Festival, Recensioni
master gardener
Martina Barone

Venezia79 | Master Gardener: recensione del film di Paul Schrader

Tags: Master Gardner, paul schrader, Venezia79

Master Gardener è il film che l’autore Paul Schrader presenta a Venezia79, evento in cui gli viene assegnato anche il Premio alla Carriera

Paul Schrader è un habitué del Festival di Venezia. Non solo i suoi ultimi lavori sono stati presentati sempre in anteprima mondiale al Lido, luogo di cinefili e passione in cui poter scrutare l’autore aggirarsi indisturbato tra una sala e l’altra mentre si dedica a qualche gradita e spensierata visione, ma alla 79esima edizione la Mostra decide di premiarlo assegnandogli il Premio alla Carriera. Riconoscimento ricevuto nel medesimo anno della diva francese Catherine Deneuve e in cui Schrader viene accompagnato assieme al suo nuovo film – nuovamente Fuori Concorso – e, esattamente come il precedente The Card Counter, di un intrattenimento profondo e piacevole.

C’è da dire che Master Garderner, con protagonisti Joel Edgerton e Sigourney Weaver, ha molto in comune proprio con la pellicola con al centro il veterano interpretato da Oscar Isaac, a sua volta riflesso moderno di un Taxi Driver che il medesimo cineasta prende e cita all’interno del suo film. Con l’opera in anteprima al Lido, Paul Schrader sublima i personaggi di Travis Bickle (Robert De Niro) e William Tell (Oscar Isaac) per un’operazione più quieta e mansueta rispetto alle pellicole da cui i suoi protagonisti compari fuoriescono. Un film con al centro un giardiniere, ex nazista che ha ucciso un numero elevato di persone e che è entrato poi nel programma di protezioni testimoni, il quale da dieci anni conduce una vita ligia e devota a capo del giardino della ricca ereditiera Haverhill impersonata da Weaver. 

Come si cura il proprio giardino

master gardener
Credits: immagine di The Card Counter, distribuito da Focus Features

Un’esistenza serena quella che Narvel Roth (Edgerton), nome falso per mantenere segreta e salvaguardata la propria identità, è riuscito a seminare per un decennio. Un pentito che ha sradicato le malerbe che intossicavano il proprio terreno personale, ma che le ha lasciate incise addosso per ricordarsi chi è stato e chi non dover tornare. È la precisione e il senso del dovere che mantengono sotto controllo l’instabilità per troppo tempo perpetrata dall’uomo. Ed è lo sconvolgimento derivato dall’arrivo della giovane Maya (Quintessa Swindell) e dell’inaspettato germe dell’amore che capovolge la tranquillità a cui per tutto questo tempo si era affidato.

Una ragazza dalle origini africane e una dipendenza dalle droghe che Narvel deciderà di voler estirpare. Una persona completamente distante da ciò che appartiene al suo passato e che non avrebbe mai potuto immaginare talmente importante nel proprio presente. Un incontro che lo conduce a uno scombussolamento il quale detta l’andamento della pellicola, nonché il motore di un terremoto emotivo e morale che rischierà di farlo crollare. 

Master Gardener e il segreto per una vita pacifica

master gardener
Credits: La Biennale di Venezia

Proprio come il predecessore William Tell, in Master Gardener la prima scena che interessa Narvel Roth è una ripresa dell’uomo seduto di spalle mentre riporta i sentimenti e i suoi pensieri nel proprio diario, uomo meticoloso come la sua scrivania impeccabile fa intuire e che riconferma un aspetto maniacale di cui sono affetti quasi tutti i personaggi del cinema di Paul Schrader. La scrupolosità di cui si avvalgono questi protagonisti risulta però sempre facciata di una violenza che viene compressa perché inadeguata al mondo che si ha intorno. Un viso e un corpo granitico, più similare ancora a quello di Oscar Isaac che allo scheletrico e flessibile De Niro anni ’70, che va maneggiando una delicatezza come quella da usare quando si ha a che fare con i fiori, di cui il bocciolo interpretato da Quintessa Swindell diventa rappresentanza e che l’uomo proverà a maneggiare con cura.

Riparare la ragazza, rigenerarla come è possibile fare con le piante, è un obiettivo intaccato solo da un’ira funesta che il protagonista ha imparato a mettere a tacere. Con disciplina, con senso di colpa, con impegno. Con la fiducia ricevuta da altri e fatta fruttare. L’aver saputo realmente agire per un migliorarsi che lo spinge a voler essere inquadrato come personaggio più “normale” a dispetto delle somiglianze con i suoi “fratelli” della poetica di Schrader, dando alla pellicola un tocco imprevedibile per il suo farsi dolce e amabile. Un film che attesta ancora una volta la visione tormentata e psicotica dell’umano, svelandone però il rimedio per poterlo rinvigorire e riappacificare. 

Articoli recenti

ticket-to-paradise-recensione
Recensioni
Roberta Panetta
Ticket to Paradise Recensione: Clooney e Roberts nella rom-com di cui avevamo bisogno
AND-anche-emma-stone-cast-film-lanthimos
Film
Roberta Panetta
AND: anche Emma Stone nel cast del nuovo film di Lanthimos