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Coup de Chance, la recensione del cinquantesimo film di Woody Allen
Alessio Zuccari

Venezia80 | Coup de Chance: recensione del film di Woody Allen

Tags: coup de chance, venezia80, woody allen
Coup de Chance, la recensione del cinquantesimo film di Woody Allen
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Alessio Zuccari

Venezia80 | Coup de Chance: recensione del film di Woody Allen

Tags: coup de chance, venezia80, woody allen

La nuova opera dell’autore statunitense è una adorabile e romantica girandola del destino, conferma di una mente giovane nei confronti della quale non ci sono più aggettivi da spendere.

Coup de Chance è un film importante per Woody Allen. È il suo cinquantesimo lavoro cinematografico, il primo in lingua francese, dopo decenni e decenni di carriera. Un cambiamento dettato anche dalla crescente difficoltà nell’ottenere finanziamenti in patria, dove da oramai tantissimo tempo vive sotto il tiro di un ostracismo che non gli ha mai perdonato le ambiguità – mai condannate giuridicamente – della sua vita privata.

E questo netto cambio di paradigma che arriva così tardivo, così in apparenza fuori tempo massimo per qualsiasi autore, ci ricorda perché Woody Allen è Woody Allen. Ce lo rammenta sin dai primi istanti, quando irrompe nelle orecchie, prima ancora che negli occhi, la cifra di uno dei più grandi di sempre. Si propaga quell’accompagnamento musicale tutto jazzato che non si può non associare immediatamente, con doppia mandata, a questo regista novantenne che torna dietro la macchina da presa (per l’ultima volta? Non ci giureremmo) con la grazia e l’agilità che più gli si confanno.

Incontri, scontri e dubbi

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Photo Credits: Lucky Red

Coup de Chance, presentato Fuori Concorso nella selezione di Venezia80, è figlio di una mente giovane. Una pellicola dove un divertito cinismo si tiene a braccetto con una joy de vivre (per rimanere in tema…) profonda, articolata in un discorso che nelle mani di chiunque altro passerebbe via rapido, forse anche con banalità e sufficienza.

E invece qui le vicende dei due belli, aitanti e di successo Fanny (Lou de Laâge) e Jean (Melvil Poupaud) sono una faccenda ironica ma serissima, yin e yang che si sono trovati nel mezzo. Lei affascinante collaboratrice di una casa d’aste con alle spalle un matrimonio fallimentare e una gioventù scapestrata. Lui un imperscrutabile imprenditore di non si sa bene cosa, che ama tenere tutto sotto controllo dalla stanza dei bottoni – geniale associargli la passione dei trenini in miniatura, sui quali impera stabilendo traiettorie, direzioni, destinazioni.

A loro modo, sono affiatati. Ma il caso scaglia le sue saette nel momento in cui uno meno se ne accorge, così quando Fanny incrocia per strada l’ex compagno del liceo Alain (Niels Schneider), scrittore sfacciatamente bohemienne con vestiario bohemienne e appartamento bohemienne, tutto quanto si rovescia. Ne nasce una relazione clandestina piena di passione e cenette a lume di candela che fa andare in crisi Fanny e di cui Jean inizia a poco a poco a sospettare.

Un’armonia che rinfranca l’animo

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Che gusto quello che Allen mette sempre nell’inquadrare lo sbocciare di un nuovo amore, irradiato come di consueto da diversi anni a questa parte dalla luce aranciata dell’autore della fotografia Vittorio Storaro, come lui vuole essere definito. Un fiume di romanticismo danzato a colpi di umorismo, mentre sullo sfondo si staglia Parigi, forse la più romantica delle città dove il regista torna dai tempi di Midnight in Paris, sua altra apprezzabilissima opera.

Ma il destino tutto guarda e tutto osserva, e Allen lo sa. Così Coup de Chance stringe e dilata i tanti dubbi che nel matrimonio di Fanny e Jean si stanno addensando, in un gioco che arriva anche a farsi spietato e non lascia davvero nulla al caso. Quindi quando il cerchio si chiude – con un finale che è l’unico finale davvero possibile, ma che, da penna inarrivabile quella di Allen è, non ti aspetti – anche il caso non è altro che un incrocio di binari di vita sui quali nessuno può davvero legiferare.

Coup de Chance si concede allo schermo nero con un’armonia che rinfranca l’animo. Un film che nella sua semplicità (che si badi, non è sinonimo di semplicismo) era una sfida imponente, dove nel passaggio a una nuova lingua nulla è finito lost in translation e dove, ancora una volta, ci possiamo accoccolare davanti al focolare di un artista per il quale gli aggettivi sono già stati consumati tutti.

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