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ti mangio il cuore
Martina Barone

Venezia79 | Ti mangio il cuore: recensione del film con Elodie

Tags: elodie, Ti mangio il cuore, Venezia79

Da cantante ad attrice: Elodie debutta al cinema nella pellicola in bianco e nero Ti mangio il cuore, storia della prima pentita di Mafia

Pippo Mezzapesa si fa ambizioso. Dopo Il bene mio, piccolo film dalla grande anima presentato in anteprima alla 75esima edizione della Mostra di Venezia, stavolta l’autore pugliese torna nella sua terra, ma non per una pellicola da presentare Fuori Concorso sempre al festival del Lido, facendola bensì gareggiare nella sezione Orizzonti. L’opera scelta dall’evento cinematografico, Ti mangio il cuore, prende titolo e ispirazione dal romanzo omonimo di Carlo Bonini e Giuliano Foschini e tratteggia in maniera rivisitata gli accadimenti della prima pentita di Mafia della storia italiana. 

Ruolo centrale nei fili degli avvenimenti di un’operazione per cui il cineasta sceglie di dare un’opportunità come attrice alla ormai stella del panorama musicale nostrano Elodie. Una scommessa che autore e cantante riescono a superare forse, chissà, contro le aspettative di molti. Non certo la prova che per la performer sia arrivato il momento di cambiare direzione artistica alla propria carriera, ma pur sempre azzardo riuscito per una produzione di cui è bene riconoscerne le qualità, pur a fronte di alcune cadute nella stesura della propria narrazione.

Di volti e immagini

Se Elodie in Ti mangio il cuore sembra come fermare il tempo ad ogni inquadratura che le incornicia occhi e volto, il racconto scritto da Mezzapesa assieme a Antonella Gaeta e Davide Serino procede invece con scioltezza nella diramazione del proprio filone narrativo. Lasciando estasiato un pubblico che non può che rimanere sbalordito per la potenza di un viso come quello della cantante, in grado realmente di sospendere qualsiasi vicenda e comunicando pur non sentendosi in dovere di pronunciare alcuna parola, è nella sceneggiatura in sé che lo spettatore potrebbe avere qualcosa da ridire, pur godendo comunque dello spettacolo.

Al netto di una ricercatezza che la pellicola presenta soprattutto dal suo punto di vista formale – di cui, continuiamo a sottolineare, Elodie anche rientra a farne parte -, Pippo Mezzapesa è in primo luogo con la regia e la fotografia che pennella il tratto della vicenda riportata nella pellicola. In un bianco e nero profondamente marcato, opera del collega Michele D’Attanasia, Ti mangio il cuore sviscera la propria storia facendo della patina luminosa dei suoi contrastanti chiari e scuri il principale impatto con cui influenzare il tono del film e lo sguardo degli spettatori, riservando lunghe inquadrature a particolari e animali, colorandole proprio di quei due non colori. 

Ti mangio il cuore: storia di vendetta, storia già ascoltata

Ti mangio il cuore
Credits: 01 Distribution

L’attenzione artistica alla produzione di Mezzapesa si fa perciò dominante a fronte della sostanza abbondante riversata nell’escalation e nella trasformazione di un protagonista e della propria parabola che, nel paradosso della propria delineazione compiuta e lineare, pecca proprio lì dove sembra riservare una storia simile a tante altre e già vagliata al cinema o nella serialità. Pur ben stesa e senza particolari sbavature al suo interno, la narrazione di Ti mangio il cuore ha il pregio di poter arrivare immediata allo spettatore, ma il difetto di ricordare tante altre novelle di vendette e successioni che poco scombussolano l’auspicato trasporto del pubblico. Alcune intuizioni elevano comunque la pellicola, certe sequenze hanno l’abilità di intrigare chi sta osservando dall’esterno, ma pur nel suo massimo impegno l’opera rimane priva di una presa dovuta da una familiarità col prodotto che non ne affossa certo il risultato, ma ha di contro difficoltà nell’innalzarlo. 

Dimostrando comunque un investimento consistente nella messinscena e nella visione di insieme di un film che, a ogni modo, non lascia assolutamente nulla al caso e mostra un sentito e riconoscibile sforzo, Ti mangio il cuore ha il desiderio di superare se stesso e, seppur con reticenza, è ciò che anche il pubblico può afferrare e confermare. Un ardore intrapreso che raggiunge un degno risultato, forse meno impattante rispetto a quanto sperato, per una prova pur sempre lodevole per l’autore e le sue maestranze. 

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