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Race For Glory, Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»
Alessio Zuccari

Race For Glory: Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»

Tags: Race For Glory, Stefano Mordini
Race For Glory, Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»
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Alessio Zuccari

Race For Glory: Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»

Tags: Race For Glory, Stefano Mordini

Il 1983, un’automobile che sgroppa sullo sterrato e un uomo che ci ha visto più lungo degli altri. Al centro di Race For Glory (qui la nostra recensione) il racconto di una pagina inedita dello sport italiano, che mai prima d’ora aveva visto il rally rappresentato così sul grande schermo. Riccardo Scamarcio è Cesare Fiorio, direttore sportivo della Lancia che negli anni Ottanta guidò al successo il team corse della casa automobilistica torinese contro lo strapotere tecnologico della tedesca Audi.

In occasione dell’uscita del film, nelle sale dal 14 marzo con Medusa Film, abbiamo parlato con il regista e sceneggiatore Stefano Mordini di come ha concepito il lavoro su questo biopic non convenzionale, del respiro internazionale dell’opera, di come il cinema, forse, assomigli più del previsto proprio al rally. E di Lapo Elkann.

Race For Glory: Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»
Photo Credits: Medusa Film

Volker Bruch, uno dei protagonisti del film, ha dichiarato di aver capito di essere nel progetto giusto quando si è seduto per la prima volta dentro una Lancia. La sua epifania quando è arrivata? E lei nella Lancia ci si è seduto?

Alla seconda ti rispondo subito: l’ho fatto una volta e poi sono sceso immediatamente. Non ho una grande relazione con le automobili. Avevo però bisogno di capire il rapporto tra le sensazioni, il suono e il tipo di velocità che si poteva dare e sentire dall’interno dell’abitacolo. Dopo che Riccardo Scamarcio mi ha proposto di abbracciare il progetto ho capito che si trattava dell’idea giusta perché era un’idea molto lontana da me. Chiamava alla sfida e a me piace quasi sempre sfidarmi. E poi anche per il fatto che il rally assomiglia terribilmente al ciclismo, che io amo. Sono entrambi sport a tappe, dentro il territorio, in mezzo alle case, e tutto questo mi faceva sentire a mio agio.

Due confronti che saltano subito in testa quando si guarda Race For Glory sono Ford Vs Ferrari di James Mangold e Veloce come il vento di Matteo Rovere. Sono stati tra i suoi riferimenti?

No, per niente, nessuno dei due. Quelle di questi due film sono gare su circuito e non era questo il nostro racconto. Veloce come il vento lavora poi sulle relazioni umane e prende la gara solo come pretesto. Ford Vs Ferrari l’ho guardato invece come tutti gli altri, ma non l’ho mai preso a modello. Entrambi sono espressione di un tipo di cinematografia che si basa su stilemi differenti da quelli che io riesco ad interpretare. Ho ragionato invece fin da subito sull’idea di una messa in scena che potesse stare dentro il rapporto tra pilota, macchina e contesto, sul lavorare sull’analogico e senza effetti digitali.

Uno degli aspetti che più colpiscono della pellicola è in effetti l’aderenza e l’accuratezza dei discorsi tecnici e della sfida tecnologica al centro del racconto. Come avete lavorato su questo fronte?

Intanto con un grande studio. Abbiamo visto di tutto e letto di tutto. Ad esempio mi sono fatto comprare dalla produzione i Rombo e gli Autosprint di allora. Poi parlando con i meccanici, come i fratelli Baldi, che sono spesso in scena e negli anni Ottanta seguivano davvero la Lancia. È stato un lavoro di conoscenza, da trasportare nel racconto e di cui talvolta approfittarsi portandolo dentro la drammaturgia. Io d’altronde nasco con il documentario e l’approccio di studio, di visione e ascolto della verità resta quello. E in seguito mi interessa rappresentare il verosimile, non il vero, cioè restituire le sensazioni che si potrebbero sentire se si salisse su un’auto da gara del 1983.

Verosimile e non vero, così come ci sono diverse divergenze anche nello script rispetto agli eventi reali. Come mai questa scelta?

Il percorso del racconto di quel 1983 è un percorso lineare. Entrando però in drammaturgia, c’è da sottolineare come quelle macchine che vediamo nel film fanno riferimento a dei prototipi molto pericolosi ideate dal cosiddetto Gruppo B della Lancia, che due anni dopo verrà chiuso. In quel periodo diversi piloti morirono, ma non nel 1983. Per restituire il senso del pericolo di questo sport abbiamo, ad esempio, preso a prestito e traslato in una sequenza l’incidente reale di Henri Toivonen, che in quell’occasione perse la vita. Nonostate diverse rielaborazioni, c’è molto di vero nella nostra storia, anche se in questo episodio specifico non abbiamo citato il pilota per rispetto suo e della sua famiglia.

Race For Glory, Stefano Mordini e il suo «lavoro di conoscenza e caparbietà creativa»
Photo Credits: Medusa Film

Race For Glory è il suo primo film dal respiro e dalle ambizioni produttive così fortemente internazionali. Da regista qual è stato l’approccio a un cast europeo di questo calibro?

Gli attori, quando li prendi bravi come Scamarcio, Brühl e Bennett, sono in realtà facili da gestire, è sempre un guadagno. Dirigerli è semplice, devi solo far attenzione al protagonismo. L’attore ne ha bisogno, quindi devi avere anche l’accortezza di lasciarlo andare per vedere dove ti porta e capire come lo fa, magari indicandogli solo la via d’uscita. Per quanto riguarda il rapporto con il contesto internazionale, io avevo già fatto Pericle il nero, coprodotto dai Dardenne e con Marina Foïs. Nel rapporto con il territorio che non è quello italiano mi sono sempre trovato a mio agio. Nel caso di questo film è ancora più sensato perché abbiamo voluto rispettare la provenienza di tutti gli interpreti. I tedeschi qui son tedeschi e nella versione originale parlano tedesco, utilizzando come lingua di comunicazione fra le varie nazioni l’inglese.

A proposito sempre di richiamo internazionale, Scamarcio, un po’ come Brühl in Germania, è un attore apprezzato, che lavora molto in patria ma che trova spazio anche in produzioni estere – pensiamo al recente Assassinio a Venezia. È uno dei pochi divi italiani?

Scamarcio è sicuramente una delle nostre star internazionali. Come lui lo è anche Pierfrancesco Favino, entrambi lavorano proiettati verso l’estero e lo stanno facendo bene. Sono attori che fin da subito hanno scelto un rapporto con l’attorialità e il mestiere che passa dal cinema di ricerca al cinema di intrattenimento. Come i grandi di un tempo, si mettono al servizio di una certa onestà di cinema rispetto al genere che rappresentano, senza bisogno di giudicarlo.

Nel film, in un paio di occasioni, troviamo il cameo di Lapo Elkann che interpreta l’avvocato Agnelli. Come nasce il suo coinvolgimento?

A un certo punto dico a Riccardo: «Perché non facciamo fare Agnelli a Lapo? Secondo me gli assomiglia». Lui lo conosceva e l’ha chiamato, con Lapo che ha detto subito di sì e ci ha dato una mano. Noi raccontavamo la Lancia, quindi stavamo parlando di loro. Il fatto che abbia aderito al progetto ci ha fatto molto piacere, perché avevamo bisogno di un attestato di fiducia da parte di chi è erede di quella storia. È una persona molto umile, con un senso dello spettacolo molto preciso. Lo adora e questo si sente.

Una delle prime cose che il personaggio di Cesare Fiorio dice in Race For Glory è che il rally è democratico perché si corre tra le persone, ma anche che è una guerra che si combatte ad armi impari contro chi ha mezzi superiori. Un po’ come il cinema?

Totalmente. A volte anche il nostro cinema combatte ad armi impari, con altre possibilità di produzione e distributive, così, a volte, utilizziamo le armi giuste e l’ingegno per sopperire a qualche gap. È una metafora giusta.

Lei si sente astuto come lo è Fiorio nel film?

No, io non lo sono. Non è una mia caratteristica, astuto non mi ci sento proprio. Anche se credo che lì ci fosse qualcosa di più dell’astuzia, e cioè l’intelligenza di arrivare all’obiettivo. Una certa caparbietà creativa che è diversa dall’astuzia, perché è onesta. L’astuzia invece a volte si approfitta.

Al cento di Race For Glory c’è anche il tema di capire come saper vincere e saper perdere. A questo punto della sua carriera ha imparato di più a godere dei successi o ad affrontare gli insuccessi?

Non ho mai ragionato in termini di successo e insuccesso. Ho sempre riflettutto su cosa serviva di me a un film e su cosa io potevo imparare dall’esperienza che stavo facendo. Nell’arco della mia carriera, inaspettatamente, ho sempre raccolto molto, anche dagli insuccessi. Affrontare la parte difficile del nostro lavoro ti forma molto più di quello che stai provando nel momento in cui le cose non vanno nel verso in cui vorresti, perché poi sei pronto quando le cose vanno bene, a saperle valutare e dargli il giusto valore.

Guarda il trailer ufficiale di Race For Glory:

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