Wild Horse Nine è il cinema di Martin McDonagh nella sua forma più completa. Dal 5 novembre al cinema.
Ci sono film che sembrano chiedere allo spettatore di essere decifrati e altri che possiedono invece la rara capacità di accompagnarlo dentro la propria complessità senza mai ostentarla. Wild Horse Nine appartiene alla seconda categoria. Martin McDonagh torna al cinema con un’opera densissima e sorprendentemente limpida, capace di parlare di morte, amicizia, fede, colpa e responsabilità politica senza trasformare nessuno di questi temi in una dichiarazione programmatica, lasciando che siano due uomini, i loro dialoghi e il tempo sempre più breve che resta loro a farsi carico di tutto.
Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83, Wild Horse Nine conferma soprattutto quanto McDonagh sia uno dei più formidabili sceneggiatori del cinema contemporaneo. Perché dietro l’apparenza di un buddy movie costruito intorno a due vecchi agenti della CIA si nasconde un film profondamente morale, ma mai moralista, che osserva il momento in cui le convinzioni sulle quali un essere umano ha costruito un’intera esistenza smettono improvvisamente di essere sufficienti.
Siamo nel 1973, poco prima del colpo di Stato in Cile. Chris e Lee, interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, lavorano insieme da anni per la CIA quando vengono mandati da Santiago all’Isola di Pasqua. Quello che inizialmente assume i contorni di una trasferta anomala rivela progressivamente una natura molto più intima. Chris è gravemente malato e vuole trascorrere del tempo lontano dal lavoro, anche per provare a mettere ordine nei propri ricordi e iniziare a scrivere le sue memorie. Ma il suo è un archivio umano particolarmente pericoloso: decenni trascorsi nei servizi segreti americani significano informazioni, operazioni, responsabilità e segreti che non dovrebbero finire sulla pagina sbagliata, soprattutto quando la malattia e i farmaci cominciano a rendere incerto il confine tra ciò che può e ciò che non può essere raccontato.
È da questa premessa quasi da spy movie che McDonagh costruisce qualcosa di completamente diverso, trasformando progressivamente il viaggio in una resa dei conti con se stessi.
Wild Horse Nine e il peso di una vita trascorsa dalla parte “giusta”
La domanda più interessante posta da Wild Horse Nine riguarda la facilità con cui un essere umano può convivere con le proprie azioni quando dispone di una narrazione sufficientemente convincente per giustificarle. Chris e Lee hanno lavorato per un’istituzione che ha consentito loro di pensarsi per anni dalla parte giusta della Storia, uomini chiamati a compiere azioni discutibili perché funzionali a un obiettivo più grande. Ma cosa rimane di quella certezza quando il tempo a disposizione comincia a finire?
McDonagh inserisce questa riflessione nel contesto delle operazioni americane in America Latina e della storia dell’interventismo statunitense, senza trasformare il film in una lezione politica. Il punto non è soltanto stabilire che cosa abbia fatto la CIA, ma interrogare gli uomini che hanno materialmente partecipato a un sistema nel quale la morale individuale poteva essere sospesa in nome di una presunta necessità collettiva. È proprio qui che Wild Horse Nine incontra un’altra delle sue questioni fondamentali, quella religiosa.
Il rapporto tra fede e responsabilità attraversa infatti il film in maniera sottile ma persistente. Se un uomo crede nell’esistenza di principi morali assoluti, fino a che punto può derogare a quegli stessi principi convincendosi di agire per un bene superiore? E soprattutto: quando arriva il momento di fare i conti con la propria vita, basta ancora aver obbedito, aver creduto nella propria missione, essersi raccontati che non esisteva un’alternativa?
McDonagh non pretende di rispondere. Fa qualcosa di molto più interessante: mette i suoi personaggi nella condizione di dover convivere finalmente con le domande.
In questo senso la malattia di Chris non funziona mai semplicemente come dispositivo emotivo. La prossimità della morte modifica il valore del tempo e costringe a guardare retrospettivamente un’esistenza che fino a quel momento poteva essere vissuta soltanto in avanti. Le missioni, i segreti, le decisioni prese e quelle evitate non appartengono più a un curriculum professionale, ma diventano materia morale. E il memoir che Chris vorrebbe scrivere assume così un significato molto più profondo: ricordare significa inevitabilmente scegliere quale versione di sé consegnare agli altri, proprio mentre la sua stessa capacità di ricordare comincia a tradirlo.

John Malkovich e Sam Rockwell: l’amicizia come ultimo luogo possibile
Se la politica e la mortalità costituiscono il sottotesto più profondo di Wild Horse Nine, il suo cuore è però altrove. È nell’amicizia tra Chris e Lee, costruita da McDonagh con una naturalezza tale da far percepire immediatamente tutto ciò che questi due uomini hanno condiviso prima ancora che il film abbia bisogno di raccontarlo.
John Malkovich e Sam Rockwell sono straordinari proprio perché non interpretano l’amicizia come qualcosa che debba continuamente essere dimostrato. La abitano. Nei silenzi, nelle provocazioni, nella familiarità dei gesti e soprattutto in quel modo tipico delle relazioni lunghissime di utilizzare l’ironia come un linguaggio privato, i due restituiscono l’impressione di persone che hanno trascorso abbastanza tempo insieme da conoscere reciprocamente anche ciò che preferirebbero non sapere.
Ed è probabilmente qui che Wild Horse Nine trova il suo equilibrio più difficile e più riuscito. Perché il film parla della morte senza diventare funebre, della malattia senza cercare la commozione facile e del rimpianto senza indulgere nella malinconia. È, al contrario, genuinamente e irresistibilmente divertente.
L’umorismo che ha sempre caratterizzato la scrittura di McDonagh raggiunge qui una fluidità particolare. I dialoghi sono affilati, imprevedibili, spesso feroci, ma possiedono anche una leggerezza che rende la comicità meno esibita e più profondamente umana. Si ride molto, e non perché il film abbia bisogno di alleggerire artificialmente ciò che racconta: si ride perché Chris e Lee hanno imparato a stare al mondo così, trasformando l’assurdità, la paura e persino la morte in qualcosa che può ancora essere affrontato attraverso una battuta.
È una comicità che non interrompe mai l’emozione, ma la amplifica. Più Wild Horse Nine fa ridere, più diventa evidente ciò che i suoi personaggi stanno cercando di tenere a distanza. Ed è precisamente questa convivenza tra il tragico e il comico a impedire al film di diventare ricattatorio quando arriva nei territori emotivamente più dolorosi.
McDonagh aveva già costruito Gli spiriti dell’isola intorno all’amicizia e alla sua dissoluzione; qui sembra quasi osservare il movimento opposto. Non due uomini incapaci di continuare a essere amici, ma due uomini costretti a confrontarsi con ciò che significa esserlo stati per quasi tutta la vita quando uno dei due potrebbe non esserci più.
Una sceneggiatura che sembra non sprecare una sola parola
È soprattutto nella scrittura che Wild Horse Nine raggiunge livelli altissimi. Martin McDonagh firma una sceneggiatura estremamente ricca senza mai dare la sensazione di voler dimostrare quanto lo sia. Politica internazionale, religione, memoria, mortalità, amicizia e identità convivono all’interno dello stesso racconto con una precisione quasi invisibile, perché ogni riflessione nasce prima di tutto dai personaggi.
Non ci sono temi appoggiati sopra la storia. C’è una storia talmente ben costruita da riuscire a contenerli. È una distinzione fondamentale e rappresenta probabilmente la qualità più preziosa del film. Wild Horse Nine non chiede allo spettatore di fermarsi per comprenderne le intenzioni, perché pensiero ed emozione procedono contemporaneamente. Una battuta può contenere una considerazione morale, un momento apparentemente marginale può modificare retroattivamente la percezione di un personaggio e una conversazione può essere nello stesso momento esilarante e dolorosa.
Il piacere della visione nasce anche da questo. McDonagh scrive un cinema che non teme la parola e che soprattutto continua a credere nella capacità del dialogo di produrre azione, tensione, caratterizzazione ed emozione. Ogni scambio tra Malkovich e Rockwell sembra aggiungere un minuscolo frammento alla comprensione del loro rapporto e, progressivamente, alla percezione delle vite che hanno condotto.
Non sorprenderebbe affatto vedere Wild Horse Nine imporsi proprio per la sceneggiatura a Venezia 83: non soltanto perché i dialoghi sono brillanti, qualità ormai quasi connaturata al cinema di McDonagh, ma perché è l’architettura complessiva del racconto a impressionare. Il film vuole dire moltissimo e riesce a farlo senza perdere il controllo del tono, senza diventare didascalico e soprattutto senza sacrificare il piacere puro del racconto.
L’Isola di Pasqua diventa lo spazio della resa dei conti
A sostenere questa scrittura c’è una regia che sceglie intelligentemente di non sovrastarla. McDonagh lavora con grande pulizia, evitando qualsiasi virtuosismo che possa distrarre dai personaggi e lasciando che sia il paesaggio a conquistare progressivamente un peso visivo e simbolico sempre maggiore.
La fotografia di Ben Davis esalta i verdi e i blu dell’Isola di Pasqua attraverso colori intensi e saturi, trasformando Rapa Nui in qualcosa di più di una semplice ambientazione esotica. L’isola sembra progressivamente separare Chris e Lee dal resto del mondo, collocandoli in uno spazio sospeso nel quale il rumore delle loro vite precedenti può finalmente attenuarsi abbastanza da lasciare emergere ciò che è rimasto irrisolto.
E poi ci sono i moai, presenze immobili davanti alle quali il tempo umano assume inevitabilmente un’altra proporzione. In un film ossessionato dalla memoria, dalla morte e da ciò che resta di noi, quelle figure diventano quasi inevitabilmente parte del discorso. Testimoni silenziosi di un tempo infinitamente più lungo rispetto a quello concesso ai protagonisti, accompagnano un uomo che sta tentando disperatamente di mettere ordine nella propria esistenza proprio quando il suo corpo e la sua memoria cominciano a sottrargli questa possibilità.
McDonagh non sottolinea mai eccessivamente il valore metaforico del paesaggio, ed è proprio per questo che funziona. L’Isola di Pasqua non viene utilizzata per conferire artificialmente grandezza alla storia, ma diventa progressivamente uno spazio mentale, il luogo lontanissimo nel quale due uomini possono finalmente guardare ciò che sono stati senza avere più molte possibilità di fuggire.
Wild Horse Nine è il cinema di Martin McDonagh nella sua forma più completa
Alla fine, ciò che rende Wild Horse Nine così riuscito è forse qualcosa di molto più semplice dei numerosi temi che attraversa: è un film che ricorda quanto possa essere appagante essere raccontati bene.
Martin McDonagh costruisce un’opera piena ma mai sovraccarica, politica senza diventare ideologica, spirituale senza cercare risposte consolatorie, dolorosa senza compiacersi del dolore e soprattutto divertente senza utilizzare l’ironia come scappatoia emotiva. Tutto convive perché tutto nasce dalla stessa domanda: cosa rimane di una vita quando arriva il momento di guardarla per intero?
John Malkovich e Sam Rockwell sono i corpi perfetti attraverso cui porla. Il primo porta dentro Chris la fragilità di un uomo che sente progressivamente sfuggirgli il controllo della propria storia; il secondo restituisce a Lee quella particolare forma di impotenza che appartiene a chi è costretto ad accompagnare qualcuno verso un luogo nel quale non potrà seguirlo. Insieme costruiscono una delle amicizie cinematografiche più belle viste in questa edizione della Mostra, perché McDonagh concede loro qualcosa di sempre più raro: il tempo necessario per esistere.
Wild Horse Nine possiede così la qualità dei film che sembrano semplicissimi soltanto dopo che qualcuno è riuscito a scriverli perfettamente. Si ride moltissimo, ci si commuove senza accorgersi del momento esatto in cui il tono è cambiato e si esce dalla sala continuando a ripensare alle domande che il film ha avuto l’intelligenza di non risolvere al nostro posto.
In un cinema che spesso confonde la complessità con l’opacità, Martin McDonagh sceglie invece la strada più difficile: raccontare qualcosa di profondamente complesso con assoluta chiarezza. E Wild Horse Nine, proprio per questo, è uno di quei film che ricordano perché continuiamo ad avere bisogno di sederci davanti a uno schermo e lasciare che qualcuno, per due ore, ci racconti una storia.


































