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Un altro ferragosto
Alessio Zuccari

Un altro ferragosto: recensione del film di Paolo Virzì

Tags: paolo virzì, Un altro Ferragosto
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Alessio Zuccari

Un altro ferragosto: recensione del film di Paolo Virzì

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Dopo Ferie d’agosto, il regista torna a mettere a fuoco l’Italia e le sue contraddizioni. Quello che ne esce fuori è il cantico funereo di un popolo sconfitto.

Nei 28 anni che separano Un altro ferragosto dal film che l’ha preceduto, quel piccolo cult di Ferie d’agosto, i fatti della vita si sono impastati a quelli del cinema. Era il 1996 e l’Italia aveva già conosciuto la discesa in campo di Silvio Berlusconi e il suo primo governo. Gli uomini di sinistra come il giornalista Sandro Molino di Silvio Orlando annaspavano a rincorrere con i paraocchi i detriti deflagrati dalla caduta del muro di Berlino, chiedendosi dove e come avessero sbagliato. Nel controcampo c’erano invece i Mazzalupo, famiglia di traffichini che al nuovo ruspante panorama politico guardavano con prepotente e cruda consapevolezza che forse tutto si stava annullando, e allora tanto valeva cavalcare l’onda in cerca di un’ultima emozione.

Ma oggi il Cavaliere è morto, dopo aver compiuto la sua opera di sradicamento della coscienza politica. Anzi: di averla resa eterna promessa elettorale. Così come sono scomparsi anche Ennio Fantastichini e Piero Natoli, che con i loro personaggi erano espressione-reazione di quel modo di intendere l’impegno civile e la cosa pubblica. Allora per Paolo Virzì è il momento di tornare a Ventotene. Torna a quell’isola minuscola che se prima era epicentro dello scontro, adesso è cimitero. Perché Un altro ferragosto è un film terribilmente funereo.

Un mondo di dolenti e sconfitti

Un altro ferragosto: recensione del film di Paolo Virzì
Photo Credits: 01 Distribution

Lo si può intuire dai primi istanti in cui la macchina da presa segue un motoscafo che sta per approdare su questa roccia soleggiata, mentre nell’audio arrivano le voci remixate a partire da alcuni degli scambi più noti di Ferie d’agosto. Quasi fossero le voci di fantasmi, che successivamente assumono anche volto e forma attraverso inserti e sogni. Quasi fossero pronti ad accompagnare la macabra messa in scena di un paese che è Paese. Nelle stesse location e nelle stesse abitazioni di Ferie d’agosto si riuniscono le stesse tribù, tra volti vecchi e nuovi. I Molino con Orlando, Laura Morante, Andrea Carpenzano, Gigio Alberti, Agnese Claisse. I Mazzalupo con Sabrina Ferilli, Christian De Sica, Paola Tiziana Cruciani, Vinicio Marchioni, Anna Ferraioli Ravel. Per i primi è l’occasione di passare un’ultima estate tutti assieme, considerata la malattia incurabile di Sandro che potrebbe portarlo via da un momento all’altro. Per i secondi Ventotene è invece la location del matrimonio tra Sabrina, diventata influencer, e l’ambiguo compagno-manager Cesare.

Un altro ferragosto, la cui sceneggiatura Paolo Virzì scrive assieme al fratello Carlo e Francesco Bruni, li mette ancora gli uni di fronte agli altri. Li porta a frizione e li immortala granitici in quella persistenza del non-cambiamento, di blocchi contrapposti in un grottesco e anacronistico posizionamento. Perché è come se non ci fosse realmente più nulla da combattere e allora si impazzisce cupi davanti alla sconfitta o alla presunta vittoria. La memoria stessa d’altronde è falsificata dai vapori del malanno e dall’indifferenza del presente – i ruderi del pollaio che Sandro ha a cuore e attorno al quale si dice i confinati politici del ventennio fascista abbiano immaginato un’alternativa.

Questa ormai è l’Italia dei talk show, della politica come slogan e del marketing cannibale, dove tutto è diventato target e tutto è monetizzabile. Nel mezzo il dramma di una destra popolare che ancora insegue la luce fioca della scintillante terra promessa, come la dolente Ferilli nei panni di una Marisa che arriva a voler credere alle fandonie dell’ingegnere Pierluigi di un De Sica che fa summa della sua carriera. E quello di una sinistra che invece ha dimenticato del tutto la prossimità, che nel cieco rodersi della propria inadeguatezza non s’è curata del sentimento. Proprio come ha fatto Sandro, che nel preferire la rigida ideologia ha sempre dato per scontata Cecilia e non ha mai davvero capito la sua stessa prole, il frutto concreto del suo pensiero, il figlio Altiero.

La grande malinconia

Un altro ferragosto: recensione del film di Paolo Virzì
Photo Credits: 01 Distribution

Virzì immortala dunque questi personaggi scattando un’istantanea. Nell’immagine comprime il tutto e il suo contrario. Mette a fuoco una tragicommedia euforica e disperata dove l’inquadratura è impianto allegorico della pantomima, dove volti e situazioni convivono nel primo, nel secondo, nel terzo piano e sullo sfondo. Tutto allo stesso tempo. E poi Un altro Ferragosto non può che sprigionare umori ferini e viscerali, dalla gioia cacofonica della sua prima parte fino ad arrivare alla disperazione nera della seconda porzione di film.

Come se in questo definitivo annullamento post-ideologico non ci fosse allora spazio per altro che non sia l’abbandonarsi alle emozioni primarie della gioia e del dolore. Per ogni risata, per ogni battuta, per ogni guaito e ogni pianto c’è una mano che amalgama tutto ad una malinconia crepuscolare che aleggia sempre e irrompe in un finale aspro, disilluso. Verrebbe da dire quasi arreso tanto è strappato via, esito reciso senza scampo alcuno per una congrega di sconfitti senza più parte e senza più partito.

Un altro ferragosto è al cinema dal 7 marzo con 01 Distribution.

Guarda il trailer ufficiale di Un altro ferragosto:

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