Dalla metamorfosi di Elphaba alla regalità di Glinda, Paul Tazewell ci accompagna dietro le quinte di Wicked: For Good con un racconto di moda, potere e libertà.
Nel mondo di Oz, nulla è mai solo ciò che sembra. E i costumi di Wicked: For Good firmati da Paul Tazewell – premio Oscar per il primo Wicked – lo dimostrano più di ogni altra cosa.
Dopo aver costruito un universo di tulle, velluti e potere per il film di Jon M. Chu, il costumista torna con Wicked: For Good, secondo capitolo della saga (in uscita in Italia, il 19 novembre). In questo nuovo capitolo la magia si fa più oscura, più intima e – soprattutto – più umana. In Wicked: For Good, Paul Tazewell trasforma il linguaggio del costume in un viaggio di identità e metamorfosi.
Girare due film insieme (Wicked e Wicked: For Good) è stata una sfida epica anche: “Significava pensare a tutto l’arco narrativo dei personaggi come se stessimo tessendo un unico filo” racconta Tazewell. Un filo che, scena dopo scena, diventa stoffa, colore e significato.
Elphaba: la verità sotto il mantello
La “Wicked witch” che malvagia non è mai stata davvero. Nei costumi di Tazewell, questa verità si vede e si sente: il nero che la avvolge non è oscurità, ma libertà. È il colore della consapevolezza, della rinascita, di un’identità che si svela solo togliendo via le maschere.
In Wicked For Good, Elphaba (Cynthia Erivo) fugge nella foresta di Oz, e il suo abito – lo stesso visto nel finale di Wicked – comincia a deteriorarsi. Le cuciture si spezzano, la stoffa si logora: è il mondo che la rifiuta, ma anche la pelle che si rinnova. “Vederlo degradarsi significa vederla spogliarsi di tutto ciò che la società le ha imposto” spiega Tazewell. “Solo così può diventare pienamente se stessa.” Nei costumi di Elphaba in Wicked: For Good, Paul Tazewell esplora la libertà come atto di ribellione visiva.
Più avanti, un nuovo mantello la lega a Fiyero, l’uomo che ama: “Il cappotto è della stirpe di Fiyero,” rivela il costumista, “e lo raccontano la sfumatura nero-blu del velluto e il motivo a spirale tribale.”
È un abito che parla di unione, di libertà e di appartenenza. Di un amore che resiste, anche quando tutto intorno cade a pezzi.
Glinda: l’icona che diventa donna
Dall’altra parte dello specchio, Glinda (Ariana Grande) brilla più che mai – ma la sua luce non è più solo quella della perfezione.
Nel primo film era una giovane sognatrice. In Wicked: For Good è una figura pubblica, manipolata dal potere del Mago e trasformata in simbolo di purezza per l’intera Città di Smeraldo.
“È come se fosse intrappolata nella sua stessa immagine di bontà,” racconta Tazewell.
Per questo, i suoi abiti oscillano tra fiaba e politica: un incontro tra Dior e Marie Antoinette, con tulle e organza che costruiscono una regalità dolce ma artificiale.
La sua prima apparizione è un omaggio diretto al classico del 1939: un abito azzurro e lilla che richiama la Glinda di Billie Burke. Poi, man mano che la storia procede, i vestiti si fanno più semplici: un tailleur rosa con ricami di soffioni che parla di essenza e verità.
Il percorso culmina nel vestito da sposa, pensato insieme ad Ariana Grande: un abito candido, con farfalle tridimensionali che danzano sull’orlo e una vela lunga venticinque metri. Le farfalle, spiega il designer, sono il simbolo della trasformazione di Glinda: da figura di perfezione a donna reale, consapevole e fragile.
Dal rosa al cielo: il significato dei colori nei costumi di Wicked: For Good
Nel musical originale di Broadway, Susan Hilferty aveva immaginato il celebre bubble dress di Glinda in azzurro, “colore d’aria e di cielo”, contrapposto alla “terra” di Elphaba. Ma al cinema, Tazewell ha voluto rendere omaggio alla Glinda della MGM del 1939, virando il suo bubble dress al rosa – una scelta possibile solo grazie ai diritti cinematografici.
Nel secondo capitolo, però, il colore di Glinda cambia ancora: nel trailer di Wicked: For Good la vediamo in un abito azzurro ghiaccio, un ritorno simbolico al codice cromatico del musical. Non è una semplice modifica, ma un passaggio di fase. Il rosa del primo film è la fiaba, la giovinezza, la “principessa”.
L’azzurro della seconda parte è l’autorità, la consapevolezza, la distanza di chi governa e deve rassicurare un popolo.
In chiave di costume studies, l’azzurro comunica fiducia e calma, ma anche solitudine: perfetto per la Glinda “leader” dell’Emerald City, più istituzionale e meno ingenua.
È un colore che dialoga con il verde del potere, il blu di Dorothy e le terre di Elphaba, riportando equilibrio visivo e narrativo nel mondo di Oz.
Tazewell, come Hilferty, lavora sulle illusioni strutturali: organza, crinoline e riflessi iridescenti che mescolano lilla e rosa in un tessuto che cambia con la luce.
Un segno che Glinda non ha abbandonato il rosa, ma lo porta con sé in una nuova forma: un azzurro cangiante che racconta evoluzione, crescita e ritorno a sé stessa. Un arco cromatico, insomma, dal “make it pink” al “make it blue”.
Potere, apparenza e spettacolo: gli altri volti di Oz
La maestosità di Madame Morrible (Michelle Yeoh) si riconferma nei toni dell’emerald green, ma con un tocco di tempesta: lampi e nuvole ricamati in oro e argento, come se il suo potere potesse scatenare il cielo stesso. “È una donna che controlla il clima – e anche la scena,” scherza Tazewell.
Il Mago di Oz (Jeff Goldblum) è invece puro teatro: velluti, revers esagerati, cappelli da showman. È la vanità messa in costume, l’illusione che si fa spettacolo.
E poi arrivano loro: Dorothy, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Leone Codardo. Figure leggendarie che in Wicked: For Good, saranno rilette in chiave più umane, più contemporanee.
Niente scarpette rosse, questa volta: “Nel libro originale non esistevano,” ricorda Tazewell, “e volevamo restare fedeli a quell’immaginario.”
Un mondo cucito di emozioni
Da questa prima occhiata ai costumi di questa seconda parte possiamo dire che trea i velluti di Elphaba e le farfalle di Glinda, Wicked: For Good non parla solo di magia. Parla di identità, di scelte e del prezzo della libertà. “È stato un privilegio poter creare un mondo così grande e, allo stesso tempo, così intimo,” riflette Tazewell. “Perché in fondo racconta di come ci vediamo gli uni con gli altri – e di come impariamo a farlo con empatia e amore.”
E forse, nel magico guardaroba di Wicked: For Good, è proprio questo il vero incantesimo: trovare sé stessi, un punto luce alla volta.
































