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Martina Barone

Venezia79 | Dreamin Wild: recensione del film con Casey Affleck

Tags: casey affleck, Dreamin Wild, Venezia79

Casey Affleck e Zooey Deschanel sono i protagonisti di Dreamin Wild, storia basata su fatti reali tra musica e famiglia

Bill Pohlad nel 2014 ha girato il suo secondo film da regista Love & Mercy. Il film verteva attorno alla figura di Brian Wilson, cantante e leader della band americana The Beach Boys, esplorandone la battaglia contro la malattia mentale e costruendo attorno al personaggio i passaggi di una carriera tra personale e mondo dello spettacolo. Sempre sulla musica il regista decide di accettare la direzione dell’opera Dreamin Wild basata su fatti reali, di cui cura anche la sceneggiatura avventurandosi nel privato dei fratelli Donnie e Joe Emerson, ripercorrendo la tarda scoperta da parte del pubblico e dell’industria musicale del loro talento, anni dopo aver messo ormai da parte batteria e chitarra.

Una storia che qualsiasi detentore di un’abilità o incallito appassionato vorrebbe poter vivere sulla propria pelle. Il ritrovamento di un duo formato da dei giovanissimi fratelli che riuscirono a produrre e rilasciare il loro primo album vendendone però solo un paio di copie, non arrivando a scalare la vetta del successo. Quello che sarebbe però sopraggiunto inaspettato e all’improvviso grazie a collezionisti e cercatori di mercatini delle pulci, i quali incappati nell’album che dà nome alla pellicola hanno cercato i loro creatori per poterli finalmente sentir cantare, dando una seconda opportunità a due fratelli che riuscirono così anche a riavvicinarsi. 

Dreamin Wild: (ri)vivere un sogno

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Credits: La Biennale di Venezia

Se i racconti di riscatto scaldano il nostro cuore speranzoso di credere di poter raggiungere ogni obiettivo nella vita, non importa a quale età questo avvenga, Dreamin Wild è il manifesto di una bravura che non può e non deve certo rimane sconosciuta ai più, ma che la pellicola dimostra essere difficile da saper gestire dopo averla inseguita per tanti anni. L’incredulità di poter finalmente tentare seriamente di conquistare il proprio sogno passa in secondo piano nel personaggio di Donnie interpretato da Casey Affleck. Sostituita dal credere di essere fuori tempo massimo e non sembrare nemmeno credibile lì sopra, davanti al pubblico, alla ricerca di un brano che possa scaldare le persone così come il primo album del protagonista ha saputo fare.

Quello a cui però dovrebbe prestare davvero attenzione Dreamin Wild è la confusione con cui si destreggia tra i vari ambiti e umori, come fossero un’unica, ripetitiva, sottostante nota che non finisce mai di suonare. Una cappa costante che aleggia sopra i desideri che si vedono finalmente realizzare e che lascia il timore che tutto questo possa finire prima di essere anche cominciato. La paura di non essere più in grado di poter portare a compimento una missione, quella di trasmettere un’emozione e farlo proprio con una canzone.

Una melodia stonata

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Credits: La Biennale di Venezia

Ciò di cui dovrebbe preoccuparsi realmente Dreamin Wild è il mantello pesante e spirituale che Pohlad sembra aver posto al di sopra della narrazione per renderla lenta e compassata. Passaggi finti naturali che portano da una transizione all’altra, credendo che basti alla musica diventare collante per generare un proprio linguaggio e fare dunque da fissante per l’ideazione filmica. Un tormento personale che la pellicola riporta, ma che come il resto degli accadimenti resta senza un segno di interesse o di approvazione da parte dello spettatore.

Col viso sempre abbattuto tipico di un Casey Affleck che interpreta ogni volta lo stesso ruolo, con sole due o tre canzoni degli Emerson usate come filo per unire insieme parti del film, Dreamin Wild è manierismo involontario e immotivato. È tormento che deve sembrare acuto altrimenti il protagonista non riuscirà ad accettare e gestire la sua nuova fama. È un’opera pretenziosamente autoriale, quando in verità è abbastanza semplice e innocua. Una melodia stonata che non vorremmo continuare ad ascoltare, ma che come un disco rotto sembra andare avanti a non finire. 

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