Wake up dead man è il capitolo più oscuro di Knives Out: un giallo blasfemo che usa la fede per parlare di colpa, potere e assoluzione.
Wake Up Dead Man non è solo il terzo capitolo della saga Knives Out: è il film più cupo, provocatorio e apertamente blasfemo mai scritto e diretto da Rian Johnson. Un whodunit che usa la struttura del giallo classico come cavallo di Troia per mettere sotto accusa il concetto stesso di purezza morale, l’ipocrisia della fede organizzata e il bisogno umano – disperato – di assoluzione. Ora su Netflix, Wake up dead man è il film più coraggioso della trilogia e, paradossalmente, quello meno interessato a “chi è stato”.
GUARDA IL TRAILER ITALIANO DI WAKE UP DEAD MAN:
Un giallo che profana il sacro e mette a nudo l’anima
La buona riuscita di un giallo, si sa, si gioca tutta nei primi minuti. Qui Johnson non perde tempo: l’incipit è rapido, incalzante, quasi febbrile. La macchina narrativa parte a tutta velocità e non rallenta mai davvero, sostenuta da un ritmo chirurgico e da dialoghi che affondano come lame. L’omicidio arriva presto, improvviso, apparentemente impossibile, e non è un caso che avvenga in un luogo che dovrebbe essere simbolo di salvezza e redenzione: la chiesa. Un altare trasformato in scena del crimine, un confessionale che diventa spazio di menzogna. Wake up dead man dichiara fin da subito la sua intenzione: profanare.
A guidarci, ancora una volta, è Benoit Blanc, interpretato da un Daniel Craig sempre più a suo agio nei panni del detective gentiluomo. Qui però Blanc è meno istrionico, meno sopra le righe rispetto ai capitoli precedenti. È uno sguardo esterno che osserva, ascolta, pesa le anime prima ancora degli indizi. Come se avesse capito che il mistero non è tanto “chi ha ucciso chi”, ma perché continuiamo a raccontarci di essere migliori di ciò che siamo.
Il cuore pulsante del film è il rapporto tra Padre Jud Duplenticy, interpretato da un magnetico Josh O’Connor, e il Monsignor Jefferson Wicks di un irriverente e potentissimo Josh Brolin. Jud è il senso di colpa che cammina, lo sguardo basso di chi cerca redenzione senza essere sicuro di meritarla. Wicks, al contrario, è fuoco, carisma, potere: un uomo di chiesa che predica il bene ma flirta apertamente con il male, convinto che servire i peccatori sia l’unico modo per salvarli. O forse per giustificarsi.
Il resto del cast è un campionario di archetipi umani perfettamente cesellati: la bigotta Martha Delacroix di Glenn Close, simbolo di una fede più interessata all’apparenza che alla misericordia; l’avvocatessa Vera Draven (Kerry Washington), schiacciata dal peso delle responsabilità; il politico in divenire Cy Draven (Daryl McCormack), incarnazione dell’ambizione travestita da servizio pubblico; il medico Nat Sharp (Jeremy Renner), razionale fino alla freddezza; l’autore Lee Ross (Andrew Scott), vanitoso e ambiguo; la violoncellista Simone Vivane (Cailee Spaeny), presenza silenziosa e osservatrice. Tutti ricchi. Tutti colti. Tutti, a modo loro, colpevoli.
Tra luce e ombra: colpa, tentazione e desiderio di assoluzione
Ed è proprio qui che Wake up dead man diventa un film profondamente politico. Johnson non usa la religione come semplice ambientazione suggestiva, ma come terreno di scontro ideologico. Il linguaggio è volutamente blasfemo, sboccato, pieno di parolacce che risuonano ancora più forti perché pronunciate tra i banchi di una chiesa. È una scelta precisa: scrostare la sacralità per mostrare l’uomo sotto la tonaca. Un uomo fallibile, tentato, spesso meschino.
La fotografia gioca un ruolo chiave in questo discorso. Luci e ombre non sono mai casuali: i personaggi vengono spesso inquadrati a metà, divisi, come se la loro anima fosse costantemente sospesa tra bene e male. Johnson dissemina indizi visivi più che narrativi, suggerendo allo spettatore che la verità è sempre sotto gli occhi di chi guarda, purché abbia il coraggio di vederla.
Il colpevole, infatti, è intuibile. Johnson non fa nulla per nasconderlo davvero. Ma non è un difetto: è il punto. Perché Wake up dead man non è interessato al colpo di scena finale, bensì alla riflessione che lo precede. La tentazione porta alla caduta, sì, ma ciò che conta è cosa facciamo dopo essere caduti. Possiamo davvero essere assolti? O la colpa è una macchia che nessun rito può cancellare?
Il personaggio di Padre Jud incarna questa domanda in modo devastante. Il suo percorso non è quello di un innocente travolto dagli eventi, ma di un uomo che sceglie consapevolmente di restare vicino al male, convinto che la sua presenza possa redimerlo. Ma servire i malvagi non significa automaticamente salvarli. A volte significa solo legittimarli.

Non conta chi ha ucciso, ma chi merita davvero il perdono
Con Wake up dead man, Rian Johnson firma il capitolo più adulto e disturbante della saga. Un giallo che usa la struttura del genere per parlare di fede, potere, ricchezza e responsabilità morale. Un film che non assolve nessuno, nemmeno lo spettatore. E forse è proprio per questo che funziona così bene.
Perché alla fine, quando la verità viene a galla, non ci sentiamo sollevati. Ci sentiamo chiamati in causa. E non c’è confessionale che tenga.
































