgia ancora in vita (nel 2025 uscirà postumo Anna della pioggia). Tre ciotole li sintetizza e fonde in un’unica storia d’amore prossima all’andare in frantumi, un volteggio all’inizio disperato e boccheggiante che risale poi controcorrente, in un riscoprirsi nella serenità di aversi finalmente bene in chiaro.
Di cosa parla Tre ciotole

La fattura è intimista sin dal formato, un 4:3 granuloso dove qui e lì si intromettono ritagli in pellicola Super 8 come sferzate malinconiche di quello che è stato e non sarà più. Marta (Rohwacher) e Antonio (Germano) si stanno lasciando. Anzi, si lasciano, punto. Non è traumatico, ma è non può che essere un terremoto. Nessuno sbraita, nessuno fa scenate, le cose vanno come devono andare, cioè così.
Lui continua a riempire le giornate lavorando nel suo ristorante, lei levita tra fare l’insegnante di educazione fisica e sfuggire al contatto con le persone che le stanno attorno. Eccola, la prima traccia di filosofia Murgia: il rapporto con le persone, quasi mai facile ma necessario, la rete di sicurezza, gli incontri umani che in quanto tali si sanno fare ogni tanto salvifici.
Marta ha una sorella che le sta all’opposto (Silvia D’Amico), ma subisce anche la corte di un collega, Francesco Carril, attore spagnolo dall’italiano perfetto (ma con carica recitativa ispanica) che forse avrete visto in uno delle più travagliate e travolgenti storie d’amore uscite di recente, la serie Dieci capodanni (sta su RaiPlay). Poi, sempre mentre galleggia, Marta scopre di avere un tumore e da lì cambia prospettiva, con Rohrwacher che nel fare dramma attinge dal solito e noto portamento di corpo serrato e di umori dimessi, fino a scioglierli un po’ nella sua tipica leggerezza “per aria”.
Tra sensibilità e lascito

Per inclinazione della sceneggiatura (che Coixet scrive assieme a Enrico Audenino) e per portato emotivo, è evidente come Tre ciotole sia tarato sul percorso della protagonista. Si divide in tre tronconi netti in cui nel mezzo rimane allora abbastanza schiacciato quello dedicato ad Antonio, a cui arriva in ritardo il contraccolpo della mancanza, conficcato in una soggettiva che sta scomoda tra le maglie di un film che è su Marta e per Marta.
Qui si mostra la natura di un’operazione cinematografica e commerciale diretta, di estrema leggibilità nella costruzione artistica del film (i colori degli ambienti e della casa che si riscaldano al riscaldarsi interiore della donna) così come nell’evocazione sotterranea del lascito di Murgia. Ad esempio c’è il cartonato di un artista k-pop che la protagonista si tiene affianco a immagine e somiglianza della sua fragilità, ma allo stesso tempo è omaggio alla scrittrice, nota fan del genere musicale sudcoreano – e sopra il quale si schiude la suggestione di un bel finale.
Ma poi Tre ciotole traccia pure i fili di una Roma percorsa su e giù, attraversando alcuni tratti del Pigneto e concentrandosi in particolare dalle parti del quartiere Trastevere, dove la scrittrice ha abitato, soffermandosi per spazi e luoghi da lei davvero frequentati, come il bar Cambio. Il contrappasso di un racconto simile è di arrischiarsi a scivolare nell’imbuto della carica drammatica tutta in concerto di violini e archi. E in più di un momento in effetti ci scivola, tra grigiori comandati e intristimenti, dove sfoltire analogie e rispecchiamenti simbolici (il piccione imprigionato) avrebbe solo giovato.
Coixet riesce tuttavia ad accordarsi a un sentimento che in fin dei conti rifugge la dimensione pietistica e scova, in crescendo, una traccia di luce. È questo risalire che premia il film anche nei momenti più impostati, punto di contatto tra alcuni istanti di sincera sensibilità e il restituire integro il pensiero di Murgia.
































